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Il correre del cristiano
di Mons. Ignazio Sanna
Arcivescovo di Oristano
1. I riferimenti biblici
L'immagine della corsa la si trova in molti testi
delle lettere paoline. L'Apostolo, portando l'annuncio
del vangelo, paragona spesso il cammino del cristiano
verso l'eternità allo sforzo dell'atleta per conquistare
la vittoria. In questo e in altri paragoni, egli
dimostra di conoscere bene gare, lotte, corse, e di
riconoscere il valore dell'attività sportiva, come
capacità di superare l'ostacolo e di vincere nel
rispetto delle regole. Ribadisce, infatti, che "anche
nelle gare atletiche non riceve la corona se non chi ha
lottato secondo le regole" (2Tm 2, 5), e
sottolinea la precarietà dei risultati, sia perché anche
dopo la vittoria la corsa continua ("corriamo con
perseveranza nella corsa che ci sta davanti (Eb
12, 1), e sia perché il traguardo si sposta sempre più
in là, il premio ricevuto è provvisorio, ed è in gioco
una salvezza che va oltre la gara. Ai Filippesi egli
scrive: "Fratelli, dimentico del passato e proteso verso
il futuro, corro verso la meta, per arrivare al premio
che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù"(Fil
3, 13-14). Nella lettera a Timoteo, egli afferma
che, terminata la corsa, ha conservato la fede (2Tm
4,7), perché ha tenuto lo sguardo fisso su Gesù,
l'autore e il perfezionatore della fede. Per lui, la
meta non è la vittoria su se stessi in uno sforzo in cui
compiacersi, ma la perfezione cristiana, che va oltre il
successo temporaneo ed è un dono di Dio. Egli,
consapevole di non correre invano (1Cor 9, 26),
avendo dato fiducia a Cristo, lascia cadere tutto ciò
che è intralcio, e tende unicamente a essere partecipe
del Cristo pasquale.
L'immagine del competere è ben rappresentata dai
racconti biblici della lotta dell'uomo con il serpente e
da quella di Giacobbe con l'angelo. Nel duello
uomo-serpente vince il serpente e l'uomo diventa Adamo,
conoscitore del bene e del male, affine a Dio, ma in
conflitto con se stesso, perché si scopre nudo, in
conflitto con la donna che partorirà i figli nel dolore,
in conflitto con il suolo da cui trarrà con dolore il
cibo per tutti i giorni della sua vita. Il serpente che
è nel cuore dell'uomo continuerà ad operare nei serpenti
della storia, i quali rendono tragiche tutte le lotte
del bene contro il male, dell'amore contro l'odio. Nella
lotta Giacobbe-angelo, vince Giacobbe, che, dopo la
vittoria, diventa Israele, colui che ha combattuto con
Dio e con gli uomini e ha vinto (Gn 32, 25.29).
Anche l'angelo che è nell'uomo si manifesterà negli
angeli della storia, non in quelli che consigliano di
non superare i limiti della velocità, di usare la
cintura di sicurezza, che suggeriscono i numeri del
lotto, ma quelli che aiutano gli uomini a "lottare sino
alla morte per la verità e li assicurano che il Signore
Iddio combatterà per loro" (Cf Sir 3, 28).
L'immagine del confliggere è ben rappresentata dal
testo della lettera che S. Paolo scrive ai cristiani di
Roma: "c'è in me il desiderio del bene, scrive
l'Apostolo, ma non la capacità di attuarlo; infatti io
non compio il bene che voglio, ma il male che non
voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono
più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io trovo
dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene,
il male è accanto a me. Infatti, acconsento nel mio
intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo
un'altra legge, che muove guerra alla legge della mia
mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è
nelle mie membra. Sono uno sventurato!" (Rm,
718-24).
Infine, l'immagine della vita del credente nel suo
complesso potrebbe essere riassunta in questi due testi
biblici: "camminare secondo lo Spirito" (Gal 5,
25); "correre con perseveranza nella corsa, tenendo
fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della
fede" (Eb 12, 1-2). Il camminare e il correre
esprimono la dimensione della libertà dell'uomo, del suo
dinamismo, della sua responsabilità, della sua
iniziativa, della sua avventura, della sua
progettualità. Il "secondo lo
Spirito" e il "tenere lo sguardo fisso su Gesù"
esprimono l'adesione umana al disegno di Dio sulla vita
di ogni singolo uomo. Un disegno concepito da Dio nel
cuore dell'eternità, ma che viene realizzato dall'uomo
nel cuore della storia (Qo, 3, 11: "Egli ha messo
la nozione dell'eternità nel loro cuore, senza però che
gli uomini possano capire l'opera compiuta da Dio dal
principio alla fine"). In estrema sintesi, i due testi
biblici mettono in evidenza che la vita dell'uomo è il
frutto di due libertà e l'opera di due amori.
2. Il riscontro esistenziale
E' un dato di fatto, ora, che la vita dell'uomo, che
si sviluppa in un continuo rapporto dialettico di
libertà umana e obbedienza divina, si articola secondo
la sequenza del correre, del competere, del confliggere.
E' anche un dato di fatto che i verbi che riassumono le
vicende della vita, sono tutti all'infinito: correre,
competere, confliggere, contemplare. Ma i verbi
all'infinito li troviamo solo nella grammatica e nel
vocabolario. Nella vita, essi sono sempre coniugati in
un continuo alternarsi di tempi e in un continuo
intreccio di vicende personali e sociali. Il correre del
giovane è diverso dal correre del vecchio. Il correre
del soldato è diverso dal correre dell'atleta. Si corre
per raggiungere la meta e si corre per sfuggire al
pericolo. Si corre verso la vita e si corre verso la
morte. Spesso, poi, si corre da soli, cedendo
inevitabilmente a forme di individualismo, che lasciano
per strada i più deboli e i meno protetti, e trasformano
la collaborazione in concorrenza. Il correre della
società globalizzata, infine, è, paradossalmente, un
correre senza correre, perché, nella globalizzazione,
tutto è istantaneo, tutto avviene in tempo reale.
La coniugazione proposta ha messo prima il correre e
poi il contemplare (attratti), non per fare una
graduatoria della loro importanza, ma per far vedere
come dalla vita quotidiana molto spesso si sia eliminato
il tempo dello stupore, il tempo della meraviglia, e lo
si abbia sostituito con quello dello stress, della
competizione sfrenata, della conflittualità permanente.
Una tale impostazione della vita evidenzia che, per lo
meno inconsciamente, si è ancora dipendenti dalla
visione greca del "pànta réi òs potamòs", cioè di uno
scorrere del tempo fine a se stesso, senza una meta da
raggiungere e una missione da compiere. Sappiamo
benissimo, invece, che il cristiano cammina verso una
meta futura, e che, nel suo camminare, il da dove
della protologia determina il verso dove
dell'escatologia. Il tempo di Dio è la misura del tempo
dell'uomo. La promessa fatta all'inizio della storia
della salvezza dà senso sia al correre del tempo
presente che alla meta del tempo futuro. E' estremamente
importante ribadire che la promessa non ci àncora ad un
passato che ormai non torna più, ma ci proietta verso un
futuro che è allo stesso tempo avvento e speranza.
A ben riflettere, la Bibbia non ci presenta mai Dio
che corre, e neppure Gesù che corre. Il correre è sempre
riferito all'uomo. Il camminare, invece, è riferito a
Dio. Dio cammina, anzi, secondo la descrizione della
Genesi, passeggia nel giardino dell'Eden alla brezza del
giorno (Gn 3, 8). Gesù cammina per le strade
della Palestina, insegnando e compiendo miracoli,
cammina con i discepoli di Emmaus, per spiegare loro il
senso delle Scritture, per riscaldare il loro cuore
senza speranza, per suscitare in essi "la prima e forse
la più commovente preghiera della comunità cristiana
dopo la Pasqua": "resta con noi Signore, perché si fa
sera" (Card. Martini,
In principio la Parola, n.3). L'uomo corre e non
si ferma. Dio soccorre e si ferma. Il levita della
parabola evangelica corre per celebrare il culto del
tempio. Il samaritano della storia si ferma per onorare
il dovere della compassione. L'uomo corre per non vedere
la sua miseria e quella del prossimo. Dio si ferma a
vedere la miseria dell'uomo, ad ascoltare il grido di
aiuto che sale dal cuore del peccatore.
La Bibbia ci ricorda, inoltre, che "per ogni cosa c'è
il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il
cielo" (Qo 3, 1), e che, quindi, c'è un tempo per
correre e un tempo per non correre. Essa ci parla del
lavoro e del riposo di Dio. Dio si è riposato al settimo
giorno della sua opera creatrice e, sorprendentemente,
ha consacrato e benedetto non i giorni del suo lavoro ma
il giorno del suo
riposo, il sabato, consacrandolo e benedicendolo come
giorno di festa e di ringraziamento (Gn 2, 2). Il
sabato impedisce che l'uomo venga degradato a livello di
semplice macchina produttiva. In quanto sacramento
dell'alleanza, esso opera come permanente correttivo ad
ogni intento umano di confondere l'ordine dei mezzi,
cioè l'attività umana, con quello dei fini, la salvezza
divina. La società contemporanea, invece, consacra e
benedice solo il tempo del successo e della
competizione. In essa c'è addirittura qualcuno che non
riposa mai, che lavora 24 ore su 24 ore. Questo qualcuno
sono i soldi. Essi producono profitto ininterrottamente,
in base alla durata e alla quantità. Il cristiano non si
lascia influenzare dalle ideologie e dalle mode della
cultura egemone. Egli sa trovare il coraggio per andare
contro corrente e vivere trent'anni al capezzale di una
figlia che può soltanto respirare e qualche volta
piangere. Sa lasciare spazio ai bisogni dello spirito,
perché la spiritualità nutre i desideri dell'anima ed è
un bisogno insopprimibile che non può essere gratificato
dai vari allenatori dell'anima. Sa prendersi del tempo
per ringraziare chi lo ama e perdonare chi lo odia. Egli
è convinto che "se il Signore non costruisce la casa,
invano vi faticano i costruttori" (Sal 127, 1); è
convinto che tutto quello che possiede gli è stato
donato (1Cor 4, 7: "che cosa mai possiedi che tu
non abbia ricevuto? E se l'hai ricevuto, perché te ne
vanti come se non l'avessi ricevuto"?). Quello che
veramente conta per il cristiano di oggi e di sempre non
è il tempo della fatica, non è la quantità del lavoro,
non è la ricompensa della propria prestazione, bensì la
gratuità dell'amore. Un gesto d'amore è senza ragione,
senza tempo, senza ricompensa. Esso gratifica chi lo
riceve, e nobilita chi lo dà. L'uomo è nato per amare ed
essere amato. Nella misura in cui egli ama dà al mondo
un supplemento di umanità e di nobiltà.
3. La via del cristiano
Se riflettiamo bene sulle vicende della vita, il
camminare dell'uomo non è sempre un camminare secondo lo
Spirito, anche perché non sempre le vie del Signore sono
le vie dell'uomo, i pensieri del Signore sono i pensieri
dell'uomo. Spesso c'è conflitto interiore tra la volontà
di Dio, che non si conosce, e i progetti dell'uomo, che
si vogliono realizzare. Talvolta si corre, ma non si sa
perché si corre. Tal'altra si corre, ma non si sa verso
che cosa si corra. Il come si corre è il mezzo,
il verso dove si corre è il fine. Il problema è
che il verso dove, ossia la meta, la civitas futura (Eb
13, 14), il cielo nuovo e la terra nuova, sono in
una dimensione escatologica e non si vedono, mentre il
come è nella concretezza quotidiana e si vede. Il dramma
della trascendenza sta precisamente nel fatto che essa
supera la percezione dei sensi, e, scavalcando ogni
concretezza e gratificazione immediata, si colloca nella
sfera di quell'"essenziale", che, secondo la nota
massima del piccolo principe, è invisibile agli occhi.
In effetti, è proprio vero che ci sono molte più cose
tra cielo e terra di quelle che la filosofia può
immaginare e la scienza dell'uomo descrivere. Dio rimane
sempre più grande del cuore dell'uomo ed eccede la sua
intelligenza. Dio non lo si capisce. Dio lo si prega. S.
Agostino ammonisce che: si comprehendis non est Deus.
La contemplazione del suo mistero produce comunione. La
pretesa di comprendere la sua natura produce divisione,
sia nella vita dei credenti che nella comunità dei
popoli.
Ora, la via del cristiano è quella che Gesù ha
insegnato ai suoi discepoli nel cammino sulle strade
della Samaria e della Giudea per arrivare a Gerusalemme
(Lc 9, 51-19,28). I discepoli, sulla base di
quegli insegnamenti, sono chiamati a dare testimonianza
della sequela di Gesù con atteggiamenti concreti nel
vivere quotidiano, quali l'annuncio del vangelo, l'uso
dei beni, il distacco dalla seduzione delle ricchezze,
la fede nel Cristo, l'amore del prossimo, la preghiera
fiduciosa e perseverante, il coraggio della
testimonianza, la vigilanza cristiana e l'attesa del
Regno, la conversione, l'amore per i poveri e i
peccatori come imitazione dell'amore di Dio, l'impegno
nel mondo. L'insieme di questi insegnamenti, di fatto,
ha caratterizzato la comunità dei discepoli sin
dall'inizio della storia del cristianesimo. Essi hanno
costituito la cosiddetta "via", che, praticata da tutti
coloro che seguivano Gesù, ha ispirato molti testimoni
delle beatitudini e altrettanti martiri della fede.
Quando quella via si allontanava dagli insegnamenti del
Maestro, la comunità reagiva e
ne difendeva l'autenticità. Lo fece con Apollo, una
sorta di predicatore improvvisato e di discepolo senza
sequela. In quella circostanza, sono state precisamente
le donne della comunità ad insegnare ad Apollo la giusta
via della fede e della grazia, quasi a sottolineare con
i fatti che non l'autorità dell'insegnamento e neppure
l'erudizione della scienza conducono l'uomo all'incontro
con Dio, bensì l'esperienza della grazia e la
testimonianza della comunione.
Ai nostri giorni la "via" del cristiano si allontana
dagli insegnamenti del Maestro non solo quando, nel
percorrere le strade delle preoccupazioni intramondane,
si trasforma in una storia senza promessa, e,
conseguentemente, in una storia senza trascendenza,
senza salvezza, senza futuro. Essa si allontana dagli
insegnamenti del Maestro anche quando diventa una
promessa senza storia, cioè un messaggio non incarnato
nelle vicende della vita, un annuncio non recepito dalla
cultura del tempo, una fede in un Dio senza mondo. E'
senz'altro vero che, da una parte, l'annuncio cristiano
è intero e, dall'altra, che gli annunciatori cristiani
sono limitati. Ma il linguaggio degli annunciatori,
quando è ispirato dal vangelo, è sempre un'evocazione
dell'infinito; è una proiezione della speranza umana
sull'orizzonte dell'eternità, dove non c'è più il mare,
perché domina il bene, e dove non ci sono più porte,
perché vince la libertà. L'evocazione dell'infinito
raggiunge il culmine della sua efficacia quando unisce
in un unico cammino il passo dell'uomo e il passo di
Dio. Utilizzando un'immagine del salmista, si può
affermare che il cristiano, con il suo annuncio, "piega
il cielo" su ogni uomo che ama il prossimo e opera il
bene (cf Sal 144, 5: "Signore, piega il tuo cielo
e scendi, tocca i monti ed essi fumeranno"). Con
l'esercizio della contemplazione, egli fa sì che le
azioni semplici della vita diventino le gocce d'acqua
nelle quali si riflette il cielo, e le aspirazioni più
recondite dell'animo umano rievochino l'eco della
promessa di salvezza.
Il Concilio ricorda opportunamente che: "la Chiesa,
comunione degli uomini in grazia, è il nuovo Israele che
cammina nel secolo presente alla ricerca della città
futura e permanente" (LG, 9); che "la Chiesa
pellegrinante, nei suoi sacramenti e nelle sue
istituzioni, che appartengono all'età presente, porta la
figura fugace di questo mondo, e vive tra le creature,
le quali sono in gemito e nel travaglio del parto" (LG,
48). Il cristiano, di conseguenza, è colui che è in
cammino, certo nella speranza della meta, ma insicuro
nella prassi del raggiungimento di questa meta. Lo
stesso San Paolo teme di essere squalificato nella gara
della vita (1Cor 9, 27) e ammonisce, perciò, che
coloro che pensano di essere ben saldi nella loro fede e
nella grazia di Dio devono continuamente vigilare per
non cadere nel peccato (1Cor 10, 12; Rm
11, 20-21). Le squalifiche della vita sono per tutti una
realtà della storia e una minaccia del futuro.
4. La corsa dei discepoli
4.1. In ultima analisi, se una corsa ci deve essere
nella vita del cristiano essa non può che essere la
corsa del discepolo e dell'evangelizzatore. Il profeta
Isaia chiama belli "i piedi del messaggero di lieti
annunzi che annunzia la pace, del messaggero di bene che
annunzia la salvezza" (Is 52, 7). In altri
termini, la corsa del cristiano è la corsa delle donne e
degli apostoli Pietro e Giovanni al sepolcro. Una corsa
della speranza verso la risurrezione, una corsa della
vita contro la morte, una corsa della fede contro
l'incertezza. "Non sapevo come sarebbe finita, ha
dichiarato mamma Anna Maria Torretta. Non sapevo se ce
l'avremmo fatta, però mi sentivo serena. E sentivo che
dovevo camminare su questa strada: indipendentemente da
quel che poteva avvenire. A volte ci si muove in una
terribile oscurità, ma c'è sempre una luce che brilla,
una stella. E devi guardarla. Anche se sei immerso nel
silenzio. In quel silenzio, il Signore ti parla". Tutta
la storia del cristianesimo, di fatto, è una storia di
fede, che ha trasformato le strade dell'umanità nelle
strade della speranza. I cristiani sono paroikòi,
cioè sono in qualche modo coloro che sono accampati su
questa terra e non hanno in essa una stabile dimora. Per
essi, ogni patria è terra straniera, e ogni terra
straniera è patria. Ma dove essi passano riconsegnano il
mondo a Dio e Dio al mondo, perché guardano al mondo con
immensa simpatia, "se il mondo si sente estraneo al
cristianesimo, il cristianesimo non si sente estraneo al
mondo. La missione del cristianesimo in mezzo
all'umanità è una missione di amicizia, di comprensione,
di incoraggiamento, di promozione, di elevazione: una
missione, cioè di salvezza" (Giovanni Paolo II).
4.2 Ma dove abbiamo lasciato il contemplare nelle
nostre riflessioni?
Ovviamente, non abbiamo dimenticato la
contemplazione! Nel ricordarla alla fine, vogliamo
invitare al discernimento, per scoprire la presenza di
Dio tra le fessure delle cose. Sulla scia di Rahner
possiamo dire che il cristiano del futuro o sarà un
mistico o non sarà un cristiano. E con ciò non
intendiamo dire che si deve tutti provare delle
esperienze mistiche per essere cristiani, ma che, in un
mondo pluralistico e secolarizzato, non è più
sufficiente nascere cristiani ma lo si deve diventare
con la forza della ragione e il coraggio della fede. Il
cristiano, dunque, è chiamato a contemplare ad occhi
aperti, è chiamato a gettare semi di contemplazione sul
terreno della storia e non fuori di essa. E' chiamato a
scoprire nelle voci dell'umanità l'eco della voce di
Dio, che crea chiamando e chiama creando. Con tale
discernimento egli aiuta ogni uomo di buona volontà a
seguire l'eco della voce divina sino alla sua origine,
alla sua fonte, cioè il Verbo di Dio incarnato, Gesù il
Cristo, la "nostra pace". Nella contemplazione del suo
volto trovano pace tutti gli uomini di buona volontà!
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