|
di Mons. Gianfranco Ravasi
Lo scorso dicembre ho assistito anch’io alla Scala di
Milano alla rappresentazione del Fidelio, l’unica opera
scritta da Beethoven, un canto della libertà e
dell’amore coniugale (come dice anche il titolo).
Ebbene, nel testo ci sono alcune parole che suggellano
la storia complessa e drammatica con un invito alla
fiducia: «Siate in pace: qualsiasi cosa vediate o
ascoltiate, non dimenticate mai che la Provvidenza
veglia su di noi». Le tempeste della vita non devono
incrinare la nostra certezza di non cadere mai fuori
dalle mani di Dio, precipitando nel baratro del nulla o
dell’assurdo.
Questa sensazione di fiducia, che è alla radice della
fede, è espressa in modo “bello”, intenso e poetico
dalla Bibbia. Pensiamo solo alle parole tenere e
delicate che Gesù pronuncia nel Discorso della Montagna:
invito i miei lettori a prendere in mano il Vangelo di
Matteo, al capitolo 7,01 versetti 25-34 e a sottolineare
tutte le ripetizioni dell’appello a “non affannarsi”
(nell’originale greco sono sei; non cosi, purtroppo,
nella traduzione che cambia verbo in due casi).
Lo sguardo di Gesù si posa con molta poesia sui voli
degli uccelli nel cielo, si china sui gigli del campo e
sull’erba dei prati, vedendo in essi la ma-
no del Padre che nutre e sostiene le sue creature. Già
nel Salmo 147,9 si diceva: «Dio provvede cibo al
bestiame, ai piccoli del corvo che gridano a lui».
Ebbene, uno dei canti più belli e dolci della fiducia è
una piccola composizione ebraica, il Salmo 131, che
vorremmo ora offrire in una versione che sia vicina
all’originale e ne sveli la fragranza. «Signore, non si
esalta il mio cuore, / non si levano superbi i miei
occhi, / non cammino verso cose grandi o per me
prodigiose. / lo, invece, ho l’anima distesa e
tranquilla: / come un bimbo svezzato in braccio a sua
madre, / come un bimbo svezzato è l’anima mia. /
Israele, spera nel Signore, ora e sempre!». L’immagine
centrale è quella materna e il Salmo divento il canto di
una fiducia spontanea e assoluta, quasi istintiva,
simile appunto all’aggrapparsi affettuoso e sereno del
bambino alla madre che è la sua sicurezza e la sua pace.
Non si tratta, però, come molti pensano, del bambino
appena allattato: il termine ebraico usato per indicare
il piccolo è quello del bimbo svezzato e probabilmente
portato sulle spalle della madre, alla maniera
orientale. Si ha, allora, un’intimità più cosciente, il
rapporto è fatto anche di parole, le prime, non si ha
solo un legame biologico. Questa infanzia spirituale era
già intuito dall’antico Egitto. In un’epigrafe in onore
del dio solare Amon si legge:
«Due volte felice colui che riposa beatamente sul
braccio del dio solare Amon, che ha cura del piccolo e
del povero!».
Un’infanzia esaltata da Gesù («Se non diventerete
piccoli come i bambini, non entrerete nel regno dei
cieli!»), da Teresa di Lisieux, dallo scrittore francese Bernanos che diceva a un amico: «Ho perso l’infanzia ed
è solo con la santità che posso ritrovarla». Un
particolare da notare. In apertura il salmista oppone
al picco rupestre dell’orgoglioso che sfida i cieli, la
pianura dell’umile che ha l’anima “distesa” (in ebraico
si ha letteralmente pianeggiante”) Un’altra bella
immagine di contrasto per celebrare la fiducia serena.
UNA NUOVA
SPIRITUALITÀ
----------------------------
UDIENZA GENERALE
S.S. PAOLO VI
Mercoledì, 29 dicembre 1971
Saltiamo tutto
il resto e non è poco; e veniamo a colei che
ha insegnato ai nostri giorni «lo spirito
d’infanzia», S. Teresa del Bambin Gesù. Una
parola sola. L’infanzia
spirituale è
una delle correnti vivaci nella religiosità
del nostro tempo; essa non ha nulla di
puerile e di affettato. Si esprime in
linguaggio semplice ed innocente;
|
 |
|
derivato
senz’altro dalla paradossale, ma sempre
divina parola di Gesu: «Se non vi farete
piccoli come bambini, non entrerete nel
regno dei cieli» (Matth. 18, 3). E
Gesù ha altre parole che fanno l’apologia
dell’infanzia (Cfr. Matth. 11, 25;
18, 4; 19, 14; 25, 40). La base evangelica
di questa spiritualità non potrebbe essere
più autorevole. Essa si svolge secondo una
umiltà non solo morale, ma teologica e
metafisica, se così si può dire; l’umiltà
della Madonna (Cfr. Luc. 1, 38; 48);
l’umiltà sapiente, che ha il senso della
trascendenza di Dio e della dipendenza
assoluta della creatura rispetto al
Creatore; umiltà tanto più doverosa quanto
più la creatura è qualche cosa, perché tutto
dipende da Dio, e perché il confronto fra
ogni nostra misura e l’Infinito, obbliga a
curvare la fronte. E all’umiltà questa
scuola
spirituale
unisce la confidenza; perché troppi segni
Iddio ci ha dati della sua bontà e del suo
amore. Se Egli vuol essere chiamato Padre il
nostro spirito deve riempirsi del senso
della figliolanza (Cfr. 1 Io. 3, 1),
e d’una figliolanza, d’un’infanzia piena di
fiducia e di abbandono. Questa è l’Infanzia
spirituale,
che, alla scuola della tradizione della
Chiesa, S. Teresa del Bambino Gesù riassume
così: «È il cammino della confidenza e del
totale abbandono».
http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/audiences/1971/documents/hf_p-vi_aud_19711229_it.html
|
|