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Diario 1941-1943
(1),
scoperto e pubblicato quarant'anni
dopo la tua morte, non c'è
soltanto la storia della
"ragazza che non sapeva
inginocchiarsi". C'è l'universo
di ieri e di oggi, quello in cui
è trascorsa come una meteora la
tua breve esistenza, quello
attuale, dove le scintille
incandescenti del tuo corpo
andato "in fumo" continuano a
incendiare le nostre storie di
donne del terzo millennio. Chi
ha il privilegio e l'immensa
fortuna di incontrarti ti
convoca nelle sue giornate per
camminare mano nella mano. Non
ti abbandona più. Mette i piedi
dove li hai messi tu, ascolta
attraverso di te le voci
nascoste nel profondo della
propria anima e della propria
mente. E non si sente più solo,
ma difeso, incoraggiato.
Soprattutto amato.
L'ho verificato mentre percorrevo le strade del mondo alla ricerca
di donne nelle quali ogni volta
ritrovavo la tua presenza, Donne
che avevano raccolto il tuo
testimone, anche se non ti
conoscevano. Hai scritto nel
luglio 1942: "La vita e la
morte, il dolore e la gioia, le
vesciche ai piedi, estenuati dal
camminare e il gelsomino dietro
la casa, le persecuzioni, le
innumerevoli atrocità, tutto,
tutto è in me come un unico,
potente insieme, e come tale lo
accetto e comincio a capirlo
sempre meglio - così per me
stessa, senza riuscire ancora a
spiegarlo agli altri. Mi
piacerebbe vivere abbastanza a
lungo per poterlo fare, e se
questo mi sarà concesso, bene,
allora qualcun altro lo farà al
posto mio, continuerà la mia
vita dove è rimasta interrotta.
Ho il dovere di vivere nel modo
migliore e con la massima
convinzione, sino all'ultimo
respiro: allora il mio
successore non dovrà più
ricominciare tutto da capo, e
con tanta fatica. Non è anche
questa un'azione per i posteri?"
Le amiche che ho incontrato e di
cui racconto le storie in questo
libro, nato nelle pieghe e nelle
trincee dei miei terribili e
stupendi anni, sono quel
successore. Per quell'intesa
misteriosa che si crea fra le
generazioni femminili,
continuano a essere quello che
tu sei stata, "un balsamo per
tante ferite". Ma è nei
tanti, piccoli e grandi
particolari della tua vicenda
umana e interiore, è nella
scansione delle ore e dei giorni
difficili che tu, giovane ebrea
olandese, hai trascorso nella
Amsterdam, schiacciata e
insanguinata dai nazisti, che ho
rintracciato legami e
coincidenze con queste mie
amiche carissime e con la mia
stessa vita. Tu che, mentre
assistevi con il cuore che ti
scoppiava alla partenza dei
convogli piombati per la
Polonia, riuscivi a proclamare
con convinzione e senza ombra di
retorica "che la vita è bella".
Tu che sei partita da Westerbork
per Auschwitz cantando con i
tuoi genitori e fratelli,
scegliendo di condividerne il
tragico destino al quale avresti
potuto sottrarti.(2)
"La vita è bella". Quante volte
me lo hanno ripetuto le
protagoniste del mio libro sul
campo delle loro battaglie che,
come le tue, erano circondate da
uno scenario di morte, di
violenza e di angosce. Quante
volte ho sentito la tua voce
sovrapporsi alle loro in questa
affermazione che mi lasciava
stordita perché accendeva la
speranza dove non c'era più
speranza umana, dove tutto era
buio e minaccia. Questa frase
l'hai scritta anche quando, nel
giugno del '42, hai saputo che
700.000 ebrei erano già morti in
Germania e nei territori
occupati: "... eppure non
riesco a trovare assurda la
vita. E Dio non è nemmeno
responsabile verso di noi per le
assurdità che noi stessi
commettiamo: i responsabili
siamo noi! Sono già morta mille
volte in mille campi di
concentramento. So tutto quanto
e non mi preoccupo più per le
notizie future: in un modo o
nell'altro, so già tutto. Eppure
trovo questa vita bella e ricca
di significato. Ogni minuto."
Anche le mie madri, mogli, figlie e sorelle, che hanno vissuto e
ancora vivono una tragica sorte,
che rischiano ogni giorno di
morire o assistono impotenti
alle stragi dei loro cari,
all'olocausto della propria
gente, non hanno mai rinnegato
la vita. In Africa come in
America Latina, in Asia come in
Europa. L'amano e la difendono
come una scommessa che vale
sempre la pena di fare. Sono
pazze o hanno scoperto un
segreto che permette di guardare
negli occhi il male con la
certezza che non vincerà? Chi le
incontra s'innamora di loro.
Come si sono innamorati di te
gli uomini che furono i tuoi
amanti. In particolare quel
Julius Spier che ha risvegliato
Dio in te, negli incontri
brucianti che hanno scandito la
vostra relazione amorosa. E'
stato l'intermediario fra la
terra e il cielo dal quale ti
eri allontanata. Ti ha condotta
per mano nelle profondità del
tuo io e del tuo mondo
interiore.
Ma allora qual'è il vostro segreto vincente? E' nell'avere
praticato, e nel praticare,
nello sfacelo che vi circonda un
"altruismo radicale", nel
colloquiare ininterrottamente
con Dio. Tu lo frequentavi poco,
prima degli ultimi due anni.
Eri, per tua confessione, una
"ragazza che non sapeva
inginocchiarsi". Hai
imparato a farlo sul tappeto di
cocco di una disordinata camera
da bagno quando hai scoperto,
grazie a Spier, che dentro di te
c'era una sorgente molto
profonda. E in quella sorgente
c'era Dio: "... a volte
riesco a raggiungerla, più
sovente essa è coperta da pietre
e sabbia: allora Dio è sepolto.
Allora bisogna dissotterrarlo di
nuovo...".
Dio e gli altri. Sono i due capi del filo, Etty, che legano la tua
profetica storia a quelle delle
mie profetiche donne e che
ritrovo nelle tue parole scritte
un mese prima della partenza per
Auschwitz: "Mi hai resa così
ricca, mio Dio, lasciami anche
dispensare agli altri a piene
mani. La mia vita è diventata un
colloquio ininterrotto con te,
mio Dio, un unico grande
colloquio. A volte quando sto in
un angolino del campo, i miei
piedi piantati sulla tua terra,
i miei occhi rivolti al cielo,
le lacrime mi scorrono sulla
faccia, lacrime che sgorgano da
una profonda emozione e
riconoscenza. Anche di sera,
quando sono coricata nel mio
letto e riposo in te, mio Dio,
lacrime di riconoscenza mi
scorrono sulla faccia e questa è
la mia preghiera".
Il tuo misticismo non si esaurisce nella contemplazione solitaria,
ti porta diretto all'azione, a
incontrare quel Dio al quale
"si dovrebbero scrivere le
uniche lettere d'amore".
E' diventato lui la tua unica
inossidabile forza: "...
quando la burrasca sarà troppo
forte e non saprò più come
uscirne, mi rimarranno sempre
due mani giunte e un ginocchio
piegato. E' un gesto che a noi
ebrei non è stato tramandato di
generazione in generazione. Ho
dovuto impararlo a fatica".
Anche le mie amiche,
quando non ce la fanno più, si
buttano nelle braccia di Dio.
Nei paesi della guerra, accanto
a un bimbo che muore di Aids, di
talassemia, a una madre
deturpata dalla lebbra, dinanzi
alle stragi e alle torture,
accanto a una figlia che si è
uccisa, nelle baraccopoli del
mondo dove morire non fa
notizia, nelle stazioni delle
tante viae crucis dove
hanno scelto di sostare e di
vivere per sempre.
Cattoliche, protestanti, ebree, credenti e anche non credenti, lo
invocano come unico sostegno e
speranza. Sono donne che, come
te, hanno spezzato il loro corpo
come se fosse pane e l'hanno
distribuito agli uomini "così
affamati e da tanto tempo".
Siete delle eucaristie viventi.
Vi unisce la sofferenza che
cancella limiti, confini,
estrazioni sociali, diversità
culturali e religiose. Che non
ha età o luoghi geografici, Ciò
che conta è compiere in modo
gratuito e amoroso le mille
piccole azioni di ogni giorno e
insieme "ricondurre a un
unico centro, a un profondo
sentimento di disponibilità e di
amore". Sono parole tue, ma
anche delle mie amiche, pur
espresse con vocaboli e lingue
diverse.
Questa
consapevolezza di far parte di
un tutto, di un destino
universale che supera i limiti
individuali, è un altro motivo
di forza che ti ha aiutata a
superare i passaggi difficili, i
momenti di smarrimento: "Un
barlume di eternità filtra
sempre più nelle mie piccole
azioni e percezioni quotidiane.
Io non sono sola nella mia
stanchezza, malattia, tristezza
o paura, ma sono insieme con
milioni di persone, di tanti
secoli: anche questo fa parte
delle vita che è pur bella e
ricca di significato nella sua
assurdità, se vi si fa posto per
tutto e se la si sente come
un'unità indivisibile".
Fra quei
milioni di persone c'è,
affollatissima, la "compagnia
delle donne" che, tenendosi
idealmente per mano, hanno
attraversato e attraverseranno i
secoli futuri con il coraggio
che sale dalle loro viscere e
dal loro utero, anche da quello
che non partorisce fisicamente.
Che lottano per la pace e la
sopravvivenza, dopo avere
capito, come tu hai scritto, che
"la vita è difficile ma non è
grave. Dobbiamo cominciare a
prendere sul serio il nostro
lato serio, il resto verrà
allora da sé...Una pace futura
potrà essere veramente solo se
prima sarà stata trovata da
ognuno in sé stesso - se ogni
uomo si sarà liberato dall'odio
contro il prossimo, di qualunque
razza o popolo, se avrà superato
questo odio e l'avrà trasformato
in qualcosa di diverso, forse
alla lunga in amore, se non è
chiedere troppo. E' l'unica
soluzione possibile".
Queste tue parole, cara Etty, mi hanno accompagnato in questo lungo
viaggio nei continenti dove ho
ritrovato tutte le tue orme
nella vita e nel cuore di tante
donne. Vi unisce una catena di
"miracoli" che hanno cambiato, e
cambiano, il mondo:
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Mariapia Bonanate
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