
Giovanni Battista, "più
che un profeta"
Padre Raniero Cantalamessa, O.F.M.
Cap.
Predicatore della Casa Pontificia
La volta scorsa,
partendo dal testo di Ebrei 1,1-3, ho cercato di
delineare l’immagine di Gesù quale risulta dal confronto
con i profeti. Ma tra il tempo dei profeti e quello di
Gesù c’è una figura speciale che fa da cerniera tra i
primi e il secondo: Giovanni Battista. Nulla, nel Nuovo
Testamento, serve meglio a mettere in luce la novità di
Cristo quanto il confronto con il Battista.
Il tema del compimento, della svolta epocale, emerge
nitido dai testi in cui Gesù stesso si esprime sul suo
rapporto con il Precursore. Oggi gli studiosi
riconoscono che i detti che si leggono al riguardo nei
vangeli non sono invenzioni o adattamenti apologetici
della comunità posteriori alla Pasqua, ma risalgono
nella sostanza al Gesù storico. Alcuni di essi
diventano, anzi, inspiegabili se attribuiti alla
comunità cristiana posteriore [1].
Una riflessione su Gesù e il Battista è anche il modo
migliore per metterci in sintonia con liturgia
dell’Avvento. Il vangelo della seconda e della terza
Domenica di Avvento hanno infatti al centro proprio la
figura e il messaggio del Precursore. C’è una
progressione nell’Avvento: nella prima settimana la voce
di spicco è quella del profeta Isaia che annuncia il
Messia da lontano; nella seconda e terza settimana è
quella del Battista che annuncia il Cristo presente;
nell’ultima settimana il profeta e il Precursore
lasciano il posto alla Madre che lo porta in grembo.
In questa cappella abbiamo davanti agli occhi il
Precursore in due momenti. Nella parete laterale lo
vediamo nell’atto di battezzare Gesù, curvo ad arco
verso di lui in segno di riconoscimento della sua
superiorità; nella parete di fondo, nell’atteggiamento
della Deesis tipico della iconografia bizantina.
1. La grande svolta
Il testo più completo in cui Gesù si esprime sul suo
rapporto con Giovanni Battista è il brano evangelico che
la liturgia ci farà leggere domenica prossima nella
Messa. Giovanni, dalla prigione, manda i suoi discepoli
a chiedere a Gesù: "Sei tu colui che deve venire o
dobbiamo aspettare un altro?" (Mt 11,2-6; Lc 7, 19-23).
La predicazione del Rabbi di Nazareth che lui stesso
aveva battezzato e presentato a Israele sembra a
Giovanni andare in una direzione ben diversa da quella
fiammeggiante che egli si aspettava. Più che il giudizio
imminente di Dio, egli predica la misericordia presente,
offerta a tutti, giusti e peccatori.
La cosa più significativa di tutto il testo è l’elogio
che Gesù fa del Battista, dopo aver risposto alla sua
domanda: "Cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, vi
dico, anche più di un profeta […]. In verità vi dico:
tra i nati di donna non è sorto uno più grande di
Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno
dei cieli è più grande di lui. Dai giorni di Giovanni il
Battista fino ad ora, il regno dei cieli soffre violenza
e i violenti se ne impadroniscono. La Legge e tutti i
Profeti infatti hanno profetato fino a Giovanni. E se lo
volete accettare, egli è quell'Elia che deve venire. Chi
ha orecchi intenda" (Mt 11, 11-15).
Una cosa appare chiara da queste parole: tra la missione
di Giovanni Batista e quella di Gesù è avvenuto qualcosa
di così decisivo da costituire uno spartiacque tra due
epoche. Il baricentro della storia si è spostato: la
cosa più importante non è più in un futuro più o meno
imminente, ma è "ora e qui", nel regno che è già
operante nella persona di Cristo. Tra le due
predicazioni è avvenuto un salto di qualità: il più
piccolo del nuovo ordine è superiore al più grande
dell’ordine precedente.
Questo tema del compimento e della svolta epocale trova
conferma in molti altri contesti del vangelo. Basta
ricordare alcune parole di Gesù come: "Ecco, ora qui c'è
più di Giona! […]. Ecco, ora qui c'è più di Salomone!" (Mt
12 41-42). "Beati i vostri occhi perché vedono e i
vostri orecchi perché sentono. In verità vi dico: molti
profeti e giusti hanno desiderato vedere ciò che voi
vedete, e non lo videro, e ascoltare ciò che voi
ascoltate, e non l'udirono!" (Mt 13, 16-17). Tutte le
cosiddette "parabole del regno", -si pensi a quelle del
tesoro nascosto e della perla preziosa - esprimono, in
modo ogni volta diverso e nuovo, la stessa idea di
fondo: con Gesù è scoccata l’ora decisiva della storia,
davanti a lui si impone la decisione dalla quale dipende
la salvezza.
Fu questa constatazione che spinse i discepoli di
Bultmann a separarsi dal maestro. Bultmann collocava
Gesù nel giudaismo, facendo di lui una premessa del
cristianesimo, non ancora un cristiano; attribuiva
invece la grande svolta alla fede della comunità
post-pasquale. Bornkamm e Conzelmann si resero conto
dell’impossibilità di questa tesi: la "svolta epocale"
avviene già nella predicazione di Gesù. Giovanni
appartiene alle "premesse" e alla preparazione, ma con
Gesù siamo già al tempo del compimento.
Nel suo libro Gesù di Nazaret, il Santo Padre conferma
questa conquista dell’esegesi più seria e aggiornata.
Scrive:
"Perché si
giungesse a quel contrasto radicale, perché si
ricorresse a quel gesto estremo –la consegna ai romani –
doveva essere accaduto o essere stato detto qualcosa di
drammatico. L’elemento importante e sconvolgente si
colloca proprio all’inizio; la Chiesa nascente dovette
riconoscerlo solo lentamente in tutta la sua grandezza,
afferrarlo poco per volta, accompagnando e penetrando il
ricordo con la riflessione […]. L’elemento grande, nuovo
ed eccitante proviene proprio da Gesù; nella fede e
nella vita della comunità esso viene dispiegato, ma non
creato. Anzi, la comunità non si sarebbe neppure formata
e non sarebbe sopravvissuta se non fosse stata preceduta
da una realtà straordinaria" [2].
Nella teologia di Luca è evidente che
Gesù occupa "il
centro del tempo".
Con la sua
venuta egli ha diviso la storia in due parti, creando un
"prima" e un "dopo" assoluti.
Oggi sta diventando prassi comune, specie nella stampa
laica, quella di abbandonare il modo tradizionale di
datare gli eventi "avanti Cristo" o "dopo Cristo" (ante
Christum natum e post Christum natum), in favore della
formula più neutrale "prima dell’era volgare" e
"dell’era volgare". È una scelta motivata dal desiderio
di non urtare la sensibilità di popoli di altre
religioni che usano la cronologia cristiana; in tal
senso va rispettata, ma per i cristiani resta indiscusso
il ruolo "discriminante" della venuta di Cristo per la
storia religiosa dell’umanità.
2. Egli vi battezzerà in Spirito Santo
Ora, come sempre, partiamo dalla certezza esegetica e
teologica messa in luce per venire all’oggi della nostra
vita.
Il confronto tra il Battista e Gesù si cristallizza nel
Nuovo Testamento nel confronto tra il battesimo di acqua
e il battesimo di Spirito. "Io vi ho battezzati con
acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo" (Mc
1,8; Mt 3,11; Lc 3,16).
"Io non lo
conoscevo –dice il Battista nel vangelo di Giovanni - ,
ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva
detto: L'uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo
Spirito è colui che battezza in Spirito Santo" (Gv 1,33).
E Pietro, nella casa di Cornelio:
"Mi ricordai
allora di quella parola del Signore che diceva: Giovanni
battezzò con acqua, voi invece sarete battezzati in
Spirito Santo" (At 11,16).
Che significa dire che Gesù è colui che battezza in
Spirito Santo?
L’espressione
non serve solo a distinguere il battesimo di Gesù da
quello di Giovanni;
serve a
distinguere l’intera persona e opera di Cristo da quelle
del Precursore.
In altre parole, in
tutta la sua opera Gesù è colui che battezza in Spirito
Santo. Battezzare ha qui un significato metaforico; vuol
dire inondare, avvolgere da tutte le parti, come fa
l’acqua con i corpi immersi in essa.
Gesù "battezza
in Spirito Santo" nel senso che riceve e da lo Spirito
"senza misura" (cf. Gv 3, 34), che "effonde" il suo
Spirito (At 2, 33) su tutta l’umanità redenta.
L’espressione si riferisce più all’avvenimento di
Pentecoste che al sacramento del battesimo.
"Giovanni ha
battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in
Spirito Santo, fra non molti giorni" (At 1,5),
dice Gesù agli apostoli riferendosi evidentemente alla
Pentecoste che sarebbe avvenuta di lì a pochi giorni.
L’espressione
"battezzare nello Spirito" definisce dunque l’opera
essenziale del Messia che già nei profeti dell’Antico
Testamento appare orientata a rigenerare l’umanità
mediante una grande e universale effusione dello Spirito
di Dio (cf. Gl 3, 1 ss.). Applicando tutto ciò alla vita
e al tempo della Chiesa, dobbiamo concludere che Gesù
risuscitato non battezza in Spirito Santo unicamente nel
sacramento del battesimo, ma, in modo diverso, anche in
altri momenti: nell’Eucaristia, nell’ascolto della
Parola e, in genere, in tutti i mezzi di grazia.
San Tommaso
d’Aquino scrive: "C’è una missione invisibile dello
Spirito ogni volta che si realizza un progresso nella
virtù o un aumento di grazia...; quando qualcuno passa a
una nuova attività o a un nuovo stato di grazia" [3]. La
liturgia stessa della Chiesa inculca ciò. Tutte le sue
preghiere e i suoi inni allo Spirito Santo cominciano
con il grido: "Vieni!": "Vieni o Spirito Creatore",
"Vieni, Santo Spirito". Eppure chi prega così ha gia
ricevuto una volta lo Spirito. Vuol dire che lo Spirito
è qualcosa che abbiamo ricevuto e che dobbiamo ricevere
sempre di nuovo.
3. Il battesimo nello Spirito
In
questo contesto, bisogna accennare al cosiddetto
"battesimo dello Spirito" che da un secolo è divenuto
esperienza vissuta da milioni di credenti in quasi tutte
le denominazioni cristiane. Si tratta di un rito fatto
di gesti di grande semplicità, accompagnati da
disposizioni di pentimento e di fede nella promessa di
Cristo: "Il Padre darà lo Spirito Santo a chi glielo
chiede".
È un
rinnovamento e una attivazione, non solo del battesimo e
della cresima, ma di tutti gli eventi di grazia del
proprio stato: ordinazione sacerdotale, professione
religiosa, matrimonio. L’interessato vi si prepara,
oltre che attraverso una buona confessione, partecipando
a incontri di catechesi, nei quali è rimesso in un
contatto vivo e gioioso con le principali verità e
realtà della fede: l’amore di Dio, il peccato, la
salvezza, la vita nuova, la trasformazione in Cristo, i
carismi, i frutti dello Spirito. Il tutto, in un clima
caratterizzato da profonda comunione fraterna.
A volte invece tutto avviene spontaneamente, fuori di
ogni schema e si è come "sorpresi" dallo Spirito. Un
uomo ha reso questa testimonianza: "Ero sull’aereo e
stavo leggendo l’ultimo capitolo di un libro sullo
Spirito Santo. A un certo punto, fu come se lo Spirito
Santo uscisse dalle pagine del libro ed entrasse nel mio
corpo. Lacrime presero a scendere dai miei occhi a
ruscelli. Cominciai a pregare. Ero sopraffatto da una
forza molto al di sopra di me" [4].
L’effetto più comune di questa grazia è che lo Spirito
Santo, da oggetto di fede intellettuale, più o meno
astratto, diventa un fatto di esperienza. Karl Rahner ha
scritto: "Non possiamo contestare che l’uomo possa fare
quaggiù delle esperienze di grazia, le quali gli dànno
un senso di liberazione, gli aprono orizzonti del tutto
nuovi, si imprimono profondamente in lui, lo
trasformano, plasmando, anche per lungo tempo, il suo
atteggiamento cristiano più intimo. Nulla vieta di
chiamare tali esperienze battesimo dello Spirito" [5].
Attraverso
quello che viene chiamato,
appunto,
"battesimo dello Spirito", si fa esperienza dell’unzione
dello Spirito Santo nella preghiera, del suo potere nel
ministero pastorale, della sua consolazione nella prova,
della sua guida nelle scelte. Prima ancora che nella
manifestazione dei carismi, è così che lo si percepisce:
come Spirito che trasforma interiormente, dona il gusto
della lode di Dio, apre la mente alla comprensione delle
Scritture, insegna a proclamare Gesù "Signore" e dà il
coraggio di assumersi compiti nuovi e difficili, nel
servizio di Dio e del prossimo.
Quest’anno ricorre il quarantesimo anniversario del
ritiro da cui ebbe inizio, nel 1967, il Rinnovamento
carismatico nella Chiesa cattolica che si stima abbia
raggiunto in pochi anni non meno di ottanta milioni di
cattolici. Ecco come descriveva gli effetti del
battesimo dello Spirito su si sé e sul gruppo, una delle
persone che erano presenti a quel primo ritiro:
"La nostra fede
è diventata viva; il nostro credere è diventato una
sorta di conoscere. Improvvisamente, il soprannaturale è
diventato più reale del naturale. In breve, Gesù è una
persona viva per noi… La preghiera e i sacramenti sono
diventati veramente il nostro pane quotidiano, e non
delle generiche ‘pie pratichè. Un amore per le Scritture
che io non avrei mai creduto possibile, una
trasformazione delle nostre relazioni con gli altri, un
bisogno e una forza di testimoniare al di là di ogni
aspettativa: tutto ciò è diventato parte della nostra
vita. L’esperienza iniziale del battesimo dello Spirito
non ci ha dato particolare emozione esteriore, ma la
vita è diventata soffusa di calma, di fiducia, gioia e
pace... Abbiamo cantato il Veni creator Spiritus prima
di ogni incontro, prendendo sul serio quello che
dicevamo e non siamo stati delusi...Siamo anche stati
inondati di carismi e tutto ciò ci mette in una perfetta
atmosfera ecumenica" [6].
Tutti vediamo con chiarezza che
queste sono
precisamente le cose di cui ha più bisogno oggi la
Chiesa per annunciare il vangelo a un mondo divenuto
refrattario alla fede e al soprannaturale.
Non è detto che tutti siano chiamati a sperimentare la
grazia di una nuova Pentecoste in questa modalità.
Tutti però siamo
chiamati a non rimanere al di fuori di questa "corrente
di grazia" che attraversa la Chiesa del dopo Concilio.
Giovanni XXIII
parlò, a suo tempo, di "una novella Pentecoste"; Paolo
VI è andato oltre e ha parlato di "una perenne
Pentecoste", di una Pentecoste continua. Vale la pena
riascoltare le parole da lui pronunciate durante una
udienza generale: "Ci siamo chiesti più volte ...quale
bisogno avvertiamo, primo ed ultimo, per questa nostra
Chiesa benedetta e diletta. Lo dobbiamo dire quasi
trepidanti e preganti, perché è il suo mistero e la sua
vita, voi lo sapete: lo Spirito, lo Spirito Santo,
animatore e santificatore della Chiesa, suo respiro
divino, il vento delle sue vele, suo principio
unificatore, sua sorgente interiore di luce e di forza,
suo sostegno e suo consolatore, sua sorgente di carismi
e di canti, sua pace e suo gaudio, suo pegno e preludio
di vita beata ed eterna. La Chiesa ha bisogno della sua
perenne Pentecoste; ha bisogno di fuoco nel cuore, di
parola sulle labbra, di profezia nello sguardo...Ha
bisogno, la Chiesa, di riacquistare l’ansia, il gusto e
la certezza della sua verità..." [7].
Il filosofo Heidegger concludeva la sua analisi della
società con il grido allarmato: "Solo un dio ci può
salvare". Questo Dio che ci può salvare, e che ci
salverà, noi cristiani lo conosciamo: è lo Spirito
Santo! Oggi dilaga la moda della cosiddetta aromaterapia.
Si tratta dell’utilizzo degli oli essenziali, che
emettono profumo, per il mantenimento della salute o per
la terapia di alcuni disturbi. Internet è piena di
reclami di aromaterapia. Non ci si accontenta di
promettere con essi benessere fisico come la cura dello
stress; ci sono anche i "profumi dell’anima", per
esempio il profumo per ottenere "la pace interiore".
I medici invitano a diffidare di questa pratica che non
è scientificamente accertata e che comporta anzi, in
alcuni casi, delle controindicazioni. Ma quello che
voglio dire è che
esiste una
aromaterapia sicura, infallibile, che non comporta
alcuna controindicazione: quella fatta con l’aroma
speciale, il "sacro crisma dell’anima" che è lo Spirito
Santo! Sant’Ignazio di Antiochia ha scritto: "Il Signore
ha ricevuto sul suo capo un’unzione profumata (myron)
per spirare sulla Chiesa l’incorruttibilità" [8]. Solo
se riceviamo questo "aroma" potremo essere, a nostra
volta, "il buon odore di Cristo" nel mondo (2 Cor 2,
15).
Lo Spirito Santo
è specialista soprattutto delle malattie del matrimonio
e della famiglia che sono i grandi malati di oggi. Il
matrimonio consiste nel donarsi l’uno all’altro, è il
sacramento del farsi dono. Ora lo Spirito Santo è il
dono fatto persona; è il donarsi del Padre al Figlio e
del Figlio al Padre. Dove arriva lui rinasce la capacità
di farsi dono e con essa la gioia e la bellezza di
vivere insieme per gli sposi. L’amore di Dio che egli
"effonde nei nostri cuori" ravviva ogni altra
espressione di amore e in primo luogo quello coniugale.
Lo Spirito Santo può fare davvero della famiglia, "la
principale agenzia di pace", come la definisce il Santo
Padre nel messaggio per la prossima giornata mondiale
della pace.
Ci sono esempi numerosi di matrimoni morti, risuscitati
a nuova vita dall’azione dello Spirito. Ho raccolto
proprio in questi giorni la commovente testimonianza di
una coppia che penso di far ascoltare nella puntata del
mio programma televisivo sul vangelo per la festa del
battesimo di Gesù…
Lo Spirito ravviva, naturalmente, anche la vita dei
consacrati che consiste nel fare della propria vita
un dono e
un’oblazione "di soave odore" a Dio per i fratelli (cf.
Ef 5,2).
4. La nuova profezia di Giovanni Battista
Tornando a Giovanni Battista, egli ci può illuminare su
come assolvere il nostro compito profetico nel mondo
d’oggi. Gesù definisce Giovanni Battista "più che un
profeta", ma dov'è la profezia nel suo caso? I profeti
annunciavano una salvezza futura; ma il Precursore non è
uno che annuncia una salvezza futura; egli indica uno
che è presente. In che senso allora si può chiamare
profeta? Isaia, Geremia, Ezechiele aiutavano il popolo a
oltrepassare la barriera del tempo;
Giovanni Battista aiuta il popolo ad oltrepassare la
barriera, ancora più spessa, delle apparenze contrarie,
dello scandalo, della banalità e povertà con cui l'ora
fatidica si manifesta.
È facile credere a qualcosa di grandioso, di divino,
quando si prospetta in un futuro indefinito: "in quei
giorni", "negli ultimi giorni", in una cornice cosmica,
con i cieli che stillano dolcezza e la terra che si apre
per fare germogliare il Salvatore. È più difficile
quando si deve dire:
"Eccolo! È qui!
È lui!".
Con le parole:
"In mezzo a voi c'è uno che voi non conoscete!" (Gv
1,26), Giovanni Battista ha inaugurato la nuova
profezia, quella del tempo della Chiesa, che non
consiste nell'annunciare una salvezza futura e lontana,
ma nel rivelare la presenza nascosta di Cristo nel
mondo. Nello strappare il velo dagli occhi della gente,
scuoterne l’indifferenza, ripetendo con Isaia: "C’è una
cosa nuova: proprio ora germoglia: non ve ne accorgete?"
(cf Is 43,19).
È vero che ora sono passati venti secoli e noi sappiamo,
su Gesù, molte più cose di Giovanni. Ma lo scandalo non
è rimosso. Al tempo di Giovanni lo scandalo derivava dal
corpo fisico di Gesù, dalla sua carne così simile alla
nostra, eccetto il peccato. Anche oggi è il suo corpo,
la sua carne a fare difficoltà e a scandalizzare: il suo
corpo mistico, così simile al resto dell'umanità, non
escluso, ahimé, neppure il peccato.
"La
testimonianza di Gesù - si legge nell'Apocalisse - è lo
spirito di profezia" (Ap 19,10),
cioè, per rendere testimonianza a Gesù si richiede
spirito di profezia. C'è questo spirito di profezia
nella Chiesa? Lo si coltiva? Lo si incoraggia? O si
crede, tacitamente, di poter fare a meno di esso,
puntando di più sui mezzi e gli accorgimenti umani?
Giovanni
Battista ci insegna che per essere profeti non occorre
una grande dottrina e eloquenza.
Egli non è un
grande teologo; ha una cristologia assai povera e
rudimentale. Non conosce ancora i titoli più alti di
Gesù: Figlio di Dio, Verbo e neppure quello di Figlio
dell'uomo. Ma come riesce a fare sentire la grandezza e
unicità di Cristo! Usa immagini semplicissime, da
contadino.
"Non sono degno
di sciogliere i legacci dei suoi sandali".
Il mondo e l'umanità appaiono, dalle sue parole,
contenuti dentro un vaglio che egli, il Messia, regge e
scuote nelle sue mani. Davanti a lui si decide chi sta e
chi cade, chi è grano buono e chi è pula che il vento
disperde.
Nel 1992 si tenne un ritiro sacerdotale a Monterrey in
Messico, in occasione dei 500 anni dalla prima
evangelizzazione dell’America Latina. Erano presenti
1700 sacerdoti e una settantina di vescovi. Durante
l’omelia della Messa conclusiva avevo parlato del
bisogno urgente che la Chiesa ha di profezia. Dopo la
comunione ci fu la preghiera per una nuova Pentecoste in
piccoli gruppi sparsi nella grande basilica. Io ero
rimasto sul presbiterio. A un certo punto un giovane
sacerdote mi si avvicinò in silenzio, mi si inginocchiò
davanti e con uno sguardo che non dimenticherò mai mi
disse:
"Bendígame,
Padre, quiero ser profeta de Dios!".
Benedicimi, Padre, voglio essere un profeta di Dio. Mi
venne un brivido perché vedevo che era mosso
evidentemente dalla grazia.
Potremmo con
umiltà fare nostro il desiderio di quel sacerdote:
"Voglio essere un profeta per Dio". Piccolo, sconosciuto
da tutti, non importa, ma uno che, come diceva Paolo VI,
ha "fuoco nel cuore, parola sulle labbra, profezia nello
sguardo".
Padre RANIERO
CANTALAMESSA
Note
[1] Cf. J. D.G. Dunn, Christianity in the Making, I.
Jesus remembered, Grand Rapids. Mich. 2003, parte III,
cap. 12, trad. ital. Gli albori del Cristianesimo, I, 2,
Paideia, Brescia 2006, pp. 485-496.
[2] Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Rizzoli 2007, p.
372.
[3] S. Tommaso d’Aquino, Somma teologica, I,q.43, a. 6,
ad 2.; cf. F. Sullivan, in Dict.Spir. 12, 1045.
[4] In "New Covenant"(Ann Arbor, Michigan), Giugno 1984,
p.12.
[5] K. Rahner, Erfahrung des Geistes. Meditation auf
Pfingsten, Herder, Friburgo i. Br. 1977.
[6] Testimonianza riportata in P. Gallagher Mansfield,
As by a New Pentecost, Steubenville 1992, pp. 25 s.
[7] Discorso all’udienza generale del 29 Novembre 1972
(Insegnamenti di Paolo VI, Tipografia Poliglotta
Vaticana, X, pp. 1210s.).
[8] S. Ignazio d’Antiochia, Agli Efesini 17.