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(tratto dal
libro "La vita in Cristo",
Ed. Ancora, di P. Raniero Cantalamessa)
espressione
AMORE DI DIO ha due accezioni molto diverse tra loro: una in cui
Dio è oggetto e l'altra in cui Dio è soggetto; una che indica il
nostro amore per Dio e l'altra che indica l'amore di Dio per noi.
La ragione umana, incline per natura più a essere attiva che a
essere passiva, ha sempre dato la precedenza al primo
significato, cioè al "dovere" amare Dio. Anche la predicazione
cristiana spesso ha seguito questa via, parlando, in certe
epoche, quasi solo del "comandamento" di amare Dio e dei gradi
di questo amore. Ma la rivelazione dà la precedenza al secondo
significato: all'amore "di" Dio, non all'amore "per" Dio.
Aristotele diceva che Dio muove il mondo "in quanto è amato". Ma
la Bibbia dice esattamente il contrario e cioè che Dio crea e
muove il mondo in quanto ama il mondo. La cosa più importante, a
proposito dell'amore di Dio, non è dunque che l'uomo ama Dio, ma
che Dio ama l'uomo, e lo ama per primo: "In questo sta
l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio ma è lui che ha amato
noi" (1 Gv 4,10).
Tutta la Bibbia, osserva sant'Agostino, non fa che narrare
l'amore di Dio. L'amore di Dio è la risposta ultima a tutti
i "perchè" della Bibbia: perchè la creazione, perchè
l'incarnazione, perchè la redenzione...Tutto ciò che Dio fa
e dice nella Bibbia è amore, anche la "collera di Dio" non è
altro che amore. Dio è AMORE!
Dio
ci parla del suo amore nei profeti, servendosi anzitutti
dell'immagine dell'amore paterno. Dice in Osea: "Quando
Istraele era giovinetto io l'ho amato...A Efraim io insegnavo a
camminare tenendolo per mano. Io li traevo con legami di bontà,
con vincoli d'amore; ero per loro come chi solleva un bimbo alla
sua guancia, mi chinavo su di lui per dargli da mangiare" (Os
11,14). Sono immagini familiari che ognuno ha forse
tante volte contemplato nella vita. Ora però, per un misterioso
potere che i simboli possiedono quando sono assunti a
significare le cose di Dio, queste immagini diventano capaci di
suscitare nell'uomo il sentimento vivo dell'amore paterno di
DIo. Il popolo - continua Osea - è duro a convertirsi; più Dio
attira gli uomini a sè, più essi non comprendono e si rivolgono
agli idoli. Che cosa deve fare Dio in questa situazione?
Abbandonarli? Distruggerli? Dio rende partecipe il profeta del
suo intimo dramma, di una specie di "debolezza" e di impotenza
in cui egli si trova a causa del suo sviscerato amore per la
creatura. Dio prova un "tuffo al cuore" al pensiero che il suo
popolo possa essere distrutto: "Il mio cuore si
commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. Io
sono Dio, non uomo" (Os 11,8-9). Un uomo potrebbe dare
sfogo all'ardore della sua ira e normalmente lo fa, ma Dio no,
perché egli è "santo", è diverso; se anche noi siamo infedeli,
egli rimane fedele perché non può rinnegare se stesso.
L'amore di Dio si esprime dunque in questi oracoli
contemporaneamente come amore paterno e materno.
L'amore paterno è
fatto di stimolo e di sollecitudine; il padre vuol far
crescere il suo bambino e portarlo alla piena maturità. Per
questo un papà difficilmente loderà incondizionatamente il
figlio in sua presenza: ha paura che si creda arrivato e che
non progredisca più. Al contrario, egli corregge spesso il
figlio: "Qual figlio - è scritto -
che non è corretto dal padre?" (Eb 12,7) e anche il
Signore "corregge colui che ama" (Eb 12,6).
Ma non solo questo. Il padre è anche colui che dà sicurezza,
che protegge, e Dio si presenta all'uomo, lungo tutta la
Bibbia, come la "sua roccia, il suo baluardo e la
sua potente salvezza" (Sal 18, 2-3).
L'amore materno
invece è fatto di accoglienza e di tenerezza; è un amore "viscerale";
parte dalle profonde fibre dell'essere della madre, là dove
la creatura si è formata, e di lì afferra tutta la sua
persona facendola "fremere di compassione". Qualunque cosa,
anche terribile, abbia fatto un figlio, se torna, la prima
reazione della madre è sempre quella di aprirgli le braccia
e di accoglierlo. Se un figlio, fuggito di casa, torna, è la
madre a dover supplicare e convincere il papà a
riaccoglierlo e a non muovergli troppi rimproveri.
Nell'ambito umano, questi due tipi di amore, virile e
materno, sono sempre, più o meno nettamente, ripartiti; iin
Dio sono uniti. Ecco perché l'amore di Dio si esprime,
talvolta, anche esplicitamente con l'immagine dell'amore
materno:"Si dimentica forse una donna del suo bambino, così
da non commuoversi per il frutto delle sue viscere?" (Is
49,15). "Come una madre consola il figlio, così io vi
consolerò" (Is 66,13).
Nella
parabola del figliol prodigo, Gesù ha riunito, nella figura del
padre, i tratti di questo Dio che è contemporaneamente padre e
madre. Anzi, il padre della parabola è più madre che padre...
Dio, dunque ha anche l'animo di una madre che ama "con debolezza".
Rivelando il suo amore, Dio rivela, contemporaneamente,
anche la sua umiltà.
E' lui, infatti, che cerca l'uomo, che cede, che
perdona ed è pronto sempre a ricominciare da capo.
Innamorarsi è sempre un atto di umiltà. Quando un giovane,
in ginocchio, come avveniva una volta, chiede la mano di una
ragazza, fa il più radicale atto di umiltà della sua vita.
Si fa mendicante; è come se dicesse: "Dammi anche il tuo
essere, perché il mio non mi basta; io non basto a me stesso!".
Ma Dio perchè si umilia? Ha forse bisogno di qualcosa? No;
al contrario, il suo amore è pura gratuità: egli ama non per
completarsi, ma per completare, non per realizzarsi, ma per
realizzare. Ama perché il bene "ama diffondersi". Questa è
la qualità unica e irripetibile dell'amore di Dio. Dio,
amando, non cerca nemmeno la sua gloria; o meglio, cerca, sì,
la sua gloria, ma questa gloria non è altro che quella di
amare l'uomo gratuitamente.
Dio
ama perché è amore; la sua è una gratuita necessità e una
necessaria gratuità. Di fronte all'insondabile mistero di questo
amore di Dio, si capisce lo stupore del Salmista che si domanda:
"Ma cosa è mai l'uomo, o Dio, perché tu te ne ricordi e il
figlio dell'uomo perché te ne prendi tanta cura?" (Sal 8,5).
Padre Raniero
Cantalamessa
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