S. E. Mons. Luigi Liverzani
N. 7-7-1913  +  6-5-1995

Omelia del Card. Achille Silvestrini
Basilica Cattedrale di Frascati
Esequie - 9 maggio 1995

 

        "Chi entra per la porta è il pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce" (Gv 10,2-3). Siamo nella settimana del Buon Pastore. Il Buon Pastore è Gesù. E' nel nome di Gesù, nella persona di Gesù che un Vescovo è un buon Pastore.

         Monsignor Liverzani venne a Frascati per la porta di una esperienza che era giù matura. Il 23 luglio 1939 era stato ordinato sacerdote. Andò vice parroco a Russi, poi nella parrocchia dei Servi nella città di Faenza. Dieci anni dopo era arciprete a Pieve Corleto. Ma prima, nel '45 era stato Rettore del Seminario Faentino, amatissimo. Era giovane, si poteva confondere con noi. Eppure quando parlava, quando accoglieva, quando stava nel gruppo, lo sentivamo come fratello maggiore. Fratello, perché non imponeva nulla e facevamo ogni cosa insieme; maggiore, perché la pacatezza, la serenità, la pensosità, gli davano un'autorevolezza persuasiva a cui nessuno sapeva resistere.

         Appariva naturalmente il presbitero, cioè colui che è più anziano, nella saggezza che gli veniva da una serietà interiore fatta di preghiera personale, quasi nascosta epudica, e di un dominio di sé che, innestandosi sulla radice di un innato equilibrio, era fiorito prestissimo in un grande carisma dello spirito. Tra i carismi che l'apostolo Paolo nella Prima Lettera ai Corinti enumera, c'è precisamente il "linguaggio della sapienza" (12,8). Era - dice l'apostolo - un carisma per l'utilità comune, a vantaggio di tutti i fratelli. Questa sapienza, il Vescovo Liverzani la possedette per tutta la vita e la rivelò in ogni incarico.

         Giovane vice-parroco con i giovani a Russi, ai Servi di Faenza; arciprete a Pieve Corleto e poi a Cotignola; soccorritore dei fratelli nelle giornate terribili dei bombardamenti o nelle angosce e nelle insidie nel passaggio del fronte di guerra; consigliere saggio e animatore dei laici cattolici nel momento della ricostruzione; sapiente guida dell'Azione Cattolica in tutti i suoi rami. A livello diocesano gli era stato affidato il ramo femminile.

         Anche nella cultura teologica rifulgeva la sua capacità di discernimento e di equilibrio. Non aveva studi accademici particolari, ma l'amore per lo studio ed una appassionata lettura - di scelte e varie letture! - l'avevano dotato di una preparazione organica ricca, pastosa, sempre ispirata ad un senso di ardente tensione ecclesiale. Il suo autore amato era Don Primo Mazzolari.

          Quando il Cardinal Amleto Giovanni Cicognani il 1 luglio del 1962 lo ordinò Vescovo nella Collegiata Santo Stefano a Cotignola, aveva 49 anni, tutti ricordiamo la festa e la mestizia di quel popolo. La festa perché l'arciprete era stato scelto come pastore della Chiesa, e la mestizia perché li avrebbe lasciati. "Ho lasciato - disse lui - una parrocchia amata, dove ho avuto tante prove di amore. Ho lasciato le occupazioni che mi riempivano la giornata e tanta parte della notte".

          Il 4 agosto, qui a Frascati, prendeva possesso della diocesi, primo Vescovo residenziale dopo la riforma delle diocesi suburbicarie. Nel presentarsi mite ed umile, aperto al colloquio e nello stesso tempo con chiara e solida dottrina, egli apriva alla gente il suo cuore. "Una parola sola - disse - può riassumere il mio pensiero: costruire con tutti voi una famiglia. Che la nostra famiglia possa dare a questo nostro mondo una efficace testimonianza di come si può vivere il cristianesimo". Si annunciava così la sua predicazione, piana, efficace, fatta di cose concrete, senza retorica, di un Vescovo che ha una fede solida e crede nell'amore insegnato dal Vangelo.

          Egli disse ancora in quella occasione: "Una famiglia ha bisogno di una casa. Ecco la nostra casa: la Chiesa cattedrale per la grande famiglia diocesana. Ed ogni chiesa parrocchiale per quella famiglia che è la parrocchia. Qui la vita nasce, cresce e si nutre, ritempra le forze; qui un padre prega, benedice, insegna, ammonisce, perdona; qui tutti ci ritroviamo fratelli intorno alla mensa che unisce dalla fiamma dell'amore. Che la casa sia bella - augurava - accogliente, e ad essa possiamo pensare con nostalgia quando siamo lontani, e ritrovarci in essa volentieri per incontrare i fratelli e rinsaldare i vincoli della famiglia". "Però - aggiungeva - tutto questo non basta. E' necessario uno stile di vita che deve nascere dal profondo dell'anima". E spiegava: "Da San Giovanni evangelista, che ho imparato a venerare e ad amare nella Chiesa parrocchiale di Granarolo Faentino, dove rinacqui alla vita soprannaturale e dove ho fatto le prime esperienze di vita cristiana, ho voluto prendere le parole che esprimono questo mio  pensiero (il motto): "In veritate et caritate". Oggi - diceva - amiamo dire: sincerità, lealtà, schiettezza, comprensione, rispetto, fiducia, disinteresse. Diciamo pure come vogliamo. Tuttavia le parole non debbono mutare la sostanza dei concetti, che, espressi in una formula così efficace, riassumono tutta la vita di Cristo, il quale parlò ed operò tutta la sua vita "in veritate et caritate".

             Ancora in quel giorno invitò tutti a guardare con fiducia e speranza all'imminente Concilio Ecumenico, dal quale avrebbe dovuto svilupparsi - egli disse - "la visione di una Chiesa più santa e più pura, vera famiglia dei figli di Dio". Il Concilio si aprì l'11 ottobre. Il nuovo Vescovo ogni giorno scendeva da Frascati a Roma per le sedute conciliari, giocondamente, con l'entusiasmo di un neofita. Più tardi si confidava con la sua esperienza di padre conciliare "Mentre altri Vescovi hanno dovuto faticare per ricostruire il proprio edificio intellettuale e teologico, io ho avuto la grazia di giungervi "tabula rasa" ed esso è stato l'inizio della mia formazione di Vescovo". Era il suo modo semplice, quasi schivo, alieno da protagonismi, di spiegare le cose. in realtà noi sappiamo che egli - e chi l'ha conosciuto allora lo ricorda bene - era già pronto interiormente, nell'intelletto e nel cuore, a ricevere la grande novità annunciata da Giovanni XXIII e proseguita da Paolo VI, perché l'aveva tanto attesa e desiderata.

              Come Vescovo del Concilio accoglie nel 1963 Paolo VI in visita pastorale, che nella cattedrale chiude le celebrazioni in onore di San Vincenzo Pallotti. Il Papa diceva proprio qui: "Oggi è l'ora dei laici". Con il laicato cattolico Mons. Liverzani aveva sempre avuto un rapporto intenso, già prima dell'elevazione all'episcopato. Nel '64 si moltiplicano in diocesi gli sforzi per rinnovare l'Azione Cattolica, mentre si riunisce la prima Consulta diocesana dei laici. Nel '66 sotto la guida del Vescovo si forma una commissione post-conciliare, mentre su "comunità diocesana" i suoi commenti alla Gaudium et Spes compaiono periodicamente.

              In particolare, è sempre presente e vivo alla sensibilità di Monsignore Liverzani il rapporto con i giovani. Si moltiplicano gli incontri con la Giac, con la Gioventù femminile, con la Fuci, e a Villa Campitelli si svolgono gli incontri periodici con la gioventù.

                Sono gli anni del dibattito sull'impegno del laicato e della crisi dell'associazionismo tradizionale, quelli in cui si svolge la prima visita pastorale del '68. La diocesi sperimenta anch'essa le scosse di quegli anni, trovando sempre nella mitezza e nella saggezza del Vescovo un approdo sereno ed anche coraggioso. Così, mentre a Roma si svolgono il Convegno sulle esigenze di Carità e Giustizia del '74, e nel '77 il Convegno della CEI su Evangelizzazione e Promozione Umana, a Frascati si celebra il Convegno diocesano sullo stesso tema. la composizione variegata della diocesi muove il Vescovo, su proposta dell'Azione Cattolica, a promuovere una Giornata di spiritualità e di studio delle associazioni e dei movimenti presenti nel territorio.

                   Il decennio che segue si apre nel 1980 con la seconda visita pastorale del Vescovo e con la venuta a Frascati di Giovanni Paolo II. Nell' '82, a maggio, si svolge il Congresso Eucaristico diocesano, con giornate dedicate alla catechesi, al lavoro, alla liturgia, al volontariato. Si affrontano sempre temi concreti legati alla sfida della secolarizzazione. E si susseguono altri appuntamenti diocesani in sintonia coni grandi temi che la Chiesa italiana si trova ad affrontare, come avvenne al Convegno di Loreto, fino al1987 quando prende avvio, col periodo pasquale, la campagna pastorale sul tema "Un popolo, un cammino, un pastore, un messaggio" che ritmerà i mesi dell' '87, in concomitanza con il 25° anniversario episcopale di Monsignor Liverzani, proprio per sottolineare il rapporto del pastore con il su o gregge.

                 Viene naturale ancora la parola del Vangelo di Giovanni (10,4): "Il pastore chiama le sue pecore, una per una, e le conduce fuori. E quando ha condotto fu ori tutte le sue pecore cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono perché conoscono la usa voce". Conoscono la sua voce: la voce di don Luigi Liverzani era familiare a tutti, grandi e piccoli, uomini e donne, praticanti o agnostici, di ogni età e categoria sociale.

                  Gregorio Magno, l'abbiamo letto proprio nella lettura di domenica scorsa (Omelia sui Vangeli 14,3), dice che la conoscenza precede sempre l'amore. E dice che c'è una conoscenza della fede e una conoscenza dell'amore, cioè non del solo credere ma anche dell'operare. Monsignor Liverzani aveva precisamente questa conoscenza dell'amore, che scaturiva dalla sollecitudine per ciascuno dei suoi figli, cominciando dai suoi sacerdoti, che volle sempre accanto a sé, associati alla guida pastorale della diocesi. Ognuno di loro sapeva di trovare in lui un padre attento, pronto ad accogliere, ad incoraggiare, a sostenere, a consolare.

                    Nella Regola Pastorale di Gregorio Magno è descritto il quadro compositivo della "plebs Dei" - il popolo di Dio - al quale il pastore ha il mandato di parlare e di insegnare. "I pigri e gli impulsivi, gli umili e i superbi, i litigiosi e i pacifici, i coniugati ed i celibi, i poveri e i ricchi, i dotti e gli ignoranti, i benevoli e gli invidiosi, i sani e i malati".

                      Dice Gregorio " La parola e il linguaggio del pastore debbono tener conto delle capacità di chi ascolta. La tensione spirituale della mente dei fedeli può essere paragonata alle corde tese di una cetra, vibrante al tocco magico ed esperto dell'artista. Perché non diano un suono mai discorde dal suo canto, egli le pizzica in modo diverso. E le corde danno una modulazione armoniosa perché pizzicate dallo stesso plettro, ma non con lo stesso tocco. In ugual modo,

                        Ecco: Luigi Liverzani è stato l'artista che finemente ha toccato le corde dei cuori per ricavare dalla cetra del popolo di Dio la melodia armoniosa della carità.

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Dedicato al Vescovo della mie infanzia e gioventù

 

 

Cattedrale di Frascati

Basilica Cattedrale San Pietro
Frascati (Roma)

Altare maggiore con altorilievo marmoreo di P. Ferrucci (1612)

Alle spalle dell'altare maggiore della Cattedrale vi è un grande altorilievo raffigurante "Gesù che consegna le Chiavi della Chiesa a san Pietro", opera del fiorentino Pompeo Ferrucci (1612), racchiuso tra due colonne di porfido egiziano provenienti da monumenti tuscolani di epoca classica. Ai lati: un ambone con pilastrini settecenteschi ed una fonte battesimale della stessa epoca. Il compianto Mons. Liverzani è ritratto proprio davanti all'altorilevo: si noti il particolare dei piedi di Nostro Signore, rappresentato anche come Buon Pastore, e di una pecora, alla sua sinistra ...

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