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LA FONTE IO SO
La fonte io so che
scaturisce
e scorre:
eppure è ancora notte.
Quella eterna sorgente si
nasconde,
ma bene io so dove
conduce
l’onde:
eppure è ancora notte.
L’origine non so, non ve
n’è
alcuna,
so che tutte le origini in sé
aduna:
eppure è ancora notte.
Non esiste altra cosa tanto
lieta,
so che il creato limpida
disseta:
eppure è ancora notte.
E
so che non c’è fondo a
intorbidarla
e che nessuno mai potrà
guardarla:
eppure è ancora notte.
La trasparenza mai viene
offuscata,
so che di qui ogni luce è
originata:
eppure è ancora notte.
E so tanto copiose le correnti
che inferno e cielo irrigano e
le genti:
eppure è ancora notte.
Fiume perenne vien dalla
sorgente
so che altrettanto è ricco e
onnipotente:
eppure è ancora notte.
Terza corrente dalle due
procede,
so che nè l’una e l’altra la
precede:
eppure è ancora notte.
A darci vita questa eterna
fonte
in questo pane vivo si
nasconde:
perché ora è notte.
Qui se ne sta chiamando
ogni creatura
e tutto si disseta pur nella
zona oscura
perché ancora è notte.
La fonte viva ch’io continuo
a desiderare
in questo pane vivo m’è dato
già di contemplare:
benché sia notte
San Giovanni
della Croce
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Una “gioia silenziosa”
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È una gioia silenziosa, umile. Si
manifesta nell’uomo come acqua sorgiva. Ma non se ne riesce
a vedere l’origine. Bagna ogni fibra del nostro essere, e
investe al nostro sguardo ogni cosa. Questo noi lo sappiamo
bene.
Può succedere che si cammini per strada e ad un tratto ci si
percepisce sereni, i volti che si incontrano ci appaiono
belli, la strada ci sembra facile e nessun pensiero cattivo
ci adombra la mente. Anzi, ci si sente anche noi stessi
migliori. Normalmente non si vede precisamente l’origine di
tutto questo, ed è molto difficile legarlo a qualcosa di
esterno, perché si capisce che la gioia sperimentata non
dipende da quello. Potrebbe essere svegliata da qualche
causa esterna, tuttavia non ne dipende, non è quella che te
la dà. Senti che ti appartiene, che la porti con te e che
sgorga all’improvviso. Ad un tratto appare, ma non perché
dipenda da qualcosa. Sta dentro di te, solo che ad un certo
momento si fa sentire.

È una gioia molto composta, pacifica, si muove con eleganza,
lentamente, con semplicità. Una caratteristica
inconfondibile è che ti fa apparire tutto luminoso, chiaro,
bello, cancella le ombre e il male, rende le cose
trasparenti, te le fa vedere non possedute e senza che tu
desideri possederle.
È una gioia che fa contemplare, che porta alla
contemplazione. In questo stato, il ricordo di Dio diventa
facile. Pure le cose che ci piacciono molto, quando siamo
penetrati da questa gioia, non desideriamo averle sempre
accanto, non vogliamo possederle portandole a casa,
legandoci ad esse. Anche riguardo alle persone, questa gioia
provoca lo stesso atteggiamento. Ci si sente in comunione
con tutti.
Questa gioia poiché fa sentire in comunione con gli altri,
spesso non provoca a parlare, almeno non fa essere rumorosi,
perché sentiamo come se la comunicazione fosse già avvenuta,
e avvertiamo che verrà il momento in cui le cose matureranno
per essere dette e affidate agli altri con una certa
naturalezza.
La paura sparisce, i timori si allontanano, le
preoccupazioni diminuiscono, benché rimangano presenti. Più
la gioia è forte, meno si sente il bisogno di esprimerla.
Quando vengono questi momenti si percepisce che ce la
faremo, anche se sarà dura. Si hanno presenti tutte le
difficoltà, ma c’è una grande prontezza ad agire.
E quando questa gioia scompare - alle volte può scomparire
all’improvviso, se la persona vive qualcosa di molto
violento - non ci si sente soli, perché si percepisce che
essa ci appartiene, è solo scomparsa, ma sta dentro di noi.
È simile all’acqua del Carso, che scompare sotto terra per
poi, ad un tratto, riapparire. Prima o poi riaffiorerà, è
ormai parte della nostra persona. È molto bella questa
certezza. Ci fa essere sobri e vigilanti, mantenendo
l’attenzione sulle cose vere, già gustate, sicure, e da lì
andare avanti, cercando le sue tracce in ciò in cui ci si
imbatte. In un certo senso questa gioia si può custodire.
Non si tratta di tornare a qualche esperienza precisa, in
qualche luogo speciale per sentirla. La porti con te e ti
appartiene.

In questo modo Dio seduce l’uomo. Potremmo dire col Profeta:
“Mi hai sedotto, Signore” (Ger 20, 7). E che sarebbe di
quest’uomo se “si lasciasse sedurre” da Dio? Si vedrebbe
posto in una oscura notte tutt’intorno. Questa gioia,
infatti, spinge ad affermare Dio e non se stessi, si
accompagna perciò a “uno stato di oscurità, di sofferenza,
di angoscia e di tentazioni”, oppure in un non trovare
“gusto né soddisfazione nelle cose di Dio, come prima” (cfr.
S Prologo). A questa esperienza rimanda Giovanni della
Croce, nella canzone che abbiamo ascoltato.
Ogni esperienza cristiana si pone nella certezza ("come
conosco bene") e nell’oscurità ("sebbene sia di notte"). La
certezza della fede si ha nella notte. La fonte del mistero
divino, “fiume perenne”, sgorga libera nell’oscurità della
notte, defluisce attraverso l’Eucaristia e imbeve le
creature che di quest’acqua si saziano. Le correnti che
sgorgano da questa fonte sono il Padre e il Figlio, e lo
Spirito Santo che da entrambi procede: sono Dio. Dio bagna
ogni cosa, e bagna l’umanità. Niente e nessuno senza di Lui.
Persino l’inferno altro non è che uno stare con Dio:
disprezzando la Sua presenza; un essere bagnati da Lui,
senza volerLo.
Notte è l’Eucaristia: intrisa di Dio sotto quel pane “senza
gusto”. Disseta ogni creatura chiamandola a Sé. Il frutto
del nostro lavoro, delle nostre fatiche, del nostro sudore,
del nostro dolore, riposano su di Lui. È un “pane vivo” e
noi sappiamo bene ormai di questa Vita.
Giovanni della Croce cantava nella notte di Toledo questi
versi. E mentre li scandiva, ascoltava ai piedi del
muraglione del convento il rumoreggiare del Tago che
scrosciava tra le rocce. Era, la sua, una oscura notte. Quel
convento era un carcere per lui, che vi era stato
imprigionato. Dio concede alla vita di portare con sé molte
privazioni. Ma esse sono “oscurità”, non sono la notte. La
notte non sono le privazioni della vita; la notte è il non
provare gusto nelle ‘cose della vita’ (cfr. 1S 2, 1; 3, 1).

Dobbiamo tacere per sentirla,
dobbiamo mettere da parte le apparenze
per accorgerci di essa. Ed “è … una sorte fortunata”
essere “posti da
Dio in questa notte” (1S 1, 5). Dio concede alla
vita di
portare con sé
molte privazioni. E assieme ad esse tante
piccole notti: “il
disgusto per
le cose che non durano per sempre”.

Se non abbiamo paura, se ci lasciamo condurre da Lui, mossi
“soltanto dall’amore per” Dio, ci saremo lasciati sedurre. E
in questa
notte oscura potremo uscire e fare nostro il canto di
Giovanni della Croce.
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Calendario dell'Avvento 2008
Padre Giorgio Rossi ocd

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