Sperimentare il silenzio, spesso può incutere paura, può farci fuggire. Ascoltare il silenzio di qualcuno non è facile, specialmente se abituati alla chiacchiera, alla compagnia.
Si teme il silenzio come se fosse un abisso vuoto, da riempire ad ogni costo con un rumore qualsiasi, mentre in realtà è ciò che permette di ascoltare "bene" la vita.
Ora, sperimentare il silenzio di Dio è sperimentare l'assenza di Dio nella nostra vita, nella storia ordinaria di ogni giorno.
Il profeta Geremia è il personaggio più difficile da capire perché è quello che si avvicina di più alla persona di Gesù. Quando Gesù chiese ai discepoli che cosa pensasse la gente su di lui risposero: "… Alcuni Giovanni Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti"
(1) Tra le figure che la gente associa a Gesù vi è il profeta Geremia e non Isaia o Ezechiele o Daniele. Geremia ci porta un messaggio particolare: il silenzio di Dio o la Sua assenza nella vita personale del popolo.
Egli è inserito da Dio nel mondo turbolento della politica e della società gerosolomitana nel momento più catastrofico e fatale, quello della sua agonia e morte; infatti, siamo intorno al 597 a.c., quando Nabucodonosor opererà una prima deportazione di ebrei e nel 586 a.C. raderà al suolo la città, operando una seconda deportazione.
In questo contesto, la fedeltà alla vocazione è una conquista quotidiana per Geremia e conosce dubbi e crisi, talora pesa come un incubo, sopratutto quando si sperimenta il silenzio di Dio.
Cosa succede tra le righe del nostro brano, della nostra storia, del silenzio? Davanti abbiamo alcune delle "confessioni" di Geremia, cioè quelle pagine di cui il profeta parla di sé, una sorta di autobiografia, fa intendere quanto gli accade nell'esercizio del suo ministero profetico. Geremia è la coscienza critica, calpestata e inascoltata della nazione. La sua sarà soltanto una voce scomoda, bruciante, aspra; colpirà gli inerti, gli illusi, tenterà di spogliare, come ha fatto con gli ebrei, ogni nostro mito nazionalista e religioso e ci mostrerà il baratro verso cui siamo avviati e che non vogliamo vedere.
In queste parole, nella persona del profeta abbiamo davanti tutte le immagini di persecuzione racchiuse nell'immagine dell'agnello mansueto. Quanti tradimenti nel mondo, tante ingiustizie, voci che gridano vendetta al trono di Dio… quanti!
Quante volte anche nella nostra semplice esperienza di fede o di vita ordinaria ci ritroviamo di non essere capiti, accettati, specialmente in quei posti dove pensavamo di essere a casa, sostenuti ben voluti e poi come una piccola scintilla, traditi, respinti, umiliati; anche in questo tanta sofferenza personale.
Questa confessione di Geremia ci ricorda quanto scrisse Isaia: "Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori e non aprì la sua bocca"
(2) .
Anche qui ricordiamo, attraverso la nostra vita e quella del profeta, Gesù. Di lui i farisei, dopo che ebbe compiuto i miracoli, decidono di togliergli la vita. Gesù perseguitato, che fin dall'inizio incontra l'ostilità di coloro a cui sta facendo del bene
(3).
Spesso capita di vivere questi momenti duri, dolorosi nella nostra vita. Spesso capita in questi momenti avere delle reazioni, che per ognuno di noi si dividono su due strade: la strada larga e la strada stretta.
La strada larga ci fa soffermare alla risposta, ci fa reagire alla vendetta. Anche Geremia parla nelle sue parole di vendetta, ma che lascia a Dio perché Egli è Giudice. Infatti, i vv. 21-23 esprimono la giustizia di Colui che difende il suo profeta. Non è quindi Geremia a vendicarsi.
Mentre l'altra strada è stretta, cioè piena di fiducia in Dio perché solo Lui basta! È una strada silenziosa quella che si percorre, dove tutto tace. È il sentiero dello spirito di perfezione che descrive san Giovanni della Croce
(4), dove "Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento li toccherà" (5) .
Purtroppo questa strada si presenta una via non accessibile a tutti, perché: "…stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano"
(6).
L'esperienza di Geremia è quella del "torrente infido" (15,18), un torrente dalle acque incostanti. fa pensare in questo momento l'esperienza di popolo, l'esperienza personale, oggi. È il momento della crisi vocazionale, è il momento che fa' risuonare nelle orecchie lo stesso grido di Gesù: "Mio Dio, perché mi hai abbandonato?". È il grido di denuncia, anche lungo perché non chiama in causa solo Dio, ma anche la madre (15,10).
Nelle parole del profeta di Dio vive un grande dolore quella della solitudine (15,17), quello del "primato di Dio"; la condizione per capire tutti, di amare tutti, di sentire l'umanità sua, di comprendere i poveri, di offrire la vita per i più abbandonati. È anche l'esperienza di un Geremia dei nostri tempi: Madeleine Delbrel: "La nostra solitudine, mio Dio, non è essere soli ma la Tua presenza, qui. Perché tutto di fronte a Te, o diventa morte o diventa Te"
(7).
È un'intuizione fondamentale: sembriamo di essere soli, ma lì accanto a noi, cammina sempre il Signore, Egli è presente ci accompagna e ci trasforma con il suo amore. Se non si è coscienti di questo, si sperimenta il fallimento.
Nella sua fedeltà al Signore, Geremia sperimenta il fallimento, come il profeta Elia 8
(8), si sente un uomo oggetto di liti e contese, una pietra di contraddizione e un oggetto di maledizione per tutti, anche se ha esercitato il suo ministero senza interesse ed egoismi.
In questo suo fallimento gli viene dolce ricordare la luna di miele in cui la parola di JHWH era miele alla sua bocca e gioia per il cuore. Erano momenti di protezione, erano i bei tempi! Ma durarono molto poco.
Spesso non facciamo bene i calcoli, spesso non ci troviamo a confronto con la Parola, che ha un ottica del tutto diversa dalla nostra.
Geremia, profeta di allora e di tutti i tempi, deve porre più fiducia in Dio e nella sua Parola, qualunque cosa succeda, perché ogni cosa "si adempia secondo giustizia"
(9). Egli deve capire che non occorre fuggire il mondo, gli uomini, anzi bisogna continuare a stare in mezzo a loro per servirli, dal momento che la solitudine è in primo luogo percezione mistica dell'infinità di Dio che riempie tutto di sé.
In questa situazione il profeta Geremia è il compagno di viaggio di tutti coloro che, camminando nell'oscurità della prova, della crisi e della sofferenza, sanno trovare il coraggio di lottare e sperare sempre.
Il suo rapporto con Dio diventa spontaneo e totale, attraverso una preghiera sincera ed autentica fino all'incontro intimo perché tutto si trasformi entrando "nell'oceano di un amore che ha dappertutto la sua riva e non ha fondo in nessuna parte" (Maurice Blondel).
In pratica, quello che fa Geremia fa anche Gesù, perché lui è venuto per dare adempimento alla Legge e ai profeti
(10). È la coscienza critica e non un'osservanza dei precetti; è la strada che Dio stesso apre in Gesù e rende possibile ad ogni uomo e donna di tutti i tempi.

 


NOTE:

1. Mt 16,13-14.
2. Is 53,7.
3. Cfr Sap 2,12.
4. Cfr SAN GIOVANNI DELLA CROCE, Salita del Monte Carmelo, I, 13,10-13.
5. Sap 3,1.
6. Mt 7,13-14; cfr anche Lc 13,23-24.
7. MADELEINE DEBREL, Che gioia credere!, Gribaudi 1969,95.
8. Cfr 1 Re 19,9-11.
9. Mt 3,15; 5,18.
10 Mt 5,17.

 


 

 

 

 

LA SOLA VIA ...

 

 

L'UNICA VERA LUCE

 

 

 

Possa tu trovare la tua via per la felicità!...
... la vera strada per la felicità (quella vera!...) è solo Gesù!
E' il tuo SI', è la piena adesione alla chiamata di Dio per te,
qualunque sia la tua scelta di vita...

 

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