Introduzione
Lettera a Etty Hillesum
La ragazza che non sapeva
inginocchiarsi

   Carissima Etty,

   da quando siamo diventate amiche intime (si può diventare amica di una ragazza di 29 anni, gasata ad Auschwitz nel 1943? Si può. eccome), mi accade spesso di interrompere le mie giornate e le ore insonni della notte per venire a nutrirmi delle tue parole. Ogni frase che hai scritto, ogni gesto che hai compiuto in quei felici e tragici ultimi due anni della tua vita, sono per me un o spazio di meditazione. Una linfa che mi scorre dentro, scende fin nelle viscere. Sono il mio Salterio quotidiano che ho messo accanto a quello dei Salmi. Nelle pagine del tuo

  Diario 1941-1943 (1), scoperto e pubblicato quarant'anni dopo la tua morte, non c'è soltanto la storia della "ragazza che non sapeva inginocchiarsi". C'è l'universo di ieri e di oggi, quello in cui è trascorsa come una meteora la tua breve esistenza, quello attuale, dove le scintille incandescenti del tuo corpo andato "in fumo" continuano a incendiare le nostre storie di donne del terzo millennio. Chi ha il privilegio e l'immensa fortuna di incontrarti ti convoca nelle sue giornate per camminare mano nella mano. Non ti abbandona più. Mette i piedi dove li hai messi tu, ascolta attraverso di te le voci nascoste nel profondo della propria anima e della propria mente. E non si sente più solo, ma difeso, incoraggiato. Soprattutto amato.

   L'ho verificato mentre percorrevo le strade del mondo alla ricerca di donne nelle quali ogni volta ritrovavo la tua presenza, Donne che avevano raccolto il tuo testimone, anche se non ti conoscevano. Hai scritto nel luglio 1942: "La vita e la morte, il dolore e la gioia, le vesciche ai piedi, estenuati dal camminare e il gelsomino dietro la casa, le persecuzioni, le innumerevoli atrocità, tutto, tutto è in me come un unico, potente insieme, e come tale lo accetto e comincio a capirlo sempre meglio - così per me stessa, senza riuscire ancora a spiegarlo agli altri. Mi piacerebbe vivere abbastanza a lungo per poterlo fare, e se questo mi sarà concesso, bene, allora qualcun altro lo farà al posto mio, continuerà la mia vita dove è rimasta interrotta. Ho il dovere di vivere nel modo migliore e con la massima convinzione, sino all'ultimo respiro: allora il mio successore non dovrà più ricominciare tutto da capo, e con tanta fatica. Non è anche questa un'azione per i posteri?"

   Le amiche che ho incontrato e di cui racconto le storie in questo libro, nato nelle pieghe e nelle trincee dei miei terribili e stupendi anni, sono quel successore. Per quell'intesa misteriosa che si crea fra le generazioni femminili, continuano a essere quello che tu sei stata, "un balsamo per tante ferite". Ma è nei tanti, piccoli e grandi particolari della tua vicenda umana e interiore, è nella scansione delle ore e dei giorni difficili che tu, giovane ebrea olandese, hai trascorso nella Amsterdam, schiacciata e insanguinata dai nazisti, che ho rintracciato legami e coincidenze con queste mie amiche carissime e con la mia stessa vita. Tu che, mentre assistevi con il cuore che ti scoppiava alla partenza dei convogli piombati per la Polonia, riuscivi a proclamare con convinzione e senza ombra di retorica "che la vita è bella". Tu che sei partita da Westerbork per Auschwitz cantando con i tuoi genitori e fratelli, scegliendo di condividerne il tragico destino al quale avresti potuto sottrarti.(2)
   "La vita è bella". Quante volte me lo hanno ripetuto le protagoniste del mio libro sul campo delle loro battaglie che, come le tue, erano circondate da uno scenario di morte, di violenza e di angosce. Quante volte ho sentito la tua voce sovrapporsi alle loro in questa affermazione che mi lasciava stordita perché accendeva la speranza dove non c'era più speranza umana, dove tutto era buio e minaccia. Questa frase l'hai scritta anche quando, nel giugno del '42, hai saputo che 700.000 ebrei erano già morti in Germania e nei territori occupati: "... eppure non riesco a trovare assurda la vita. E Dio non è nemmeno responsabile verso di noi per le assurdità che noi stessi commettiamo: i responsabili siamo noi! Sono già morta mille volte in mille campi di concentramento. So tutto quanto e non mi preoccupo più per le notizie future: in un modo o nell'altro, so già tutto. Eppure trovo questa vita bella e ricca di significato. Ogni minuto."
   Anche le mie madri, mogli, figlie e sorelle, che hanno vissuto e ancora vivono una tragica sorte, che rischiano ogni giorno di morire o assistono impotenti alle stragi dei loro cari, all'olocausto della propria gente, non hanno mai rinnegato la vita. In Africa come in America Latina, in Asia come in Europa. L'amano e la difendono come una scommessa che vale sempre la pena di fare. Sono pazze o hanno scoperto un segreto che permette di guardare negli occhi il male con la certezza che non vincerà? Chi le incontra s'innamora di loro. Come si sono innamorati di te gli uomini che furono i tuoi amanti. In particolare quel Julius Spier che ha risvegliato Dio in te, negli incontri brucianti che hanno scandito la vostra relazione amorosa. E' stato l'intermediario fra la terra e il cielo dal quale ti eri allontanata. Ti ha condotta per mano nelle profondità del tuo io e del tuo mondo interiore.
   Ma allora qual'è il vostro segreto vincente? E' nell'avere praticato, e nel praticare, nello sfacelo che vi circonda un "altruismo radicale", nel colloquiare ininterrottamente con Dio. Tu lo frequentavi poco, prima degli ultimi due anni. Eri, per tua confessione, una "ragazza che non sapeva inginocchiarsi". Hai imparato a farlo sul tappeto di cocco di una disordinata camera da bagno quando hai scoperto, grazie a Spier, che dentro di te c'era una sorgente molto profonda. E in quella sorgente c'era Dio: "... a volte riesco a raggiungerla, più sovente essa è coperta da pietre e sabbia: allora Dio è sepolto. Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo...".
   Dio e gli altri. Sono i due capi del filo, Etty, che legano la tua profetica storia a quelle delle mie profetiche donne e che ritrovo nelle tue parole scritte un mese prima della partenza per Auschwitz: "Mi hai resa così ricca, mio Dio, lasciami anche dispensare agli altri a piene mani. La mia vita è diventata un colloquio ininterrotto con te, mio Dio, un unico grande colloquio. A volte quando sto in un angolino del campo, i miei piedi piantati sulla tua terra, i miei occhi rivolti al cielo, le lacrime mi scorrono sulla faccia, lacrime che sgorgano da una profonda emozione e riconoscenza. Anche di sera, quando sono coricata nel mio letto e riposo in te, mio Dio, lacrime di riconoscenza mi scorrono sulla faccia e questa è la mia preghiera".
   Il tuo misticismo non si esaurisce nella contemplazione solitaria, ti porta diretto all'azione, a incontrare quel Dio al quale "si dovrebbero scrivere le uniche lettere d'amore". E' diventato lui la tua unica inossidabile forza: "... quando la burrasca sarà troppo forte e non saprò più come uscirne, mi rimarranno sempre due mani giunte e un ginocchio piegato. E' un gesto che a noi ebrei non è stato tramandato di generazione in generazione. Ho dovuto impararlo a fatica".

   Anche le mie amiche, quando non ce la fanno più, si buttano nelle braccia di Dio. Nei paesi della guerra, accanto a un bimbo che muore di Aids, di talassemia, a una madre deturpata dalla lebbra, dinanzi alle stragi e alle torture, accanto a una figlia che si è uccisa, nelle baraccopoli del mondo dove morire non fa notizia, nelle stazioni delle tante viae crucis dove hanno scelto di sostare e di vivere per sempre.
   Cattoliche, protestanti, ebree, credenti e anche non credenti, lo invocano come unico sostegno e speranza. Sono donne che, come te, hanno spezzato il loro corpo come se fosse pane e l'hanno distribuito agli uomini "così affamati e da tanto tempo". Siete delle eucaristie viventi. Vi unisce la sofferenza che cancella limiti, confini, estrazioni sociali, diversità culturali e religiose. Che non ha età o luoghi geografici, Ciò che conta è compiere in modo gratuito e amoroso le mille piccole azioni di ogni giorno e insieme "ricondurre a un unico centro, a un profondo sentimento di disponibilità e di amore". Sono parole tue, ma anche delle mie amiche, pur espresse con vocaboli e lingue diverse.
   Questa consapevolezza di far parte di un tutto, di un destino universale che supera i limiti individuali, è un altro motivo di forza che ti ha aiutata a superare i passaggi difficili, i momenti di smarrimento: "Un barlume di eternità filtra sempre più nelle mie piccole azioni e percezioni quotidiane. Io non sono sola nella mia stanchezza, malattia, tristezza o paura, ma sono insieme con milioni di persone, di tanti secoli: anche questo fa parte delle vita che è pur bella e ricca di significato nella sua assurdità, se vi si fa posto per tutto e se la si sente come un'unità indivisibile".

   Fra quei milioni di persone c'è, affollatissima, la "compagnia delle donne" che, tenendosi idealmente per mano, hanno attraversato e attraverseranno i secoli futuri con il coraggio che sale dalle loro viscere e dal loro utero, anche da quello che non partorisce fisicamente. Che lottano per la pace e la sopravvivenza, dopo avere capito, come tu hai scritto, che "la vita è difficile ma non è grave. Dobbiamo cominciare a prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà allora da sé...Una pace futura potrà essere veramente solo se prima sarà stata trovata da ognuno in sé stesso - se ogni uomo si sarà liberato dall'odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato questo odio e l'avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore, se non è chiedere troppo. E' l'unica soluzione possibile".

   Queste tue parole, cara Etty, mi hanno accompagnato in questo lungo viaggio nei continenti dove ho ritrovato tutte le tue orme nella vita e nel cuore di tante donne. Vi unisce una catena di "miracoli" che hanno cambiato, e cambiano, il mondo:

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                                                                                     Mariapia Bonanate
  

  

 
Mariapia Bonanate, sposata con tre figli, vive a Torino. È condirettore del settimanale nazionale «Il nostro tempo». Fra le sue opere pubblicate: Perché il dolore nel mondo?; Il Vangelo secondo una donna; Suore, da cui il regista Dino Risi ha tratto il film televisivo Missione d’amore; Preti, una ricerca dei dodici apostoli per le strade del mondo.
 


 

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