|
Omelia del Card.
Achille Silvestrini
Basilica Cattedrale di Frascati
Esequie - 9 maggio 1995
"Chi entra per la porta è il pastore delle pecore. Il
guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce" (Gv
10,2-3). Siamo nella settimana del Buon Pastore. Il Buon
Pastore è Gesù. E' nel nome di Gesù, nella persona di
Gesù che un Vescovo è un buon Pastore.
Monsignor Liverzani venne a Frascati per la porta di una
esperienza che era giù matura. Il 23 luglio 1939 era
stato ordinato sacerdote. Andò vice parroco a Russi, poi
nella parrocchia dei Servi nella città di Faenza. Dieci
anni dopo era arciprete a Pieve Corleto. Ma prima, nel
'45 era stato Rettore del Seminario Faentino,
amatissimo. Era giovane, si poteva confondere con noi.
Eppure quando parlava, quando accoglieva, quando stava
nel gruppo, lo sentivamo come fratello maggiore.
Fratello, perché non imponeva nulla e facevamo ogni cosa
insieme; maggiore, perché la pacatezza, la serenità, la
pensosità, gli davano un'autorevolezza persuasiva a cui
nessuno sapeva resistere.
Appariva naturalmente il presbitero, cioè colui
che è più anziano, nella saggezza che gli veniva da una
serietà interiore fatta di preghiera personale, quasi
nascosta epudica, e di un dominio di sé che,
innestandosi sulla radice di un innato equilibrio, era
fiorito prestissimo in un grande carisma dello spirito.
Tra i carismi che l'apostolo Paolo nella Prima Lettera
ai Corinti enumera, c'è precisamente il "linguaggio
della sapienza" (12,8). Era - dice l'apostolo - un
carisma per l'utilità comune, a vantaggio di tutti i
fratelli. Questa sapienza, il Vescovo Liverzani la
possedette per tutta la vita e la rivelò in ogni
incarico.
Giovane vice-parroco con i giovani a Russi, ai Servi di
Faenza; arciprete a Pieve Corleto e poi a Cotignola;
soccorritore dei fratelli nelle giornate terribili dei
bombardamenti o nelle angosce e nelle insidie nel
passaggio del fronte di guerra; consigliere saggio e
animatore dei laici cattolici nel momento della
ricostruzione; sapiente guida dell'Azione Cattolica in
tutti i suoi rami. A livello diocesano gli era stato
affidato il ramo femminile.
Anche nella cultura teologica rifulgeva la sua capacità
di discernimento e di equilibrio. Non aveva studi
accademici particolari, ma l'amore per lo studio ed una
appassionata lettura - di scelte e varie letture! -
l'avevano dotato di una preparazione organica ricca,
pastosa, sempre ispirata ad un senso di ardente tensione
ecclesiale. Il suo autore amato era Don Primo Mazzolari.
Quando il Cardinal Amleto Giovanni Cicognani il 1 luglio
del 1962 lo ordinò Vescovo nella Collegiata Santo
Stefano a Cotignola, aveva 49 anni, tutti ricordiamo la
festa e la mestizia di quel popolo. La festa perché
l'arciprete era stato scelto come pastore della Chiesa,
e la mestizia perché li avrebbe lasciati. "Ho lasciato -
disse lui - una parrocchia amata, dove ho avuto tante
prove di amore. Ho lasciato le occupazioni che mi
riempivano la giornata e tanta parte della notte".
Il 4 agosto, qui a Frascati, prendeva possesso della
diocesi, primo Vescovo residenziale dopo la riforma
delle diocesi suburbicarie. Nel presentarsi mite ed
umile, aperto al colloquio e nello stesso tempo con
chiara e solida dottrina, egli apriva alla gente il suo
cuore. "Una parola sola - disse - può riassumere il mio
pensiero: costruire con tutti voi una famiglia. Che la
nostra famiglia possa dare a questo nostro mondo una
efficace testimonianza di come si può vivere il
cristianesimo". Si annunciava così la sua predicazione,
piana, efficace, fatta di cose concrete, senza retorica,
di un Vescovo che ha una fede solida e crede nell'amore
insegnato dal Vangelo.
Egli disse ancora in quella occasione: "Una famiglia ha
bisogno di una casa. Ecco la nostra casa: la Chiesa
cattedrale per la grande famiglia diocesana. Ed ogni
chiesa parrocchiale per quella famiglia che è la
parrocchia. Qui la vita nasce, cresce e si nutre,
ritempra le forze; qui un padre prega, benedice,
insegna, ammonisce, perdona; qui tutti ci ritroviamo
fratelli intorno alla mensa che unisce dalla fiamma
dell'amore. Che la casa sia bella - augurava -
accogliente, e ad essa possiamo pensare con nostalgia
quando siamo lontani, e ritrovarci in essa volentieri
per incontrare i fratelli e rinsaldare i vincoli della
famiglia". "Però - aggiungeva - tutto questo non basta.
E' necessario uno stile di vita che deve nascere dal
profondo dell'anima". E spiegava: "Da San Giovanni
evangelista, che ho imparato a venerare e ad amare nella
Chiesa parrocchiale di Granarolo Faentino, dove rinacqui
alla vita soprannaturale e dove ho fatto le prime
esperienze di vita cristiana, ho voluto prendere le
parole che esprimono questo mio pensiero (il
motto): "In veritate et caritate". Oggi - diceva -
amiamo dire: sincerità, lealtà, schiettezza,
comprensione, rispetto, fiducia, disinteresse. Diciamo
pure come vogliamo. Tuttavia le parole non debbono
mutare la sostanza dei concetti, che, espressi in una
formula così efficace, riassumono tutta la vita di
Cristo, il quale parlò ed operò tutta la sua vita "in
veritate et caritate".
Ancora in quel giorno invitò tutti a guardare con
fiducia e speranza all'imminente Concilio Ecumenico, dal
quale avrebbe dovuto svilupparsi - egli disse - "la
visione di una Chiesa più santa e più pura, vera
famiglia dei figli di Dio". Il Concilio si aprì l'11
ottobre. Il nuovo Vescovo ogni giorno scendeva da
Frascati a Roma per le sedute conciliari, giocondamente,
con l'entusiasmo di un neofita. Più tardi si confidava
con la sua esperienza di padre conciliare "Mentre altri
Vescovi hanno dovuto faticare per ricostruire il proprio
edificio intellettuale e teologico, io ho avuto la
grazia di giungervi "tabula rasa" ed esso è stato
l'inizio della mia formazione di Vescovo". Era il suo
modo semplice, quasi schivo, alieno da protagonismi, di
spiegare le cose. in realtà noi sappiamo che egli - e
chi l'ha conosciuto allora lo ricorda bene - era già
pronto interiormente, nell'intelletto e nel cuore, a
ricevere la grande novità annunciata da Giovanni XXIII e
proseguita da Paolo VI, perché l'aveva tanto attesa e
desiderata.
Come Vescovo del Concilio accoglie nel 1963 Paolo VI in
visita pastorale, che nella cattedrale chiude le
celebrazioni in onore di San Vincenzo Pallotti. Il Papa
diceva proprio qui: "Oggi è l'ora dei laici". Con il
laicato cattolico Mons. Liverzani aveva sempre avuto un
rapporto intenso, già prima dell'elevazione
all'episcopato. Nel '64 si moltiplicano in diocesi gli
sforzi per rinnovare l'Azione Cattolica, mentre si
riunisce la prima Consulta diocesana dei laici. Nel '66
sotto la guida del Vescovo si forma una commissione
post-conciliare, mentre su "comunità diocesana" i suoi
commenti alla Gaudium et Spes compaiono
periodicamente.
In particolare, è sempre presente e vivo alla
sensibilità di Monsignore Liverzani il rapporto con i
giovani. Si moltiplicano gli incontri con la Giac, con
la Gioventù femminile, con la Fuci, e a Villa Campitelli
si svolgono gli incontri periodici con la gioventù.
Sono gli anni del dibattito sull'impegno del laicato e
della crisi dell'associazionismo tradizionale, quelli in
cui si svolge la prima visita pastorale del '68. La
diocesi sperimenta anch'essa le scosse di quegli anni,
trovando sempre nella mitezza e nella saggezza del
Vescovo un approdo sereno ed anche coraggioso. Così,
mentre a Roma si svolgono il Convegno sulle esigenze di
Carità e Giustizia del '74, e nel '77 il Convegno della
CEI su Evangelizzazione e Promozione Umana, a Frascati
si celebra il Convegno diocesano sullo stesso tema. la
composizione variegata della diocesi muove il Vescovo,
su proposta dell'Azione Cattolica, a promuovere una
Giornata di spiritualità e di studio delle associazioni
e dei movimenti presenti nel territorio.
Il decennio che segue si apre nel 1980 con la seconda
visita pastorale del Vescovo e con la venuta a Frascati
di Giovanni Paolo II. Nell' '82, a maggio, si svolge il
Congresso Eucaristico diocesano, con giornate dedicate
alla catechesi, al lavoro, alla liturgia, al
volontariato. Si affrontano sempre temi concreti legati
alla sfida della secolarizzazione. E si susseguono altri
appuntamenti diocesani in sintonia coni grandi temi che
la Chiesa italiana si trova ad affrontare, come avvenne
al Convegno di Loreto, fino al1987 quando prende avvio,
col periodo pasquale, la campagna pastorale sul tema "Un
popolo, un cammino, un pastore, un messaggio" che
ritmerà i mesi dell' '87, in concomitanza con il 25°
anniversario episcopale di Monsignor Liverzani, proprio
per sottolineare il rapporto del pastore con il su o
gregge.
Viene naturale ancora la parola del Vangelo di Giovanni
(10,4): "Il pastore chiama le sue pecore, una per una, e
le conduce fuori. E quando ha condotto fu ori tutte le
sue pecore cammina innanzi a loro, e le pecore lo
seguono perché conoscono la usa voce". Conoscono la sua
voce: la voce di don Luigi Liverzani era familiare a
tutti, grandi e piccoli, uomini e donne, praticanti o
agnostici, di ogni età e categoria sociale.
Gregorio Magno, l'abbiamo letto proprio nella lettura di
domenica scorsa (Omelia sui Vangeli 14,3), dice che la
conoscenza precede sempre l'amore. E dice che c'è una
conoscenza della fede e una conoscenza dell'amore, cioè
non del solo credere ma anche dell'operare. Monsignor
Liverzani aveva precisamente questa conoscenza
dell'amore, che scaturiva dalla sollecitudine per
ciascuno dei suoi figli, cominciando dai suoi sacerdoti,
che volle sempre accanto a sé, associati alla guida
pastorale della diocesi. Ognuno di loro sapeva di
trovare in lui un padre attento, pronto ad accogliere,
ad incoraggiare, a sostenere, a consolare.
Nella Regola Pastorale di Gregorio Magno è descritto il
quadro compositivo della "plebs Dei" - il popolo di Dio
- al quale il pastore ha il mandato di parlare e di
insegnare. "I pigri e gli impulsivi, gli umili e i
superbi, i litigiosi e i pacifici, i coniugati ed i
celibi, i poveri e i ricchi, i dotti e gli ignoranti, i
benevoli e gli invidiosi, i sani e i malati".
Dice Gregorio " La parola e il linguaggio del pastore
debbono
tener conto delle capacità di chi ascolta. La tensione
spirituale della mente dei fedeli può essere paragonata
alle corde tese di una cetra, vibrante al tocco magico
ed esperto dell'artista. Perché non diano un suono mai
discorde dal suo canto, egli le pizzica in modo diverso.
E le corde danno una modulazione armoniosa perché
pizzicate dallo stesso plettro, ma non con lo stesso
tocco. In ugual modo,
Ecco: Luigi Liverzani è stato l'artista che finemente
ha toccato le corde dei cuori per ricavare dalla cetra
del popolo di Dio la melodia armoniosa della carità.
---°---
Dedicato al
Vescovo della mie infanzia e gioventù

|