Nelle tre serate di preparazione al 370° anniversario di Fondazione del
Carmelo di Parma (11 marzo 1635-11marzo 2005)
Padre Giorgio
Rossi ocd ha proposto una serie di riflessioni
;  presentiamo quelle di
martedì 8, suggerite durante l'adorazione eucaristica, e ispirate
alla splendida poesia di San Giovanni della Croce
LA FONTE

 

 

LA FONTE IO SO

 

La fonte io so che
scaturisce e scorre:
eppure è ancora notte.

Quella eterna sorgente si
nasconde,
ma bene io so dove
conduce l’onde:
eppure è ancora notte.

L’origine non so, non ve
n’è alcuna,
so che tutte le origini in sé
aduna:
eppure è ancora notte.

Non esiste altra cosa tanto
lieta,
so che il creato limpida
disseta:
eppure è ancora notte.

E so che non c’è fondo a
intorbidarla
e che nessuno mai potrà
guardarla:
eppure è ancora notte.

La trasparenza mai viene
offuscata,
so che di qui ogni luce è
originata:
eppure è ancora notte.

E so tanto copiose le correnti
che inferno e cielo irrigano e
le genti:
eppure è ancora notte.

Fiume perenne vien dalla
sorgente
so che altrettanto è ricco e
onnipotente:
eppure è ancora notte.

Terza corrente dalle due
procede,
so che nè l’una e l’altra la
precede:
eppure è ancora notte.

A darci vita questa eterna
fonte
in questo pane vivo si
nasconde:
perché ora è notte.

Qui se ne sta chiamando
ogni creatura
e tutto si disseta pur nella
zona oscura
perché ancora è notte.

La fonte viva ch’io continuo
a  desiderare
in questo pane vivo m’è dato
già di contemplare:

benché sia notte

 

San Giovanni
 della Croce

 

 

 


Una “gioia silenziosa”
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È una gioia silenziosa, umile. Si manifesta nell’uomo come acqua sorgiva. Ma non se ne riesce a vedere l’origine. Bagna ogni fibra del nostro essere, e investe al nostro sguardo ogni cosa. Questo noi lo sappiamo bene. Può succedere che si cammini per strada e ad un tratto ci si percepisce sereni, i volti che si incontrano ci appaiono belli, la strada ci sembra facile e nessun pensiero cattivo ci adombra la mente. Anzi, ci si sente anche noi stessi migliori. Normalmente non si vede precisamente l’origine di tutto questo, ed è molto difficile legarlo a qualcosa di esterno, perché si capisce che la gioia sperimentata non dipende da quello. Potrebbe essere svegliata da qualche causa esterna, tuttavia non ne dipende, non è quella che te la dà. Senti che ti appartiene, che la porti con te e che sgorga all’improvviso. Ad un tratto appare, ma non perché dipenda da qualcosa. Sta dentro di te, solo che ad un certo momento si fa sentire.

 
È una gioia molto composta, pacifica, si muove con eleganza, lentamente, con semplicità. Una caratteristica inconfondibile è che ti fa apparire tutto luminoso, chiaro, bello, cancella le ombre e il male, rende le cose trasparenti, te le fa vedere non possedute e senza che tu desideri possederle. È una gioia che fa contemplare, che porta alla contemplazione. In questo stato, il ricordo di Dio diventa facile. Pure le cose che ci piacciono molto, quando siamo penetrati da questa gioia, non desideriamo averle sempre accanto, non vogliamo possederle portandole a casa, legandoci ad esse. Anche riguardo alle persone, questa gioia provoca lo stesso atteggiamento. Ci si sente in comunione con tutti. Questa gioia poiché fa sentire in comunione con gli altri, spesso non provoca a parlare, almeno non fa essere rumorosi, perché sentiamo come se la comunicazione fosse già avvenuta, e avvertiamo che verrà il momento in cui le cose matureranno per essere dette e affidate agli altri con una certa naturalezza.
La paura sparisce, i timori si allontanano, le preoccupazioni diminuiscono, benché rimangano presenti. Più la gioia è forte, meno si sente il bisogno di esprimerla. Quando vengono questi momenti si percepisce che ce la faremo, anche se sarà dura. Si hanno presenti tutte le difficoltà, ma c’è una grande prontezza ad agire.
E quando questa gioia scompare - alle volte può scomparire all’improvviso, se la persona vive qualcosa di molto violento - non ci si sente soli, perché si percepisce che essa ci appartiene, è solo scomparsa, ma sta dentro di noi. È simile all’acqua del Carso, che scompare sotto terra per poi, ad un tratto, riapparire. Prima o poi riaffiorerà, è ormai parte della nostra persona. È molto bella questa certezza. Ci fa essere sobri e vigilanti, mantenendo l’attenzione sulle cose vere, già gustate, sicure, e da lì andare avanti, cercando le sue tracce in ciò in cui ci si imbatte. In un certo senso questa gioia si può custodire. Non si tratta di tornare a qualche esperienza precisa, in qualche luogo speciale per sentirla. La porti con te e ti appartiene.



In questo modo Dio seduce l’uomo. Potremmo dire col Profeta: “Mi hai sedotto, Signore” (Ger 20, 7). E che sarebbe di quest’uomo se “si lasciasse sedurre” da Dio? Si vedrebbe posto in una oscura notte tutt’intorno. Questa gioia, infatti, spinge ad affermare Dio e non se stessi, si accompagna perciò a “uno stato di oscurità, di sofferenza, di angoscia e di tentazioni”, oppure in un non trovare “gusto né soddisfazione nelle cose di Dio, come prima” (cfr. S Prologo). A questa esperienza rimanda Giovanni della Croce, nella canzone che abbiamo ascoltato.


Ogni esperienza cristiana si pone nella certezza ("come conosco bene") e nell’oscurità ("sebbene sia di notte"). La certezza della fede si ha nella notte. La fonte del mistero divino, “fiume perenne”, sgorga libera nell’oscurità della notte, defluisce attraverso l’Eucaristia e imbeve le creature che di quest’acqua si saziano. Le correnti che sgorgano da questa fonte sono il Padre e il Figlio, e lo Spirito Santo che da entrambi procede: sono Dio. Dio bagna ogni cosa, e bagna l’umanità. Niente e nessuno senza di Lui. Persino l’inferno altro non è che uno stare con Dio: disprezzando la Sua presenza; un essere bagnati da Lui, senza volerLo.
Notte è l’Eucaristia: intrisa di Dio sotto quel pane “senza gusto”. Disseta ogni creatura chiamandola a Sé. Il frutto del nostro lavoro, delle nostre fatiche, del nostro sudore, del nostro dolore, riposano su di Lui. È un “pane vivo” e noi sappiamo bene ormai di questa Vita.


Giovanni della Croce cantava nella notte di Toledo questi versi. E mentre li scandiva, ascoltava ai piedi del muraglione del convento il rumoreggiare del Tago che scrosciava tra le rocce. Era, la sua, una oscura notte. Quel convento era un carcere per lui, che vi era stato imprigionato. Dio concede alla vita di portare con sé molte privazioni. Ma esse sono “oscurità”, non sono la notte. La notte non sono le privazioni della vita; la notte è il non provare gusto nelle ‘cose della vita’ (cfr. 1S 2, 1; 3, 1).
 

 Dobbiamo tacere per sentirla, dobbiamo mettere da parte le  apparenze
per accorgerci di essa.  Ed “è … una sorte fortunata” essere “posti da Dio in questa notte” (1S 1, 5). Dio concede alla
vita di portare con sé molte privazioni. E assieme ad esse tante
piccole notti: “il disgusto per le cose che non durano per sempre”.



 Se non abbiamo paura, se ci lasciamo condurre da Lui, mossi
“soltanto dall’amore per” Dio, ci saremo lasciati sedurre. E in questa
notte oscura potremo uscire e fare nostro il canto di
 Giovanni della Croce.


 

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Padre Giorgio Rossi ocd       

 

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