II. EGLI VENNE NEL MONDO
Carico della sapienza e conoscenza del Padre, fornito
di tutti i tesori dell'abisso. Espressione
dell'inesprimibile. Egli è in principio la Parola. Ed
aprendo la bocca davanti al mondo e iniziando a parlare
del Padre, iniziò anche ad enunciare se stesso, perché è
la Parola vivente, colui che parla e, insieme, il
discorso parlato.
Egli venne nel mondo per rivelare se stesso come la
rivelazione del Padre, e mentre trasferiva in questa
notizia ogni sua mira e il senso del suo essere, ed
altro non voleva che essere specchio e finestra del
Padre, volontà ed essenza di entrambi coincisero, e
quest'unità fu lo Spirito Santo. Trinitaria fu dunque
l'azione, e trinitario il contenuto della rivelazione, e
nucleo ed essenza di ogni verità fu racchiuso nella
Trinità, radice e meta di tutte le cose.
In questo discorso la Parola di Dio era l'amore.
Perché chi apre se stesso ama parteciparsi; e questo,
Dio fece con la sua Parola. Lo stesso dire era l'amore
di Dio e perciò anche il detto. Nient'altro infatti era
il dire che il detto, perché la Parola era presso Dio e
la Parola era Dio. Una sorgente cominciò a scorrere, e
nel fatto stesso di questo scorrere consisteva la
sorgente. C'erano abbastanza morte cisterne nel mondo,
ma la cosa nuova era: scorre dell'acqua e si diffonde.
Era straripata la coppa di Dio, si sarebbe potuto
credere per l'eccesso di ira; ma se è Dio che tempesta,
la nube dell'ira versa un sussurro d'amore.
L'acqua tende verso il basso e anche l'amore va verso
il fondo, è la sua forza di gravità. Ciò che viene da
sopra non ha bisogno di altezza, ha bisogno di
profondità, vuole sperimentare l'abisso. Ciò che viene
dall' alto è già intatto e puro, solo discendendo può
rivelarsi. Ciò che viene dal basso tende naturalmente
all'altezza, l'istinto mira alla luce, vuole il potere,
ogni spirito limitato vuole affermarsi e svolgere la sua
corona nel sole dell'essere. Ciò che è povero vuol
essere ricco: di forza, calore, mediante sapienza e
sentimento comunicativo. Questa è la legge del mondo.
Poiché tutte le cose si protendono dal nodo del seme
verso la vita evoluta, il possibile preme impaziente
verso la forma, l'oscuro punta alla luce rompendo la
terra che lo copre. Nel loro generale protendersi gli
esseri si urtano l'un l'altro e si delimitano
reciprocamente e questi confini si muovono in gioco ed
in lotta per l'esistenza, e le delimitazioni tra esseri
si chiamano costume, convenzione, famiglia, stato. A suo
modo tutto questo premere, questa entelechia,
attesta l'essenza buona del Creatore - poiché ogni buona
cosa urge oltre se stessa verso il suo sviluppo - è
l'oscura tendenza della creatura verso Dio. Perché
questo impulso è inquieto, affamato e insaziabilmente
coinvolge l'uomo il mondo e Dio, per calmare il proprio
vuoto. Povero e bramoso viene quindi chiamato l'amore
dell'uomo fin dai tempi antichi, e bisognoso del bello
per generarvi, ebbro e cieco com'è, qualcosa di amabile.
Ma la Parola venne dall'alto. Venne dalla pienezza
del Padre. In essa non c'era tensione, perché era essa
stessa la pienezza. Luce era in essa e vita ed amore
senza desiderio, amore che ebbe compassione del vuoto e
decise di riempirlo. Ma l'essenza del vuoto era di
tendere esso stesso alla pienezza, era un vuoto in
fermento, un abisso armato di denti. La luce venne nelle
tenebre, ma le tenebre per la luce non avevano occhi,
erano fatte solo di fauci. Venne la luce a illuminazione
di coloro che stanno seduti all'ombra dei sepolcri, e
illuminazione voleva dire: riconoscere il dono della
luce e mutare anche se stessi in luce che si dona. Ciò
sarebbe stata la morte dell'istinto e la sua
resurrezione nell'amore.
L'uomo mira all'alto e la Parola al basso. Così i due
si incontreranno, a mezza strada, al centro, sul luogo
del mediatore. Ma si incroceranno, come spade; le loro
volontà sono contrapposte. Giacché assai diversamente
che uomo e donna si rapportano Dio e uomo; in nessun
modo i due si integrano a vicenda. E non è legittimo
dire che Dio ha bisogno del vuoto per mostrare la sua
pienezza, come l'uomo ha bisogno della pienezza per
alimentare il suo vuoto; o che Dio discende affinché
ascenda l'uomo. Se questa fosse la mediazione, l'uomo
avrebbe sì inghiottito in sé l'amore di Dio, ma come
nutrimento ed aumento della sua avida brama, la sua
volontà di potenza si sarebbe alla fine impadronita di
Dio, e così la Parola sarebbe stata strozzata e le
tenebre non l'avrebbero compresa. E le ultime cose
dell'uomo sarebbero state peggiori delle sue prime,
perché egli avrebbe rinchiuso entro il cerchio stregato
del suo io non solo i suoi simili, ma lo stesso Creatore
e l'avrebbe degradato a leva dei suoi desideri
egoistici.
Piuttosto, ammesso che debbano incontrarsi: quale
strada bisognava percorrere? Le tenebre dovevano
illuminarsi, la brama cieca sciogliersi in amore
chiaroveggente, e la sagace volontà del possesso e dello
sviluppo chiarirsi nella folle sapienza dell'autodispersione.
Invece di perseguire, evitando la Parola di Dio, la
temeraria salita per raggiungere il Padre, è stata
proclamata una nuova istruzione: insieme con la Parola
invertirsi, discendere dai gradini conquistati, trovare
Dio lungo la strada del mondo, andare al Padre per
nessuna altra via che quella del Figlio. Poiché solo
l'amore redime, ma che cosa è l'amore lo sa Iddio,
perché Dio è l'amore. Non esistono due specie di amore.
Non esiste, accanto all'amore di Dio, un altro amore,
umano. Ma quando Dio decide e la sua Parola viene
proclamata, allora l'amore discende e trabocca sul
vuoto, allora egli ha eretto la tavola della legge di
ogni vero amore.
Ma in che modo avrebbe mai dovuto l'uomo comprendere
questo? Perché da tempo assai lungo desiderio, impulso
ed istinto della sua natura si erano irrigiditi nel
peccato, il morbo della volontà convergente sull'io come
un cancro aveva lacerato il tessuto dell' anima sua. Il
ricco cuore che Dio gli aveva donato ondeggiava tutto
folto di passioni e consumava se stesso nella
malinconia, ogni tentativo di sfuggire alla prigione
interiore lo rigettava in una schiavitù ancora peggiore.
Così coatto e represso egli si diede a glorificare
l'odiata corvée e a cingere la fossa dell'io di
terrapieni e di buche. Chi a un tale io dichiara la
guerra sia bene avvisato. Si sarebbe dovuto abbattere
ronda su ronda, e se il nemico fosse penetrato già oltre
il ponte e si fosse trovato il castello già tra le
fiamme, e non fosse rimasta ormai che una torre a
resistere disperatamente, l'uomo non si sarebbe arreso
fino a che l'ultima porta non fosse stata infranta,
l'ultima freccia scoccata, l'estrema energia del suo
braccio paralizzata in una lotta mortale all'arma
bianca.
La Parola venne dunque nel mondo. Venne nella sua
proprietà, ma i suoi non l'hanno ricevuta. Brillò
nell'oscurità, ma le tenebre se ne sono distolte. Così
la rivelazione dell'amore dovette decidersi alla
battaglia per la vita e la morte. Dio venne nel mondo,
ma un muro di lance e di scudi si irrigidì a difesa. La
sua grazia cominciò a piovere gocce, ma il mondo si fece
gommoso e impenetrabile, e le gocce scivolarono via. Il
mondo si era chiuso ermeticamente. Chiusa la
circolazione della vita umana, sufficiente e soddisfatta
di sé. Ogni aspirazione al di là dei suoi limiti veniva
di continuo riassorbita nei limiti. Chiusa la religione,
un cerchio di usi e di riti, di preghiere ed offerte, di
prestazioni dell'uomo e di controprestazioni della
divinità, un costume ereditato dagli avi e intangibile
tranne che da parte di delinquenti. Chiuso e ben
corazzato da tutte le parti era il mondo contro Dio, e
non aveva occhi per fuori, perché tutti i suoi sguardi
erano rivolti a sé verso dentro, ma questo interno
sembrava una sala di specchi, dove le cose limitate
sembravano rifrangersi in lontananze a perdita d'occhio,
poneva se stessa in assoluto e in infinito, e bastava
quindi a se stessa come Dio. Solo le fauci del mondo si
aprivano verso fuori, pronte a ingoiare chiunque osasse
avvicinarsi.
E quando ora la Parola di Dio vide che la sua discesa
non poteva diventare altro che la sua morte e rovina, e
che la sua luce doveva sprofondare nelle tenebre, essa
accettò questa battaglia e dichiarazione di guerra. Ed
escogitò questa imperscrutabile astuzia: immergersi come
Giona nel ventre del mostro e avanzare fino alla cella
più interna della morte. Far esperienza della prigione
estrema della peccaminosa voglia e vuotare la feccia del
calice. Offrire la fronte all'infinita brama di potenza
e di violenza. Dimostrare la vanità del mondo con
l'inutilità della sua stessa missione. Rappresentare
l'impotenza della ribellione nell'impotenza della sua
obbedienza verso il Padre. Portare alla luce la
debolezza mortale di questa difesa disperata contro Dio
mediante la propria stessa debolezza mortale. Lasciare
al mondo la sua volontà e fare in questo la volontà del
Padre! Dare al mondo la volontà del mondo e in questo
modo spezzarla. Lasciare spezzare il suo calice e in tal
modo versare se stesso! Con il versamento di un'unica
goccia di sangue dal cuore divino addolcire il mare
immensamente amaro. Doveva essere lo scambio più
inconcepibile: che dall'opposizione più estrema uscisse
l'unificazione più eccelsa e si dimostrasse,
nell'estrema vergogna e sconfitta, la forza massima
della vittoria. Perché la sua debolezza sarebbe già la
vittoria del suo amore per il Padre e la sua
riconciliazione, e l'atto della sua forza suprema
sarebbe stato questa debolezza grande a tal punto da
superare di gran lunga la miserabile inermità del mondo
e da abbracciarla in sé come da sotto. Egli soltanto
sarebbe di qui innanzi la misura e quindi anche il senso
di ogni impotenza. Voleva sprofondare sì a fondo che
ogni cadere sarebbe stato un cadere dentro di lui. E
ogni rigagnolo dell'amarezza e della disperazione
sarebbe d'ora in poi defluito giù fin nel suo abisso più
profondo.
Nessun combattente è più divino di colui che è in
grado di vincere con la sconfitta. Nell'attimo in cui
egli riceve la ferita mortale, il suo avversario crolla
a terra definitivamente colpito. Perché costui colpisce
l'amore e viene così dall' amore colpito. E mentre
l'amore si lascia colpire dimostra quod demonstrandum:
che esso è appunto l'amore. L'odiatore colpito riconosce
il suo limite e comprende: può comportarsi comunque egli
voglia, ovunque egli attinge un amore più grande. Quanto
egli crede di opporre: insulto, indifferenza, disprezzo,
riso e ironia, silenzio mortale, diabolica offesa; ogni
cosa non potrà che dimostrare la superiorità dell'amore;
l'amore riemerge più radioso da ogni notte più nera.
Perché ogni vita nel mondo si piega un giorno o anche
più volte alla morte e deve attraversarne impotente la
soglia; in tale passaggio si attua alla fine il gesto
del Figlio, che a ogni impotenza dà contenuto e
significato. Tutt'attorno noi siamo circondati da un
limite in ogni sua parte mortale, e noi che ancora
pensavamo di escludere Dio dal nostro spazio ben chiuso
o di potervelo includere, abbiamo così facendo
dimostrato l'esclusività del suo amore che ci tiene
racchiusi nelle sue braccia invincibili. Poiché già è
diventata la morte -la nostra morte - una trasformazione
dell'amore.
Ma il piano e l'astuzia di Dio non sono ancora
perfetti; vi manca ancora il termine medio. Lo strumento
ancora vi manca per penetrare nell'interiorità del mondo
e trasformarlo da dentro, il talismano per forzare la
porta sbarrata. Egli creò allora il suo cuore e lo pose
al centro del mondo. Un cuore umano, che conosce la
tensione e la nostalgia del cuore umano, esperto di
tutti i grovigli e vagabondaggi, atmosfere e
metamorfosi, di tutte le beatitudini amare e beate
amarezze, che un cuore umano ha mai assaggiate. Questa
cosa creata, la più pazza e più indocile e
trasformistica di tutte le cose create. Questo luogo di
ogni fedeltà e tradimento, questo strumento che è più
ricco di tutta un'orchestra, più povero del vuoto
stridio di un povero grillo, e nella sua
incomprensibilità una copia speculare rovesciata
dell'incomprensibilità divina. Questo egli trasse,
mentre dormiva, dalla costola del mondo e ne fece
l'organo del suo amore divino. Con quest'arma egli stava
- come il guerriero nel ventre del cavallo di Troia -
già in mezzo al paese nemico, partecipava già al
meccanismo del mondo, sapeva già tutto da dentro; come
in un sogno poteva auscultare in questa conchiglia il
mare di sangue dell'umanità: il suo tradimento gli era
già stato rivelato, e conosceva ormai come Hagen il
punto vulnerabile nel collo di Sigfrido. Perché nello
spazio interiore del cuore ogni mistero è dispiegato ed
aperto, e le onde del sangue lo fan rifluire spoglio ed
inerme da un cuore d'uomo ad un altro. Egli prese parte
a tutta questa circolazione sanguigna.
D'ora in poi la sua morte non era ormai più
evitabile. Giacché quale cuore è in grado di potersi
difendere? Non sarebbe più un cuore se avesse scorze e
corazze, non sarebbe più un cuore se, ormai inerme
dischiuso alla corrente che l'investe, vita donando
dalla propria inesausta riserva di vita, non
dimenticasse ormai tutto nel giubilo di questa sua
prodigalità. Ebbro è ogni cuore così ricco di sangue e
unicamente occupato ad attrarre in nuova danza
l'immobilità; una selvaggia gelosia lo consuma;
inesorabilmente egli batte il ritmo dell'amore, così che
la ripercussione della sua tirannica frusta riecheggia
ancora nel sonno attraverso il corpo fino alle membra
più estreme. Cuore e vita, cuore e sorgente, cuore e
nascita sono un'unica cosa. Quando un cuore potrebbe
aver tempo per pensare a lotta e a difesa? Mentre tutte
le membra dormono e soggiacciono alla tentazione della
morte, il cuore insonne mantiene in vita gli
inconsapevoli. Difendersi possono, vincere devono
esteriormente il nemico, il cuore senz' armi dona loro
la forza dal suo centro di fuoco. Ogni guerra si nutre
di esso, ma esso stesso è la pace. Ogni potere esce da
lui, ma lui stesso è l'impotenza. Ogni salute scaturisce
da questa ferita che sanguina incessante.
Ogni cuore è senza difesa perché è la sorgente;
perciò ogni nemico ha per sua mira il cuore. Abita qui
la vita, qui si può coglierla. Qui essa sale, giovane
fresca nuda, dall' abisso del nulla. Qui tu puoi porre
il tuo dito sulla vena pulsante dell'essere, coi tuoi
occhi vedere la sua rigenerazione. Rossa nel rosso essa
pulsa nella rosa della vita, e l'occhio vi s'immerge nel
mistero della nascita prima. Tutto irradia da questo
centro generativo, e quando le arterie dal lungo errore
ritornano, ciò che è fluito, stanco e oscuro rifluisce,
per reimmergersi nel polso dell' origine, il fiacco
calore che porta con sé è ancora pur sempre un'eco del
principio. Ogni mistero della vita ha il suo inizio nel
cuore. Pesantemente cariche di mistero escono sui flutti
del sangue le sue flotte dal porto; e quanto esse,
rientrando dalle isole più remote, sussurrano nel grande
orecchio materno della sorgente può mai essère qualcosa
di nuovo, più vivo della vita? Dice se stessa la vita
nei ritmi immortali" martellanti del cuore, e le sue
tempeste e bonacce, i suoi saliscendi, i suoi
andirivieni si amplificano in legge di vita del corpo
intero.
La Parola venne dunque nel mondo. La vita eterna si
scelse il luogo di un cuore umano. Decise di abitare in
questa tenda tremante, le piacque di lasciarsi colpire.
Così la sua morte fu cosa decisa. Perché inerme è la
fonte della vita. Dio nella sua eterna fortezza, nella
sua inaccessibile luce, era inespugnabile, come spari di
bambini le frecce del peccato si spuntavano alle bronzee
mura della sua gloria. Ma Dio nell'abitacolo di un
cuore, come era facile da raggiungere. Bastava un attimo
per danneggiarlo. Più facile ancora di un uomo; perché
un uomo non è solo un cuore; è cartilagine e osso,
muscolo tenace e pelle indurita; ci vuol proprio una
cattiva intenzione per ferirlo. Ma un cuore: quale
bersaglio! Quale mai esca! Quasi senza pensare vi si
indirizza il tiro della fionda. Quale tallone di Achille
si era Dio procurato, in che pazzia si era mai gettato.
Egli stesso aveva rivelato il punto debole del suo
amore. Si era appena saputo che si trovava come un cuore
tra tutti noi che affiliamo le frecce e assestiamo
l'arco. Una pioggia lo sorprenderà, una grandinata;
proiettili a milioni volano a bersaglio sulla piccola
macchia rossa.
Il suo cuore, che è senza difesa, non lo difenderà.
Un cuore non ha intelligenza, infatti. Non sa perché si
spara. Non ci sarà chi si schieri con lui. Lo si tradirà
(ogni cuore è infedele). Non ci si ferma mai, infatti,
si va, si corre; e poiché l'amore corre sempre più
forte, correrà più forte anche il suo cuore incontro al
nemico. Sua delizia è dimorare tra i figli dell'uomo,
sua passione è sapere quanto piacciono i cuoi stranieri,
gli altri. Questo piacere ha voluto gustare, un gusto
che gli è costato molto. Mai più dimenticherà questo
gusto nelle più lontane eternità. Solo un cuore poteva
progettare simili avventure, follie che conviene non
raccontare a chi ha il ben dell'intelletto, che conviene
passare sotto silenzio, che si covano soltanto in un'
alleanza fra carne e sangue, follie del povero cuore che
dalla sua povertà nascosta e da uno squallido campo
terreno sa evocare tesori davanti a cui stupiscono i
celesti.
Venne così il Figlio nel mondo, e il suo cuore lo ha
trascinato Dio sa dove, perché ogni cuore morde
impaziente la corda, fiuta tracce che nessuno fiuta,
guizza per vie che solo lui conosce. E sono, questi due,
in ultima analisi d'accordo, il Signore e il suo cuore.
Il cuore segue volonteroso la volontà del Signore che lo
adesca nella tana della volpe. E il Signore segue
volonteroso le piste del cuore che lo guidano in
avventure mortali: a caccia di uomini nelle foreste
vergini del tenebroso mondo antidivino.
Incomprensibile segno issato in mezzo al mondo tra
cielo e terra! Corpo misto, simile a un centauro, in cui
si fonde ciò che doveva rimanere eternamente diviso in
veneranda distanza! Il mare divino cacciato di forza
nella minuscola fonte di un cuore d'uomo, l'immensa
quercia della divinità nel piccolo fragile vaso di un
cuore terreno. Dio, altissimo sul suo trono di gloria, e
il servo, che faticoso lavora ed adora inginocchiato
nella polvere, l'uno e l'altro non più distinguibili.
Coscienza regale dell'eterno Dio compressa
nell'incoscienza dell'umana umiltà. Tutti i tesori della
sapienza e scienza di Dio ammucchiati nella camera
angusta dell'umana povertà. La visione dell'eterno Padre
avvolta nelle congetture di una fede offuscata. La
roccia della sicurezza divina trainata sull' onde di una
speranza terrena. Il triangolo della Trinità con la
punta rivolta verso un cuore umano.
Così questo cuore oscilla, come l'anello stretto
della clessidra, tra il cielo e la terra, e la sabbia
scorre senza sosta dal contenitore da sopra verso il
fondo terreno. Da sotto per contro sale attraverso
l'anello un debole odore, un odore estraneo al cielo
verso le alte sfere, e neanche una parte dell'infinita
divinità non viene raggiunta da questo aroma nuovo.
Lieve e costante un vapore colar rosso pallido si stende
sui bianchi campi angelici, e l'inaccessibile amore del
Padre e del Figlio assume il colore della tenerezza e
della cordialità. Tutti i misteri di Dio, che celavano
fino adesso il loro volto sotto sei ali, si scoprono e
sorridono in direzione degli uomini laggiù. Infatti
impensabilmente brilla loro incontro, come sdoppiato, di
ritorno dallo spazio terreno come in uno specchio, lo
stesso proprio volto.
Ogni uno diventa due e ogni due uno. Non una pallida
copia di celeste verità si riflette sulla terra, ma la
stessa celeste realtà, tradotta in lingua terrena. Se il
servo quaggiù crolla a terra stanco e consunto e, Dio
adorando, tocca con la testa la terra, allora questo
povero gesto assume in sé ogni riverenza del Figlio
increato davanti al trono del Padre. E aggiunge a questa
eterna perfezione per sempre l'inapparente opaca
perfezione, dolorosa faticosa, di una umana umiltà. Ma
il Padre non ha mai così interamente amato il Figlio
come quando lo ha scorto sfinito in ginocchio. Giurò
allora a se stesso che avrebbe innalzato questa piccola
creatura al di sopra di tutti i cieli fino al suo cuore
paterno, questo figlio dell'uomo che è suo Figlio, e per
amore di quest'Unico anche tutti gli altri, che
assomigliano a quest'Unico, Diletto sopra ogni altro,
nei quali egli intuisce, confusi e distorti, i tratti di
suo Figlio. E quando il servo, diventato giocattolo dei
suoi carnefici, ricoperto di sangue, coronato di spine,
nascose a tal punto il suo volto che lui stesso, suo
Padre, trova che è più umano perfin l'assassino e lo
assolve, mentre la folla urlando perseguita a morte
l'altro che non è più suo Figlio, allora l'eterna maestà
non è mai stata finora raggiunta da un così perfetto
onore e splendore, perché nell'inconoscibile volto di
quel reprobo si riflette immacolata e radiosa la volontà
del Padre.
Chi può qui dividere ciò che non si può più dividere?
Chi separa la gloria di Dio dalla forma di schiavo
dell'uomo? Chi distingue, in questo agire terreno di
Dio, ciò che esce dallo strumento umano, a cui tutto è
stato tolto, e ciò che è proprio della grazia che
strappa al violino suoni che non ha? Chi può decidere
ciò che può un cuore umano quando esso, innalzato sopra
di sé, diventa espressione del divino e precisamente
così è in grado di rappresentare, di dar via quanto c'è
in esso di più umano? Chi può mostrare il confine tra
l'umanità racchiusa in un cuore terreno e l'altra
umanità a cui l'amore celeste è in grado di estenderlo?
E chi può dire che nell'infinità seconda celeste il
cuore umano dovrebbe cessare di battere, venendogli meno
il respiro, perché non è estensibile fino ai confini del
mondo, anzi di Dio stesso, oppure che un lo divino non
ha spazio abbastanza per abitare in un cuore così
amplificato, e dunque il mondo vi trova facilmente posto
e senza forzatura alcuna e come dà sé? Chi è così
temerario da affermare che il finito è sufficiente per
noi, e che la silenziosa felicità di un angolo di terra,
un certo numero d'anni, una felicità smorzata, una
felicità modesta possano bastare al cuore, e che la
realtà umana, quando essa sia pulitamente separata dal
divino, gusta la sua transitorietà e piegata su se
stessa centellina le sue proprie lacrime come un vino
glorioso? Invece che alzare lo sguardo al grande cuore
che è al centro, celebrare l'annientamento e la
sconfitta di tutte le barriere, e capire che l'Altissimo
guarda alla bassezza della sua creazione con tale amore
da attirarla a sé e da eleggere la carne e il sangue
come patria e dimora di grazia sovraumana?
Canta, mio cuore, le vastità del cuore del mondo! Se
il triplice mare della vita eterna dall' alto risuona
dentro il piccolo guscio, si alza da sotto, schiumando,
il contro-mare di tutti i paesi ed i tempi, la torbida
onda precipitosa del mondo, la nera schiuma del peccato,
tutto: tradimento e viltà, boria, angoscia e vergogna si
alzano verso l'alto, puntano e premono dentro il cuore
del mondo. Ed entrambi i due mari vi cozzano insieme
come acqua e fuoco, sopra il campo sottile si decide
l'eterna battaglia fra il cielo e l'inferno. Mille volte
esso dovrebbe scoppiare sotto questa aggressione, ma
resiste, consiste, vince la prova. Tutta la cavità del
cielo e dell'inferno la svuota in un unico movimento,
con il gemito più profondo gusta la gioia più alta. E
ciò che qui giubila e piange tuttavia non cessa un
momento di essere ciò che era: un semplice cuore umano.
Resistendo al duplice assalto, al doppio uragano dell'
amore e dell' odio, al duplice fulmine del giudizio e
della grazia, non scoppierà il piccolo cuore, neppure
quando il Padre un giorno, nascosto, accompagnandosi ai
traditori, lo abbandona solo in mezzo al mondo,
circondato da tutte le parti da gelide tenebre,
aggredito da tutte le fiamme dell'inferno, irriso dalle
smorfie di tutti i peccati, inimmaginabilmente
angosciato, sepolto vivo, precipitato nell' abisso. Ma
la stessa morte non lo può uccidere, né tutte le acque
dell'inferno affogare, e così questo cuore, che ama
ancora quando il Padre gli si chiude, sembra la cosa più
grande, ancora più grande se le meraviglie di Dio
fossero le meraviglie del cuore umano: ma esso è appunto
il cuore umano di Dio.
Perché questo è da sapere: se delle barriere umane
fossero capaci di accogliere la pienezza di Dio, questo
sarebbe un dono di Dio e non la forza di comprensione
della creatura. Solo Dio può amplificarsi all'infinito
senza rompere la finitezza. E ancora più grande del
miracolo per cui un cuore può essere allargato fino alla
misura di Dio è quello per cui Dio può venir ridotto
fino alle misure dell'uomo. Quello per cui la mentalità
del signore ha trovato posto nella mentalità del
servitore. Quello per cui l'eterna visione, senza
scomparire, si è offuscata fino alla cecità di un verme
schiacciato sotto i piedi. Quello per cui il sì perfetto
alla volontà del Padre ha potuto essere detto tra gli
impulsi alla bestemmia degli istinti eccitati di un
agnello martoriato a morte. Quello per cui l'eterna
distanza di amore che pur eternamente si chiude nell'
abbraccio di entrambi nello Spirito ha potuto dilatarsi
come la distanza tra cielo e terra, sul fondo della
quale il Figlio geme dicendo «Ho sete», e lo Spirito
altro non è che il grande caos che separa e che non si
può attraversare. Quello per cui la Trinità ha potuto
deformarsi nella caricatura del rapporto tra giudice e
peccatore. Quello per cui l'eterno amore ha potuto
rivestire la maschera dell'ira divina. Quello per cui
l'abisso dell' essere ha potuto scivolare in un abisso
del nulla.
Ma anche questo mistero è incluso e tenuto nello
spazio di un cuore. Nel suo centro s'incontrano essere e
non essere. A lui solo è noto il nodo e la soluzione
dell'enigma. Nel suo asse s'incrociano le due travi.
Ogni abisso vien superato dallo slancio del suo amore.
Ogni contraddizione ammutolisce davanti alla parola
della sua dedizione. Un singolo, concreto cuore, esso è
alla pari l'amore incarnato di Dio come l'amore
divinizzato dell'uomo. La rappresentazione perfetta
della triplice vita in Dio e la perfetta viva
espressione di un semplice sentimento davanti a Dio.
Distanza e vicinanza coincidono. li servo è come servo
l'amico, e l'amico è come amico il servo. E niente vien
fuso oppure confuso, nessun limite nell' ebbrezza
dell'infinito prevale. Esatta e chiara e ferma come
cristallo si mantiene la forma, e il contorno, e ciò che
il peccato ha caoticamente mischiato viene nitidamente
distinto in obbedienza e adorazione. Sobria è l'ebbrezza
di questo amore, verginale il talamo nuziale del cielo e
della terra.
Giacché non l'estasi salva ma l'obbedienza. E non la
libertà dilata bensì il vincolo. Dunque legata nella
costrizione dell'amore è venuta la parola di Dio nel
mondo. Come servo del Padre, come il vero Atlante, si è
caricato il mondo sulle spalle. Unì insieme nella
propria azione le due volontà nemiche e disciolse
unendole tutte e due il nodo indissolubile. Osò esigere
tutto dal suo cuore e pretendendo l'eccessivo da sé
trascinò in alto il suo cuore a prestazioni impossibili.
In questo sovraccarico il cuore conobbe il suo divino
Signore, conobbe la felicità e l'amore (che domanda
sempre in eccesso), e si aprì al comando.
Si aprì al mondo. Prese su di sé il mondo. Divenne il
cuore del mondo. Si espropriò in cuore del mondo.
L'antro nascosto divenne strada per eserciti, su cui le
carovane della grazia discendono, ed ascendono le lunghe
processioni dei piangenti e dei mendicanti. Un
andirivieni e un trambusto come nelle grandi piazze di
transito e nelle centrali del commercio. Tutto ciò che
sale riceve qui il suo passaporto e le sue credenziali,
un unico cuore compie il lavoro di centomila impiegati.
Tutto ciò che discende viene qui dettagliato e
distribuito. Nessuno può venir trascurato, ognuno ha
bisogno del suo aiuto, della sua missione, di chiare
informazioni sulla propria strada ulteriore, del suo
conforto, del suo viatico. A perdita d'occhio arriva qui
la fila dei supplicanti, ogni caso è da trattarsi
singolarmente. Nessun destino è simile a un altro,
nessuna grazia è impersonale. I fili corrono, il telaio
del mondo fila il suo modello infinito, le linfe
circolano nelle arterie dell'umanità, ma un immenso
volano mette in moto ogni cosa, un invisibile palpito
spinge ogni cosa avanti. Inizia la circolazione
dell'amore. Le pale di Dio discendono in profondità,
estraggono il fango grondante dagli inferni delle anime
e lo trasferiscono nel cuore che è il centro. Il sangue
avvelenato viene assorbito, viene filtrato, e mandato
poi avanti come un sangue rosa ringiovanito. Tutto ciò
che è affaticato e pesante viene immerso nel bagno
salvifico della misericordia, depressione e disperazione
vengono versate nel cuore che le accoglie.
Questo cuore vive di servizio. Non vuole glorificare
se stesso ma il Padre soltanto. Non parla del proprio
amore. Fa il suo servizio in modo che non lo si avverte,
a tal punto che quasi lo si dimentica, come noi
dimentichiamo il nostro cuore nel groviglio degli
affari. Pensiamo che la vita vive da sé. Nessuno
ascolta, neppure un secondo, il pulsare del suo cuore,
né vede le ore ed ore che esso gli dona. Si è abituato
al suo battere lieve, al suo eterno ondeggiare che batte
da dentro alla sponda della sua coscienza. Lo considera
un destino, la natura, come il corso delle cose solite.
Si è abituato all'amore. Non ode più il dito che picchia
giorno e notte alla porta della sua anima, questa
domanda, questa richiesta di entrare.
۩ SU
III. COSÌ COMINCIÒ LA SUA
DISCESA NEL MONDO
Va' e rimettilo in ordine, il Padre gli disse. Allora
è venuto e, come uno straniero, s'insinuò nel formicaio
dei mercati. Passò accanto alle baracche dove i prudenti
e gli astuti offrivano le loro merci, vide le mani
febbrili dei venditori rovistare tra tappeti e gioielli;
udì le consorterie dei sapienti lodare le nuove
invenzioni: modelli di stati e di società, ricette per
vivere felici, macchine volanti verso l'assoluto,
trabocchetti e immersioni verso il nulla beato. Passò
accanto alle statue degli dei, noti ed ignoti, diede un'
occhiata nelle riserve dello spirito, dove balle e botti
si ammucchiavano a torre (giacché, fin dallo stadio
animale, c'è nel sangue dell'uomo l'istinto alla
sicurezza e al nascondiglio), alzò il sipario di certe
locande, dove l'assenzio del sapere segreto offre
l'accesso ad inferni o paradisi artificiali. Salì sopra
un monte, vide paesi, sentì ridere e piangere, notò in
qualche alcova uomini e donne aggrovigliarsi furenti e
nella stanza vicina gemere una partoriente; morti
venivano portati fuori accanto a bambini che andavano a
scuola. Venivano costruite città sulle ceneri di
abitazioni precipitate, qui infuriava la guerra, là si
stendeva sazia la pace; l'amore rideva di odio, e l'odio
di amore crudele, fiori e marciume, vizio e innocenza
crescevano disperatamente l'uno nell'altra e mescolavano
inestricabilmente il loro odore. Un grande immenso
rumore confuso di mille voci usciva dal turbinio,
polvere e fumo vorticavano insieme, e tutto sapeva
dolcemente di luridume e di corruzione. Nessuno
conosceva il nome del Padre.
Egli era la luce e tutti erano ciechi. Era la Parola
e tutti erano sordi. Era l'amore, ma nessuno sapeva
neanche lontanamente che c'era. E camminando attraverso
la folla, che quasi lo soffocava, nessuno l'ha visto.
Fissò il suo sguardo divino su questo giovane, su quella
ragazza, ma essi non l'hanno avvertito e subito si sono
distratti. Nel luccicare della notte del mondo la sua
fiamma sembrava ancora più misera di una torcia a vento,
la sua voce echeggiò come quella di un uccellino nel
rumore di una cascata. Due mondi si incrociavano nella
sua anima, ed era intollerabile la fatica di
abbracciarli nella loro opposizione con un unico
sguardo. Questa vita di ogni giorno, questa strada piena
di gente che insegue i suoi affari, ognuno quello suo
proprio; calzolaio o panettiere, uno pensa al latte o
alle lettere, si riconoscono ai vari vestiti i vari
uffici, che si scambiano l'un l'altro. Hanno istituito
un'autorità e un potere di ordine, alcuni si denominano
poeti perché descrivono in versi i loro traffici, o
anche l'intonazione dell'esistenza, e alcuni regolano
tutto il movimento dal punto più alto. Molti si
conoscono e si salutano l'un l'altro, e tutti sanno una
cosa: tutti insieme facciamo qualcosa che si chiama
umanità; un brivido di orgoglio scorre loro attraverso
le vene, un sentimento nobile all'idea di formare il
cerchio rotondo che porta in se stesso la sua legge e il
suo significato; c'è un accordo fra noi: nessuno di noi
va oltre i termini di questo punto chiuso. Abbiamo molta
considerazione per le manchevolezze di questa nostra
creazione, ma siamo anche pieni di sospetto per tutti
quelli che la mettono interamente in questione. Perché
se nei particolari qualcosa potrebbe essere migliore,
nell'insieme tutto è come dev'essere.
Egli aveva però un altro occhio. Li osservava con gli
occhi del padre: ciò che essi chiamavano mancanza era
per lui una lebbra orripilante sul volto e sopra tutto
il corpo, una piaga, un bubbone, che rodeva la loro
anima e li storpiava e deformava. E ciò che essi
chiamavano legami erano pesanti infrangibili catene che
trascinavano penosamente spinto da dèmoni; e ciò che
celebravano come la modestia serena dei loro limiti,
vista da dentro era una disperazione infinita. Un vuoto,
come una fame sorda, si spalancava nelle loro anime, ma
non era un vuoto che li dilatava, bensì li stringeva e
delimitava, e toglieva loro la mente e i sensi.
Camminavano brutti e nudi, ma credevano di coprirsi a
vicenda e avevano perduto la sensazione del freddo.
Poiché era così cattiva la peste da cui erano infetti
che, senza accorgersene, ne avevano perso completamente
il senso. Erano morti, ma così totalmente morti da
credere di essere vivi. Erano separati da Dio e così
lontani dalla sua verità da illudersi che tutto fosse a
posto. A tal punto in balìa del peccato da non sapere
più che cosa fosse peccato. Così reprobi da considerarsi
eletti. A tal punto assegnati all'abisso e alle fiamme
che l'abisso era diventato per essi Dio e il fuoco
amore.
Si trovava ora al margine del loro paese: come doveva
varcarne il confine? In quale lingua potevano capire il
suo annuncio? In quale versione o simulazione avrebbe
trovato accesso alloro udito? In che modo avrebbe dovuto
velare lo splendore dell' eternità sul proprio viso per
contattarli senza spaventarli? Ma se si mascherava e
compariva tra loro come uno di loro, tutto diventava
ancor più difficile. Come avrebbe potuto
contraddistinguersi? Come far loro capire che era
diverso? Come sarebbe stato possibile pretendere da
essi, nel suo vestito di carne, una fede come a Dio?
Avventura rischiosa, impresa impossibile! Non avrebbero
potuto non scandalizzarsi di lui. Avrebbero confuso
tutto. I suoi discorsi e pronunciamenti li avrebbero
intesi come una nuova dottrina morale e un piano di
rinnovamento del mondo, e il suo esempio come quello di
un maestro di religione. E quando egli avesse aperto il
mantello e un raggio del suo cuore li avesse colpiti, si
sarebbero spaventati e avrebbero gridato allo scandalo e
messo mano alle pietre, se non si fosse subito di nuovo
nascosto dietro la sua maschera. E alla fine l'avrebbero
eliminato come un blasfemo («seduce il popolo») in nome
della legge e del rispetto di Dio, e innalzato come un
esempio per tutti i tempi a venire. Che dunque egli sia
un uomo come loro o che rimanga quel Dio che è! Ne
avrebbero tratto altrimenti una grande confusione.
Avrebbero cercato di ingraziarselo e di inserirlo nelle
loro ragnatele, di strumentalizzarlo a favore della loro
volontà di potenza e di perfezione o della loro smania
di primi posti; e si sarebbero vergognati di una sua
richiesta di venerazione. E quando avesse chiesto amore,
calore, aiuto e intimità, allora si sarebbero tirati
ostilmente indietro e l'avrebbero espulso in una
solitudine divina o infernale.
Nonostante tutto vuole provare. Domanda consiglio al
suo cuore, che gli fa percepire le piccole gioie e
dolori di ogni giorno. Di questo parlerà, in questo si
nasconderà. Ed ora, voi uomini e donne in movimento,
fermatevi, guardate e meditate questo spettacolo!
L'eterna sapienza, che scruta le profondità di Dio e
che, nata prima della stella del mattino, progetta i
mondi e le loro vie, i destini e le strade di ogni cosa,
guardate come tutt'a un tratto si mette a balbettare e a
raccontare come una bambinaia, e come narra piccole
storie (storie «vere», che si sono forse già
verificate): «C'era una volta un uomo che aveva due
figli. . .». E i bambini sgranano gli occhi e battono le
mani e reclamano ancora un'altra storia! «C'era una
volta un seminatore che andò sul campo a seminare.. .».
Cento di queste storie e i bambini tengono fissi gli
occhi e la bocca e trovano che è buffo ed emozionante.
Ogni vicenda umana la si può convertire in simbolo, e
tutto ciò che la sapienza creò un giorno dalla sommità
delle stelle oggi diventa per voi, dato che cammina
travestita in mezzo all'umanità, uno sgabello sul quale
ci si può alzare per sentire la sua voce.
Questo tenta di fare lo straniero di cui si tratta e
insinua non si sa quale melodia nelle sue favole perché
le si ascolti attentamente. Un gusto e un profumo come
di casa paterna. Un vento che soffia ovunque, e lo si
sente, ma nessuno sa da dove viene e dove va. Arriva a
toccare qualcosa e a far ricordare cose da lungo tempo
dimenticate, a ferire un qualche delicato invisibile
strato interno in un punto sconosciuto. Attraverso il
povero brusìo di umane parole è una musica lontana
paradisiaca che risuona e gonfia le vele delle anime con
arcani presentimenti.
Ma essi hanno orecchi e non sentono. Un'intelligenza
e non comprendono. Tutti i loro sensi sono chiusi verso
il mondo vero. E non solo le sue parole, ma neppure le
sue azioni e i suoi gesti essi li sanno interpretare.
Solo all'interno dei loro circoli essi sanno ordinare un
evento; lo interpretano degradandolo alloro livello.
Comprendono qualcosa di nuovo solo in quanto parte del
loro vecchio mondo. Sono come il bestiame che vede solo
le erbe e divora quelle gradevoli al suo stomaco. li
principe di questo mondo li tiene ancora alla corda e ha
gettato un velo sopra i loro occhi. Quando il nostro
straniero distribuisce loro del pane nel deserto, allora
essi credono confusi di aver riconosciuto il loro
maestro; gli corrono dietro come sui monti un gregge di
capre che sente il sale e il sudore; e lui dovrà fuggire
e nascondersi per liberarsi della brama dei loro
istinti. Ma i loro pastori si sono già allertati e
aguzzano diffidenti le orecchie: hanno fiutato
l'arcinemico e non desisteranno fino a che non l'avranno
annientato sotto i loro colpi.
No, parlare ed agire non serve. Deve lui procurar
loro gli occhi che possano vederlo, procurar loro gli
orecchi che non hanno per ascoltarlo, un tatto
sconosciuto per sentire Dio, un gusto e un olfatto per
gustare i cibi e odorare i profumi di Dio. Tutto intero
il loro spirito egli lo deve rifare nuovo dal fondo. Ma
il prezzo per tanto sarà estremo: dovrà prendere su di
sé i loro sensi ottusi e morti, e perdere il Padre suo e
tutto il mondo celeste. Nella morte e nell'inferno dovrà
sciogliersi il suo gravido cuore, e come totalmente
annichilito e dissipato in un mare informe si darà ad
essi da bere, come la bevanda di amore incanterà
finalmente i loro semplici cuori.
Il cuore del mondo deve crearsi da sé il suo mondo.
Il capo del mondo deve formarsi da sé il suo corpo.
Finora aveva valore nel mondo una legge: suscita amore
ciò che è bello, ciò che ci piace, ciò che non sembra
indegno del nostro amore; infiammato a ogni pregio dell'
amato si alimenta il fuoco della nobile simpatia. Sul
ponte dei valori congeniti cammina l'inclinazione umana.
E alla lunga muore l'amore che non si nutre di
contropartite, di doni ricambiati. Così vuole la natura,
giacché Dio ha creato i suoi figli gli uni per gli altri
e riforniti di qualità per piacersi tra di loro.
Ma quale comunione sussiste tra Dio e il peccato?
Quale simpatia vorrebbe mediare tra la luce e le
tenebre? Dal nulla un giorno la parola di Dio ha creato
il mondo, da meno che nulla, dall' odio egli deve una
seconda volta generare il mondo della grazia. Far
scaturire acqua da una roccia. Ciò che sarà degno del
suo amore egli stesso se lo deve procurare. Deve
produrre non solo l'amore che ama ma anche quello che
risponde e riama. Creare con la forza della parola (Wort)
anche la forza della risposta (Antwort). Non ha
nessun tu in cui perdersi, genera nella sua solitudine
la controimmagine dell'amore. Abbandona la tenebra alle
sue fiamme; e fa sì che il mondo, che non lo vuol
conoscere, diventi suo corpo; e dalla solitudine
dell'unico corpo egli genera la sua sposa.
È come se il sole sorgesse sopra il caos e lo
illuminasse traendone un mondo di solo deserto, ghiaccio
e roccia. Non un animale, una vita, una selva, una
canna, un seme, non una traccia, una possibilità di
vita. E sopra questa morte splende la luce del mondo.
Splende e splende, si diffonde dalla sua riserva da un
giorno all'altro, sorge e tramonta placido e tranquillo,
dona e dona vita - ma la vita era la luce degli uomini -
finché un giorno avviene il miracolo e una prima tenue
punta affiora dal terreno, poi una seconda, dodici punte
e settantadue, finché dalla graziosa morte del primo
seme si distende un esile strato di terra fertile, si
alza la prima ombra del primo cespuglio, si animano le
arie germinando, i fiumi si coprono di verde lungo le
sponde, e finalmente, ormai diffuso il bel tappeto
continuo, appare anche l'uomo regale e apre il suo
occhio grato alla luce materna che lo genera.
Ma chi è questo sole? Chi si è assegnata una simile
servitù di amore? Chi è la luce che illumina ogni uomo
che viene in questo mondo? È un cuore come il nostro, un
cuore d'uomo, che pure ha sete d'un ricambio d'amore.
Come altri cuori che esistono, pieni di calda follia, di
incompresa speranza. Pieni di ostinazione. Un cuore che
appassisce se non viene amato. Chi vive per tutta una
vita in mezzo a soli nemici? E dovesse qualcuno
naufragare, come Crusoe, su un'isola solitaria, egli
porterebbe sempre la memoria d'una sua gioventù e
nutrirebbe il suo isolamento con le immagini di
un'amicizia lontana. Un cuore d'uomo non è come Dio: non
gira in se stesso, non basta a se stesso. Batte, pulsa,
cerca, ha bisogno di sangue altrui per vivere esso
stesso. Un cuore d'uomo non è, come Dio, onnipotente:
non può da padrone creare con una parola. Dio disse:
Fiat! E fu fatto. Che cosa può un cuore se non trova
amore ricambiato? Che cosa farà se noi non lo vogliamo
amare?
Tutto sarà più difficile di come sembrava dal cielo.
Visto da lì l'amore era l'irresistibile, il sicuro
vincitore. Bastava solo avvicinarsi agli uomini con il
calice pieno, e gli assetati si sarebbero inginocchiati
mendichi per un sorso. Dovevano avvertire una vicina
salvezza, altro non avrebbero potuto fare. In questa
certezza egli era venuto. Ed ora che è là vestito di
oscura carne, e nel suo petto batte questo cuore di
carne, come tutto è diverso, estraneo, di come lui
pensava! Quanto questa veste oscura il celeste raggio!
E di quanta cautela ci sarà bisogno! Come lieve,
esitante egli dovrà porre il piede a terra affinché non
abbiano a urtare nel suo amore, non abbiano a
fraintenderlo! Giacché essi intuiranno il grande calore
del suo cuore, e allungheranno le braccia per
afferrarlo. Ma non è questo l'amore che lui intende e
dovrà per amore sottrarsi ad essi, dovrà mostrarsi
gelido e far violenza al suo cuore. E più duro ancora
sarà il fatto che egli, a coloro che ama, dovrà non solo
donare il suo amore ma insegnarlo loro e senza pietà
educarli alla sua stessa compassione, spingerli in una
solitudine soffocante come la sua. Alla creatura umana a
lui più cara dovrà con le sue mani trafiggere il cuore
con sette spade, lasciar morire di proposito il suo
amico (e ne soffrirà amaramente), e coloro che a fatica
aveva raccolto nel suo gregge dovrà spedirli nel mondo
inermi come agnelli tra lupi. Non dovrà soltanto
sottoporre a disciplina ogni creatura che lui ama per
farla crescere, ma affliggerla di pene per iniziarla al
mistero del nuovo amore.
Dalla solitudine di un cuore venne redento il mondo.
Non mediante la bella solitudine della clausura, che si
protegge nel guscio contro le ferite della vita, bensì
mediante quella che ci getta inermi in balìa della folla
e della furia. Mediante una solitudine in cui il cuore,
oscillando piano nell' acqua ghiacciata delle
impossibilità, avvertirà l'amore come la fredda lama di
una spada e come una ferita sempre viva. Il popolo è
stolido e animalesco, i sacerdoti stanno in agguato, i
discepoli sono di dura cervice e litigano per il primo
posto, uno dei dodici lo tradirà. Nella sua patria,
nella sua città paterna, perfino nella casa paterna, il
profeta urta nella diffidenza, i cugini lo ritengono
matto. Per colpire lui si assassinano i bambini. Viene
tirato di qua e di là, perché nessuna posizione è
sopportabile sul letto stretto. Talvolta passa all'
attacco, li vuol costringere all'amore, li minaccia di
morte eterna qualora non mangeranno il suo corpo e si
rivela davanti ai tre prediletti nell' estasi della sua
gloria innata. Ma subito si ritira perché non lo amino
per costrizione: nessuno può costruirsi una capanna allo
splendore della sua luce celeste. Comunque egli si
volga, la prenderanno a male. Simile al vasaio che
modella il suo vaso sulla ruota in movimento, egli
modifica il suo cuore per rioffrirlo diversamente.
Inutile: non fanno attenzione. Sanno già tutto. L'hanno
pesato e trovato troppo pesante. Come è leggero il loro
amore: capisce subito, non impara la fatica, è come
dormire e mangiare. A che pro la gran fatica, la danza
vertiginosa sulla corda in alto, che torce lo spirito,
che sbaglia le misure? Vi si rifiutano, lui vaga in
mezzo a loro come un estraneo. In mezzo al suo mondo Dio
ha imparato ad essere ciò che era da sempre: solitario e
uno. Con la solitudine ha redento il mondo.
Tuttavia la solitudine non è ancora abbandono. Perché
anche il sole nel cielo è solo. Ma che sarà se questo
sole sprofonda nelle tenebre? Naufraga in se stesso?
Ogni cuore vive di speranza. Essa sola impedisce la
vertigine sul ponte sospeso del tempo composto di aria
che oscilla di secondo in secondo sopra l'abisso del non
essere.
Il cuore batte: per che cosa? Per domani, per giorni
più belli, e sembra sempre che la via piana davanti agli
occhi si metta a salire. Venga a noi il tuo regno. È già
arrivato il regno dei cieli, vicinissimo. Solo ancora un
momento, figli miei... rari sono i fedeli finora, ma
spera e lavora, mio cuore, non si potrà resisterti in
eterno. «Simone, vedi quella donna?» C'è un senso di
trionfo nella voce. Ciò che è riuscito adesso, l'amara
fiala si è rotta e il profumo è stato versato e anche le
lacrime, un giorno si verificherà anche per te, fariseo,
anche se forse tardi. Speranza del cuore di Dio. TI
regno di Dio somiglia a un seme d'albero di senape che
(un misterioso sorriso accompagna queste parole) è molto
più piccolo di tutte le sementi del giardino..., e in
ispirito egli vede l'albero, cresciutogli dentro il
cuore, dentro ai cui rami nidificano gli angeli del
cielo, e la sua corona fruscia alta nel sole, nel vento
del Padre.
Ma ecco lo sguardo cade sulla terra, ed egli si
sveglia come da un sogno. Dove è il regno? E chi vi
appartiene? Quale di questi dodici, di questi
settantadue, è degno di varcare la soglia? E dove sono
loro, gli altri, gli innumerevoli, che il Padre gli ha
affidato? È cresciuto, il regno, dai giorni del
battesimo nel Giordano? Le folle non si sono dileguate
nell' ora della grande promessa? E i dodici non lo
tradiranno anche loro? Il regno non gli sfuggirà come
sabbia dalle dita come un sogno fuggitivo? Con la forza
di quale incantesimo ci arriverà? Come lo potrà
procurare? Come potrà un solo cuore bastare per
trasformare l'inferno in paradiso? Ed io non posso dire:
Padre, fallo tu il regno, perché la creazione l'hai
affidata a me, mi hai messo il mondo sulle spalle.
Speranza! Di che? Non negli uomini, e non nel tempo, e
neppure in Dio... Speranza, in chi? In me stesso? Nella
forza del mio amore? Ma basta per arrivare fino alla
fine? E se viene meno, che cosa sarà? E se io dovessi
riconoscere sulla croce che è stato tutto vano? E se il
regno si dilegua nella notte e nel grande grido si
spacca il mio cuore, perché non ce la fa più? Perché la
forza di Dio, con cui è partito - nella speranza - si è
ritirata da lui? E là, dove gli è caduta l'ultima goccia
di acqua e sangue, e lui si irrigidisce contro il vuoto
spalancato del cielo, là lo incenerisce il comando del
giudice irato, minaccioso, terrificante?
Difficile è la riuscita, ma ancor più difficile il
fallimento. Più difficile l'esperienza dell'impotenza e
la certezza della fine. Così inverosimile è il fiore
della grazia che essa cresce dalla più dura pietra della
impossibilità. La grazia viene regalata gratis, e questo
gratis bisogna soffrirlo fino in fondo. Giacché alla
fine tutto è gratis, invano ci si sforza di
raggiungerlo, gratis è il mondo quanto la grazia. Quando
Dio perdona, il suo perdonare (Vergeben) è
inutile (vergeblich), come buttato via. Quale
amore non è spreco?
Perciò il sole deve spegnersi, e il cuore di Dio deve
fallire. Ed esso dovrebbe essere così forte da non
sottrarsi alla debolezza più estrema. Come una barca
fessa quando comincia a fare acqua nessuna invocazione
la salva dell' affondare. Giacché la sapienza di Dio ha
deciso di vincere perdendo, e così si è svuotata in
follia totale. È da folli morire per una causa perduta.
Da folli sperare là dove tutto è da lungo tempo finito.
L'amore di Dio è diventato sciocco e senza nessuna
dignità.
Adesso egli poggia il piede nel fondo senza fondo,
nella melma del mondo, nella palude del peccato. Le onde
della tentazione lo assalgono: il regno si potrebbe
ancora salvare! Credi nella tua potenza! Confida nella
stella dei magi! Fa' che le legioni angeliche ti portino
al di sopra del precipizio! Compi il miracolo che
incatena a te il loro cuore! Regala loro divertimento e
pane! Piega il ginocchio del tuo temerario cuore
(inginocchiarsi è bene) e adorami! Padre! grida il cuore
nel suo vertiginoso precipizio, nelle tue mani, che io
non vedo più, le mani che si sono aperte per lasciarmi
cadere, che mi raccoglieranno dal fondo senza fondo,
nelle tue mani affido il mio spirito. Il mio Santo
Spirito.
Il cuore è diventato spirito, e nel soffio dello
Spirito è stato partorito il mondo nuovo. Un grande
tuono riempì la casa, finestre e porte volarono, ed
occhi ed orecchi. L'armatura è saltata da dentro, e il
tetto dalla vista è sparito. Fino al suo annientamento
ha amato l'amore del cuore, ed essendo diventato
invisibile in sé, è apparso nel cuore dei redenti. Prima
era un sole, solingo nella fredda notte del mondo;
adesso brilla distribuito, come un firmamento di stelle.
Sembrò lottare con le tenebre e venir sopraffatto dal
caos e sprofondare nell'imo infero. Ma nessun nemico è
più forte e nessuna notte è più notturna della luminosa
tenebra dell' amore.
۩ SU
IV. IO SONO LA VITE, VOI I
TRALCI
Io sono la radice, il ceppo, il ramo, inapparente,
tarpato e contorto, mezzo coperto dal terreno, sotto
neve e scisto, ma voi siete i miei fiori, voi i miei
frutti. Nelle lunghe notti invernali raccolgo le mie
energie, dal secco pietrisco della magra terra succhio,
goccia su goccia, la disgustosa acqua, ma sotto le
tempeste dell'anno e gli uragani del sole spingo fuori
un ramo dopo l'altro, sudo il mio sangue prezioso, il
mio vino d'oro. Questo sangue, questo vino: siete voi.
lo sono la vite, voi siete il vino che ho pianto. Come
viticci dapprima, spuntate succosi e pieghevoli come
serpenti; avidi di vita, di libertà, vi staccate dal
grigio ceppo scorzuto, avidamente vi impadronite della
vostra esistenza, vi riempite di voglia di vivere sotto
il sole. Lunghe braccia prensili stendete per afferrare,
per legare, per incatenare a voi ogni cosa viva che si
muove. Questo chiamate conoscenza e amore. I viticci
ritorti lottano per impadronirsi dello spazio in alto,
incontro alla luce e alle stelle, allungandosi avidi
verso Dio, ma ciò che prendono tra le dita contorte è
aria e nulla.
Io sono la vite, e anche l'avido istinto ho creato,
perché l'estate succede alla primavera, e la saggezza
matura dalla delusione. Ma mio Padre è il vignaiolo ed
egli taglia ogni tralcio che mi cresce sul tronco quando
non porta frutto.
L'aspro desiderio dei viticci cade al suolo sotto il
coltello affilato; me ne sto di nuovo nudo, e la maggior
parte di voi inaridisce destinata al fuoco. Bruciante
passa il ferro attraverso le vostre passioni per il
mondo e per Dio; colpite alla radice si afflosciano
tremando, e ciò che sembra ancora un costume vitale è
fiamma di morte che consuma abbruciacchiato membro su
membro. Lasciate che il fuoco arda nelle vostre membra,
perché voi ardete in me e per me. A me è stato assegnato
ogni giudizio e nessuno viene a me se non attraverso il
fuoco. E nessun ingordo entrerà nel regno dei cieli.
Anche foglie crescono dal ceppo, con i loro umori e
splendori, e la linfa le nutre e fa crescere fino alla
grandezza loro assegnata, si dilatano nell' estate
avanzata, oscure e tenaci; con esse l'albero respira.
Bellamente conformate, con spigoli fini ed esatti le
foglie espandono la loro natura, simili tra loro ma
nessuna eguale all'altra. Volgendosi verso il sole
bevono la luce e fanno affluire al tronco il calore che
lo avviva. Tutte si protendono verso la luce chiara, e
anche se molta ombra ne deriva, si stendono in modo che
ciascuna riceve il suo sorso di luce. Il tronco ha certo
bisogno anche del lavoro delle foglie, e nella lunga
estate sembrano esse il suo frutto. Molti sono gli
esseri che sono nel mondo e la vostra natura è percorsa
da un beato distendersi e fluire. E senza natura nessun
frutto potrebbe arrivare nei fienili celesti. Ma ecco,
il sole di Dio è duro, come una stufa di fuoco arde
l'estate, già da settimane non è più piovuto. Il tronco
non riceve più nessuna umidità per il suo verde. Un
brivido allora attraversa le foglie: sanno di essere
destinate al sacrificio. Questa volta non saranno
necessari coltelli, la stessa saggia natura insinua un
piccolo impercettibile strato tra il ramo e il suo
sostegno. Così ha inizio il pigro autunno con una
infreddata, poi con una gelata, e come l'immagine
trasfigurata di un amore perduto, come l'idea di un'
estate trascorsa c'è ormai sulle foglie il gioco del
rosso e del giallo: ricordanza - intimo gioco di ciò che
non è - occhio della vita rivolto all'indietro.
Lascia che il vento soffi, foglia, e non restare
attaccata al tuo ramo. Tu sei solo la veste, non il
corpo. E ogni mietitura è una festa della morte. Guarda,
io stessa, la vita, mi scarico del peso superfluo. Ora
lascia venire avanti la tua essenza e pensa al frutto.
Ho pure io la mia fioritura; non vistosa, non
paragonabile ai grandi fiori della terra. Nascoste sotto
le foglie si trovano tuttavia le api e i calabroni, nel
loro silenzioso rifugio aspettano la loro ora. E mentre
tutt'intorno ingiallisce il prato falciato, si gonfiano
e colmano i grappoli. Essi sono a lungo acerbi e
resistenti; abbiate pazienza, o miei grappoli, sono io
che vi porto a maturazione. Al principio sembravate
essere niente, come una ruvida pelle pendente senza luce
nell'ombra delle foglie, come un gregge timido. Non
credevate ancora a me; vi preoccupavate di come nutrirvi
della scarsa pioggia, del sole tolto via. E non sapevate
che ogni forza cresce da dentro, viene da me. Senza di
me non potete far nulla. lo non dico: poco; dico: nulla.
Ma chi rimane in me, ed io in lui, porta molto frutto.
Io stesso porto frutto in lui, ed è lui il frutto. In
questo modo il Padre mio viene glorificato, con il molto
frutto che portate.
Perché urgete e premete per uscir fuori nell'azione?
lo sono la vite, sono io quello che agisce e produce. La
vostra azione che cos'è se non la vostra maturazione?
Lasciate che le mie linfe salgano a voi, in modo da
pendere poi gravide e dorate: allora si realizzerà il
confuso sogno mirato all' azione dei germogli
primaverili, la superba ebbrezza dell' estate, l'opera
intera della terra maturerà nei vostri turgidi frutti.
Voi potete contenere in voi il significato della terra,
ma per mezzo di me. E quando un giorno sotto la volta
del cielo berrete questo vino al pranzo di nozze dell'
Agnello, tutto il mondo sarà in lui contenuto: come
spirito. Allora si potrà sapere da quale discarica e in
quale anno di salute quel vino è cresciuto, e si potrà
gustare il sapore di tutto il paesaggio da cui deriva, e
neanche un briciolo di felicità andrà per voi perduta.
Ma tutto è invisibilmente rivolto in lui verso
l'interno, e i confini divisori degli esseri sono
disciolti nel flutto unificante, e ogni gorgoglio
ribollente è defluito, e ogni torbido è risorto
luminoso.
lo sono la risurrezione e la vita. Ma non come la
conosce il mondo, il circolo degradante delle primavere
e degli autunni, quella macina di malinconia, quella
scimmiottatura di vita eterna. Ogni vivere e morire del
mondo è tutt'insieme una grande morte, e questa morte io
la desto alla vita. Da quando attinsi il mondo, una
nuova ignota linfa ha iniziato a circolare nelle arterie
e nelle ramificazioni della natura; le potenze del
destino, le energie dei pianeti, i dèmoni del sangue, i
reggitori dell'aria e lo spirito della terra e quel che
di oscuro ancora si cela nelle vacue pieghe della
creazione: tutto ciò viene legato ed eliminato e deve
obbedire a una legge superiore. Ogni forma del mondo è
per me unicamente della materia da animare. E non
innestato da fuori sulla vita antica, nell' antica
foresta di Pan, ma da dentro io muto e trasformo il
midollo, come vita della vita.
Tutto ciò che piega verso la morte cade in grembo
alla mia vita; tutto ciò che si avvia verso l'autunno
finisce sulla spiaggia della mia primavera; tutto ciò
che marcisce con cima i miei fiori. Tutto ciò che è
falso e dice menzogna è già convinto della verità; tutto
ciò che è avido è già espropriato; tutto ciò che
striscia è già frantumato.
Non sono uno dei risorti; sono la risurrezione. Chi
vive in me, chi è in me compreso, è preso da me nel
risorgere. lo sono la metamorfosi. Come cambiano pane e
vino così cambia il mondo in me. Minuscolo è il grano di
senape, ma la sua forza intima non riposa fino a quando
non getterà la sua ombra sopra tutti i vegetali del
mondo. Così la mia risurrezione non riposerà finché non
sia spezzata la tomba dell'ultima anima, e le mie forze
non siano pervenute sull'ultimo ramo della creazione.
Voi vedete la morte, sentite la discesa verso la fine;
ma la morte stessa è una vita, forse la vita più viva di
tutte, è la profondità della mia vita che si abbuia, e
la fine è essa stessa il principio, e la discesa è essa
stessa lo slancio dell' ascesa.
Che significa ancora morte dopo che io sono morto la
mia morte? Non ha d'ora in poi ogni morte il senso e il
sigillo della mia? li suo significato non è quello di
braccia che si allargano e di un' offerta perfetta
nell'abbraccio di mio Padre? Nella morte cadono le
barriere, nella morte salta la serratura da sempre
proibita, si spacca la diga, le acque escono libere.
Tutte le paure che l'avvolgono sono nebbia mattutina che
si squarcia e lascia libero l'azzurro. Anche il lento
morire delle anime, quando si chiudono aspre davanti a
Dio,. e alzano difese e muraglie, quando il mondo si
innalza tutt'attorno a se stesso, e l'amore diventa come
tanfo di muffa e la speranza marcisce e una metallica
sfida s'inalbera e lingueggia viperina dall'abisso: non
ho sofferto io tutte queste morti, e cosa può il loro
veleno contro il controveleno mortale del mio amore?
Ogni orrore è diventato per lui un rivestimento dentro
cui avvolgersi, una parete da lui attraversata.
Non abbiate paura della morte. La morte è la fiamma
liberatrice del sacrificio, e sacrificio è
trasformazione. Che a sua volta è comunione di vita
eterna. lo sono la vita. Chi crede in me, chi mi mangia
e beve, ha in sé la vita, la vita eterna, già qui e già
ora, e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Comprendete
questo mistero? Voi vivete, agite, soffrite, ma non
siete voi: un altro vive, agisce e soffre in voi. li
frutto che matura siete voi, ma chi effettua la
maturazione, ciò che veramente matura, sono io. lo sono
la forza, la pienezza, che sprizza nel vostro vuoto e lo
invade, ma, riempiendo, la pienezza si riempie nel
vuoto, e quindi voi pure siete la mia pienezza. Voi
avete bisogno di me, perché non potete far nulla senza
di me, ed io ho bisogno di voi (anche se non mi occorre
nessuna creatura) per rivelare versandola la mia
pienezza. Così io vivo in voi, e voi vivete in me. lo
sono il seme, che cade e muore nel vostro solco, e
quando risorgo dalla vostra terra, è il vostro seme
quello che là sorge. E di nuovo voi siete il grano di
frumento che cade nel solco di Dio e che nel battesimo e
nella crocifissione muore, e quando voi risorgete siete
la mia messe. Due vite si rendono visibili, e tuttavia
soltanto una. Giacché nella spiga non si può distinguere
ciò che deriva dal campo e ciò che la forza della pianta
ha prodotto. La materia con cui si fa è pur sempre la
stessa, ma è ricomposta in modo nuovo nelle combinazioni
della vita organica e fin nell' osso dell'essere quella
materia è diventata più nobile. Così voi vivete certo,
ma non più voi, bensì io vivo in voi. Perciò voi siete
mia proprietà, il mio frutto, il mio tralcio. Ma anch'io
sono vostra proprietà, perché io mi sono dato a voi
prigioniero, e voi disponete di me come della vostra
essenza più intima. Non appartenete più a voi, siete
diventati tempio di Dio; ma neanch'io appartengo più a
me, sono diventato cava del tempio dell'umanità.
Io sono la vite, voi i tralci. Siete fioriti uscendo
da me: vi meravigliate se una goccia del sangue del mio
cuore s'infiltra in tutto il vostro pensare e fare? Vi
meravigliate se piano piano i pensieri del mio cuore si
insinuano nel vostro cuore terreno? Se in voi sussurra
un bisbiglio, e giorno e notte avvertite un brusio, un'
aspirazione? All'amore che vuole soffrire; all'amore
che, insieme con quello mio, redime? Vi meravigliate del
fatto che vi venga voglia di rischiare le vostre energie
e la vostra vita, e di giocarle per i vostri fratelli? E
di compiere ciò che manca alla mia passione, che ancora
deve mancare, fino a quando non ho patito la mia
passione in tutte le mie membra e rami? Giacché è chiaro
che nessuno di voi viene redento se non per mezzo di me,
ma io sono l'intero redentore solo unito con ognuno di
voi. Volete realizzare con me la grande trasformazione e
il regno del Padre? Volete provare i miei sentimenti,
quelli di colui che non se ne stette avidamente
aggrappato alla sua forma divina ma l'ha spezzata e
svuotata e ha cominciato a scorrere nei bassifondi del
coraggio che si fa schiavo, è diventato obbediente fino
alla morte di croce? Lo volete? Giacché in voi la mia
opera deve adempiersi e si adempie soltanto se il mio
cuore batte nel vostro, e tutti i cuori, sottoposti e
disposti, battono insieme nel mio cuore in direzione del
Padre. Lo volete? Ma voi non volete proprio nulla. Vi
rifiutate ancora. Mi piantate ancora in asso. Ancora
pensate: è Lui il Salvatore, non noi! È vero, io lo
sono, ed io sanguinerò ed espierò fino a che
comprenderete. E mentre voi vi inalberate, siete,
proprio dentro questa vostra difesa, caduti in mia balìa,
la vostra solitudine piangerà cercandomi e la vostra
difesa sgualcita mi confesserà.
Non muoio io forse per causa vostra, o miei tralci?
Non sono diventato debole per fare forti voi? Non ho
patito per lungo tempo la vuota solitudine in cui voi vi
trincerate? E se voi vi riducete a grigia cenere,
bruciando inutilmente, e in tal caso non c'è più nulla
da fare, io non vincerò? Non ho già vinto? La spada che
voi spingete nel mio costato non è la stessa che esce
dalla mia bocca e penetra dividendo, come fuoco vivo,
tra anima e spirito, le ossa e il midollo? Non sono io
il magnete che attira tutto a sé, perfino i chiodi dallo
scafo affinché le navi sprofondino in me? Già da troppo
tempo la mia grazia scorre nei vostri vasi vuoti, e
sempre ancora li lasciate vuoti in voi, sottraete il
vostro grembo alla mia semente, e sempre ancora, mia
sposa Gerusalemme, tu ti vesti e ti comporti da
prostituta. Ma ecco che la debolezza con cui tu mi
indebolisci non riesce più a frenarmi. Quando io sono
debole, allora sono forte. Lasciati.
indebolire dalla mia debolezza, o tu mia sposa,
affinché cresca in te il frutto del tuo grembo, il
figlio del nostro amore. Per quanto tempo ancora vorrai
che io mi sostituisca al tuo rifiuto, vorrai trasferire
in me il peso che, portato insieme, sarebbe la delizia
del regno dei cieli? Quale è il ramo che rigetta la
linfa la quale, faticosamente raccolta nelle radici,
fatta salire per lunghe vene, finalmente gli si offre? O
devo io forse essere come l'albero della gomma che
scorticato spreme il sudore del suo sangue dentro le
ciotole appese al tronco? Per quanto tempo ancora tieni
separata la mia solitudine dalla tua, invece che
lasciarle entrambe confondersi nell'unità di un unico
amore? Una solitudine che ama è feconda; una che si
sottrae impedisce il frutto, anche se soffre.
Non scandalizzatevi, voi tralci, alla vista della
deformità del vostro ceppo e tronco. Non disprezzate la
debolezza che vi rafforza.
Poiché in me opera la morte, in voi la vita. Voi
siete sazi, siete diventati già ricchi, siete arrivati a
dominare senza di me! Fosse solo un dominio vero, potrei
signoreggiare in voi! Ma mentre voi siete forti, io sono
ancora debole; mentre vi pavoneggiate, io sono
disprezzato; io soffro pur sempre la fame e la sete, la
nudità e i flagelli, sono l'esiliato angariato dal
lavoro, il maledetto che benedice, il perseguitato che
sopporta in pazienza, il consolatore diffamato, la
spazzatura del mondo, sono oggi ancora come sempre
l'acqua di lavaggio in cui voi tutti vi lavate. E come
disprezzate me, disprezzate anche i miei discepoli e
inviati, perché anche in loro opera la stessa legge
dell'impotenza, e poiché ogni vita ha principio
nell'impotenza e perfino nella vergogna, ho assegnato
loro il posto ultimo, come malfattori che vengono
condannati a morte. Ma come io, crocifisso nella
debolezza, vivo nella forza di Dio, così anche loro si
dimostreranno vivi in me per la forza di Dio di fronte a
voi. Giacché ecco, in essi ha cominciato a circolare la
mia vita e a maturarli come i primi dei miei frutti.
Come il cespo di fragole stende propaggini lunghe e
dall' altro capo si formano radici e in breve una nuova
pianta, così anch'io ho moltiplicato il mio centro
fecondo e ho formato altri nuovi centri fecondi nei
cuori lontani. I miei figli diventano padri e dal sangue
dei loro cuori nuove comunità fioriscono. Perché la mia
grazia è sempre feconda, e il mio dono è la grazia di
donare a sua volta. Nella generosità che dona e si
spreca sta il mio tesoro, e mi possiede solo colui che
mi distribuisce. lo sono appunto la Parola, e come si
può possedere la Parola se non parlandola?
Io sono il capo, voi le membra. Ciò che penso e sento
io, lo dovete rappresentare e fare anche voi. Per mezzo
di voi, che siete le mie mani e piedi, voglio
attraversare il mondo, voglio trasformarlo. il piano sta
invisibile nel cervello, ma il corpo gli fa acquistare
forma di fase in fase. Quando io, uomo fra tanti altri,
camminavo attraverso i campi di Giudea, chi sapeva
allora che cosa ero? Quell'uomo era solo il germe di me
stesso, non ancora nato. Poiché solo la croce furono i
miei dolori del parto, e risorgendo, io luce del mondo,
venni alla luce. Diventato invisibile nella mia
Ascensione, entrai nel mondo come anima e spirito, e
crescendo di giovinezza e di saggezza nelle anime e
negli spiriti cominciai a mostrare la mia pienezza. Ed
io procurerò a voi, secondo la ricchezza della mia
gloria, di diventare grandi e forti mediante il mio
Spirito secondo l'uomo interiore, così che io abiti
mediante la fede nei vostri cuori e voi, radicati e
fondati nell' amore, insieme con tutti i santi possiate
misurare la mia larghezza e longitudine, la mia altezza
e profondità, capaci di vedere il mio amore che supera
ogni conoscenza, affinché alla fine la pienezza di Dio
totalmente vi riempia. Così il mio corpo raggiungerà la
sua pienezza nel vicendevole servizio dei suoi membri,
finché noi tutti insieme cresciamo fino a completa
molteplicità, fino alla forma matura del mio corpo
virile.
Ed ora, prima che parta da voi come un singolo uomo
che se ne va laddove non potete seguirmi (nell'interno
della vostra anima), prima che risorga in voi con la mia
voce dalle mille pieghe, che sarà la vostra voce, la
voce del coro della chiesa, voglio per un'ultima volta
come questo singolo uomo alzare la mia singola voce, e
prego il Padre dicendo:
Padre, l'ora è venuta, glorifica il Figlio tuo
affinché il Figlio tuo ti glorifichi! Lasciami
dissanguare nelle mie vene fino in fondo alla morte;
permetti al mio cuore di dilatarsi in un morire
supervivente a misura del mondo; permettimi di
rappresentare nei segni di un dolore terreno che cosa è
la gloria del nostro amore, che tu mi hai donato
anteriormente al tempo del mondo, al principio, dal
tempo della nascita del mio essere da te; non respingere
questa preghiera, di poterti rivelare nei terrori del'inferno
fino alla forma del peccato, affinché anche tu sia
glorificato da me in questi miei membri e rami, poiché
d'ora in poi noi formiamo - essi ed io - una unità
indistinguibile. Prima, Padre, eravamo noi due una cosa
sola, ed essi stavano di fronte a noi come nemici, e ci
consultammo da lontano in che modo si potrebbe venir
loro in aiuto. Oggi io sto in mezzo ai nostri nemici,
già diventati traditori contro la tua giustizia, e se tu
vuoi colpirli, colpisci prima me. lo li copro come la
gallina copre i suoi pulcini. Mi metto alloro posto. Mi
sacrifico per essi, afferro il raggio del fulmine
concepito per essi e che tu già prepari nel tuo silenzio
gravido di tempesta. il fuoco con cui mi uccidi lo rubo
io dal tuo Olimpo per forgiare con esso il gioiello
della chiesa. La freccia della tua giustizia io la
lavoro trasformandola nello scettro della tua
misericordia. Poiché, Padre mio, che cos'è la tua
giustizia se non il tuo amore per me, e che cos'è lo
sguardo irato del tuo occhio se non la più gloriosa
rivelazione del tuo amore per me? Non io sono l'amante,
tu lo sei, e tutto ciò che è mio è tuo! E perciò guarda:
anche i tuoi nemici qui, miei amici, sono tuoi. Ed io
non mi pongo come un baluardo difensivo davanti ad essi,
per proteggerli dalla tua ira, ma li prendo sulla mia
mano, come il celebrante la sua patena, e la alzo verso
di te: tuoi essi sono perché miei, e tutto ciò che è mio
è tuo; tuoi essi sono, li hai affidati a me, ed hanno
custodito la tua parola. Giacché le parole che tu mi hai
dato le ho date loro, ed essi le hanno accolte. Ed hanno
creduto e compreso che io sono uscito da te, perché la
mia Parola è in essi, io stesso sono in essi, una cosa
sola con essi, come tu, Padre, ed io siamo un unico Uno.
E se io ora mi do e mi sacrifico per essi, a chi dovrei
affidarli se non a te, Padre, come mia preziosa eredità
e il frutto del dolore della mia incarnazione e le uve
sulla mia vite? Per chi li ho maturati se non per te, se
non perché un giorno, quando avrò vinto la morte e
l'inferno, tu li collochi nel perfetto recipiente del
regno sopra la tavola della tua eternità? Tuoi essi
sono, custodiscili dal male. E poiché essi ora sono una
parte di me stesso, e il mio destino non è stato ad essi
estraneo, e poiché io mi consacro e sacrifico per il
mondo nel mistero dell'amore vicario (stellvertretende
Sübhne), perciò io dico anche questo: Consacrali per
la verità! Come tu mi hai mandato nel mondo, ho anch'io
mandato loro nel mondo. Consacra anche loro nella
missione, affinché come raggi della luce, naufragando
luminosi nell'oscurità, e perendo, illuminino
l'oscurità; affinché, prendendo parte alla missione che
ho da te, escano da me e nel loro camminare, irradiare e
scorrere vengano a sapere della loro unità con me, della
mia unità con te; affinché capiscano e provino che cosa
è il nostro amore, che non si difende ma rischia la
separazione fin nel gioco dell' estremo abbandono,
perché tu, Padre, ora mi lascerai andare; e prima che io
non sappia più nulla nella notte che tra poco mi
sorprenderà, voglio dirtelo per l'ultima volta: in
questa notte io riconosco il tuo supremo amore e non mi
auguro altro (che la tua volontà sia fatta), e nella
libertà con cui tu ora mi rigetti io adoro il tuo
diritto divino e bacio le dita che mi scacciano -
affinché anch'essi nella notte dello spirito con la fede
e senza sentimento conoscano lo Spirito che spira tra
noi; affinché siano una cosa sola come noi siamo uniti -
e null'altro; affinché io sia in essi, come tu sei in me
- e null'altro. Solo nella tua croce c'è la salvezza, e
nell'abbandono da te c'è il conforto, e dal fianco
aperto del cuore straziato fluiscono le grazie.
Così fiorisco davanti a te, Padre, e porto per te i
tralci del mondo. La vita che circola nei miei rami la
conosci: è la tua propria vita con me. Ciò che precipita
verticalmente dalla tua sorgente in me io l'ho diffuso
orizzontalmente su tutta l'ampiezza della terra. E ciò
che orizzontalmente, lassù nella circolazione dell'
eternità, distribuito tra noi, era la nostra vita
eterna, io l'ho fatto discendere verticalmente fin nelle
profondità della terra. Perciò io, come il Mediatore, ho
forma di croce; la croce è dentro di me, io la porterò,
perché in forza del tuo compito sono quello che sono. lo
sono la croce, e chi è in me non può sfuggire alla
croce. L'amore stesso ha forma di croce, perché tutte le
strade s'incrociano tra di loro in essa. Perciò, tu,
Padre, all'uomo che allarga le braccia nell'amore, gli
hai dato la forma della croce, affinché il mondo sia
giudicato (in ordine a te) e salvato nel segno del
Figlio dell'uomo.
۩ SU
V. NON HO
VOGLIA
Lo so, dovrei; ma non ho voglia. Mi do per sordo, mi
raggomitolo, divento ispido: nessuno deve permettersi di
toccarmi. La freccia della chiamata, esattamente mirata,
si spunta su di me. Ho una pelle dura, una pelle ben
ingrassata; su di essa scivola il richiamo come acqua su
piume di anitra. Mi rifaccio ai miei diritti, garantiti
molto in alto, in forza della natura che ho ricevuto,
che io sono, in forza degli impulsi e delle abitudini
radicatesi in me che vogliono vita e sviluppo. Che
nessuno mi contesti questi diritti, neppure in alto
loco. E se qualcuno osasse tentarlo, deve saperlo: non
ho voglia.
Lieve, quasi impercettibile e tuttavia facendosi del
tutto sentire, arrivava fino a me: un raggio di luce,
un'offerta di energia, un comando, che è più e meno di
un comando allo stesso tempo. Una preghiera, un invito,
un'attrattiva: breve come un battito di palpebre,
semplice da capire, come lo sguardo di due occhi. E
dentro una promessa: amore, gioia e sguardo verso
un'immensa, vertiginosa lontananza. Liberazione
dall'insopportabile prigione del mio io. L'avventura che
io mi sogno da sempre. Il perfetto ardimento in cui
sarei sicuro, abbandonando ogni cosa, di acquistare
finalmente tutto. La sorgente della vita,
inesauribilmente aperta per me, che muoio di sete. Lo
sguardo è interamente calmo, non ha un briciolo di forza
magica, di costrittività ipnotica. È uno sguardo che
domanda, mi lascia libero. Sul suo fondo si alternano le
ombre dello struggimento e della speranza.
Abbasso gli occhi; guardo da lato. Non voglio
affrontare quegli occhi per dirgli in faccia di no.
Lascio loro il tempo di volgersi altrove, di ritirarsi
nella loro caverna che è l'eternità. Di farsi
crepuscolari, di scomparire. Non sono a casa; il signore
fa dire che non è disponibile per il momento. Lascio a
quegli occhi il tempo di lasciar di nuovo calare le
pesanti palpebre dell'eternità, il sipario. Per un
secondo, proprio nell'attimo in cui me ne rendo conto.
Troppo tardi, mi trapassa un dolore senza nome: la
felicità è giocata, l'amore disprezzato, nessuno me lo
riporta indietro! La porta del carcere riempie il
castello col suo rumore: prigioniero un'altra volta. In
ciò che mi è così caro, così odioso: in me stesso.
Respinto. Ancora una volta allontanato. Tenere se
stessi così forte che ho dovuto scivolar via. Per
fortuna di nuovo solo. No, non proprio solo. Solo con un
peso, una pressione, che sale, diventa intollerabile,
che si deve estromettere il più rapidamente possibile.
Mi guardo tutt'intorno per un attimo: dove poter
rigirare questo peso? È rapido, mi preme e mi schiaccia,
so solo una cosa: via di qui! E lo appendo al primo che
si presenta. Scartato, allontanato due volte. E tuttavia
solo una volta. Il respinto è colui al quale l'ho
appeso. Su di lui resta appeso. In una volta sola scarto
le due cose: la grazia e la colpa. Poiché non ho voluto
portare il peso della grazia, mi libero della colpa.
Adamo, dove sei? Adamo, che cosa hai fatto? Io non ho
colpa, la donna mi ha sedotto. Donna, che cosa hai
fatto? Il serpente mi ha sedotta. Uomo, che cosa hai
fatto? La tua creazione, Signore, la tua bella natura,
il veleno nelle foglie e nei fiori, la spina sotto la
rosa, l'animale nella rosa... Caino, che cosa hai
fatto? Sono io il custode di mio fratello? Sono io il
custode del mio sangue?
Così fan tutti. Corre così il mondo. Si è abituati
così. Sono un uomo anch'io. Ecce homo. Ci si libera
sull'uomo.
La vita è realistica. Ai sensati, agli obiettivi si
dà sempre ragione. Ma certo, c'è anche l'ora dello
spirito, dove strane cose ti toccano, ti sfiorano il
viso come la piuma di un uccello notturno nell'oscurità.
Tu rabbrividisci ed hai un sussulto, i capelli della tua
anima si scapigliano a contatto dell'inafferrabile che
passa presto. Sarebbe comunque possibile, ci sarebbe una
via d'uscita, questa porta immaginaria, questa via
stregata, il ponte invisibile sopra l'abisso, del quale
ho sognato da ragazzo, da giovane, in cui ho anche
creduto e sperato nella follia. Sarebbe possibile.
Adesso, oggi ancora! Non sono stato dunque abbandonato,
non ancora buttato via. Mi si cerca, si vorrebbe avermi,
sembra perfin che si abbia bisogno di me. C'è da qualche
parte un'immagine luminosa di me, di ciò che avrei
potuto essere, di ciò che - ma in che modo? - potrei
ancora diventare. Ma sempre più rade sono diventate
queste ore dello spirito, e le vicissitudini di ogni
giorno crescono e proliferano sempre più intense intorno
a me, e ogni tanto il concavo diviene convesso e il
convesso concavo, la chiusura a Dio sempre più ermetica,
abitudinaria, una seconda natura. Forse è l'abitudine
del peccato, la cattiva abitudine; questa, quando la
sporcizia mi pende addosso e mi soffoca, mi dà nausea, e
allora la misericordiosa natura mi dona il piacere e la
possibilità di vomitare davanti a Dio la mia anima
peccaminosa. Ma è anche forse l'abitudine della vita
senza problemi, lo scalpiccio dell'esistenza ordinata, a
cui si aggiunge come droga una goccia di rassegnazione.
La cantilena della coscienza acquietata, a cui
appartiene - come garanzia di profondità e di peso -
anche un resto di cattiva coscienza. Dio è appunto
l'indulgenza, Dio è appunto la grazia. Dio non
pretenderà da me qualcosa di essenzialmente diverso
dagli altri. Sono una persona in fondo etica che pensa
eticamente. Non ho ammazzato nessuno, non ho assaltato
banche, appiccato il fuoco a nessuna casa, non sono un
pregiudicato. Sono un uomo, come altri, forse
addirittura un po' migliore di altri. Questo lo si potrà
dimostrare al giudizio: non si potranno sciorinare di me
cose troppo pesanti. Dio lo sa, ho anche avuto della
buona volontà. Mi sono regolarmente sforzato di nutrire
con onore la mia famiglia e di migliorarne le
condizioni; giorno e notte ho fatto in modo che i miei
non avessero a mancare del necessario, ho lavato, cotto
e comperato, ho cucito, stirato, risparmiato,
provveduto, pensato al futuro; tutto sommato abbiamo
avuto la benedizione dall'alto, mai mancato qualcosa da
mettere sotto i denti, ogni domenica ci siamo
meritatamente divertiti e abbiamo avuto alla fine la
pensione. No, io non saprei veramente... Un momento, un
altro particolare da non dimenticare: anche quanto a
religione ho fatto i miei doveri. Sono un cristiano
praticante, sono un buon cattolico. La domenica sono
andato in chiesa. A Pasqua la comunione. Ho pagato la
tassa per la chiesa. Ho fatto elemosina. Ho recitato le
mie preghiere del mattino e della sera. Mi sono
confessato più volte e validamente. Ho fatto i nove
primi venerdì del mese (che mi conferiscono una garanzia
di fronte a Dio riconosciuta dalla chiesa). Ho fatto la
comunione ogni domenica, anzi ogni giorno.
Io ho, io ho... Muri ho innalzato contro Dio con la
mia religione. Mi sono otturato le orecchie nei riguardi
della voce di Dio con la mia pratica. Piano piano,
inavvertitamente tutto ciò che la mia vita sarebbe
potuta essere è diventato un meccanismo, dietro al quale
la mia anima si è messa a riposo. La vita è così lunga,
la continua ripetizione dell'identico così
addormentante; chi abita presso la cascata non sente
più, dopo una settimana, il rumore dell'acqua. Così
abbiamo disimparato la vigilanza, la vista sveglia. Le
sfere cantano, ma noi sentiamo ormai solo noi stessi e
la cantilena dei nostri interessi. Fessure vengono
otturate sempre più spesso, la voce divina viene sempre
più ovviamente soffocata, murata, demolita nel sistema
autonomo della nostra vita. Come all'uccello in gabbia,
che di notte viene coperto, si permette di giorno il suo
trillo, così io mi mostro incline a concedermi di tempo
in tempo un lampo di parola di Dio. Nella forma di una
predica, di un'ora biblica, o anche di una audizione
della Passione secondo Matteo, di una poesia di Rilke,
di un vago sacro sentimento davanti a un paesaggio. Le
ore solenni della vita, avviluppate nel suo confort (è
stato pagato a caro prezzo) sono sufficienti per il mio
bisogno religioso, che comunque è spento al punto che
non ho più bisogno di coprire la gabbia. Sotto il peso
della mia buona coscienza, dentro il largo ripostiglio
del mio buon cuore, la voce della verità è stata
soffocata. Da troppo tempo è ammutolita.
Oppure io posso trasferire la colpa anche a domani.
L'occhio che indefesso guarda verso di me intende sempre
l'oggi: «Precisamente adesso voglio essere amato». Ma io
abbasso i miei occhi e dico: ti amerò domani. Domani
vedrai che cosa sono capace di fare per te. Il
sacrificio che ti offrirò. Domani ti pagherò il doppio
se mi concedi anche solo l'ora odierna. Devo ancora
raccogliere la rosa prima che sfiorisca, ma a te darò le
coccole. Dammi la primavera e allora io ti lascio
l'autunno, forse già la tarda estate. Soltanto oggi
distolgo da te il mio sguardo e tu potrai, a cominciare
da domani, guardarmi sempre. «Vengo vengo, vengo
subito!» grida il bambino alla madre che lo chiama
preoccupata e gioca il suo gioco fino in fondo, giacché
di sicuro c'è un prolungamento che va da sé dentro
l'obbedienza. Una umana possibilità di gioco. Chi
potrebbe dividersi a un tratto dalla sua vita? Perché,
Dio, vuoi saltare con me gli scalini? Tu vuoi il tutto e
d'un colpo, tutto il cuore, tutta l'anima, tutto il
sentimento e tutte le mie forze, ma la legge della vita
è l'evoluzione graduata. Tieniti anche tu, da buon
educatore, a questa legge. Un quarto te lo voglio
concedere e quando avrò trent'anni la metà, così avrai a
poco a poco e sicuramente il tutto. Se mi strappo
lacerandomi da ciò a cui sono abituato fino al midollo,
sanguinerei o morirei addirittura dissanguato e tu
avresti tra le braccia un morto, oppure guarderei
indietro con la coda dell' occhio a ciò che ho superato
solo esteriormente. Aspetta dunque finché non l'abbia
gustato fino in fondo; quando poi avrò tra i denti il
nocciolo vuoto, lo sputerò. Abbi pazienza finché l'onda
che adesso mi porta in alto si abbassi o si svuota,
finché il velo, che ora mi gioca leggero intorno al
viso, si rompe, e il fondiglio dell'esistenza viene
fuori. Si dice infatti che tu vieni trovato a preferenza
nella delusione, sul lato d'ombra della vita. Oggi vai
via e picchia un'altra volta al prossimo giro, allora io
sarò un po' più avanti. Non voglio dire di buttarmi via,
non assolutamente; tirami sempre, ma tira piano,
agganciami, se proprio, impercettibilmente, a quel modo
che il tempo inavvertitamente ci cambia da ragazzi in
uomini e vecchi. Prendimi come per gioco in braccio,
come una madre leva dalla culla il suo bambino che
dorme. E se deve proprio accadere che soffra il dolore
della separazione, allora vorrei ancora suggerirti,
farti ancora questa confessione: che tu mi puoi prendere
sempre domani se solo mi concedi l'oggi. Sono
addirittura pronto a prendere su di me la tua croce, a
fare la tua via crucis stazione per stazione fino
al sacrificio totale, fino alla morte definitiva. Ma a
una condizione: domani. Voglio anche tapparmi
l'orecchiò, lo voglio già oggi, in mezzo al piacere, già
ci penso e me lo tengo chiaro davanti agli occhi: domani
ti seguirò. Come il condannato ad ogni boccone del suo
ultimo pranzo pensa a domani, così io penso a te, con il
proposito di darmi a te. Ma domani, domani, non oggi.
E ancora: io potrei offrirti molto. Perché pretendi
così poco? Perché vuoi questo piccolo, miserabile cuore,
buono a nulla? Non vedi che ti potrei ancora dare tutto?
«Ti darò la metà del mio regno». Vuoi forse per compenso
i miei beni? O la mia salute? O posso forse renderti
contento con un voto? Oppure ogni giorno questa
preghiera? O preferisci questa novena? Non ti piacerebbe
questa gemma o quel cristallo? Se lo prendi in mano in
questo modo vedrai come scintilla. Ti posso mostrare dei
panni, dei ricami, dei broccati; profumi di olocausti e
rinunce di ogni genere e una castità speciale. Guarda
come le merci si somman sul mio tavolo: tutto questo è
tuo e, per non apparire avaro, ti voglio dare ancora
dell'altro; potrei essere un devoto speciale del tuo
cuore, «che ha tanto patito per noi», per la conversione
dei peccatori e dei cuori pertinaci voglio pregare e far
penitenza. È dura per te, vero? I tempi sono brutti! La
decadenza delle masse! E perfino la tua chiesa...! Bene,
voglio vedere che cosa posso fare per te. Ma adesso,
perdona, devo andare. E il cuore, non è vero, ormai
sepolto sotto tutto questo ciarpame che ho rastrellato,
sepolto al punto che l'abbiamo tutt'e due quasi
dimenticato, tu me lo lasceresti fino alla prossima
volta?
E poi ci sono anche molti altri: non si potrebbe
distribuire un tantino i pesi? Se tutti insieme
portassero un po', non ci si accorgerebbe quasi. Gli
altri possono legittimamente continuare a giocare,
perché devo, proprio io, tornare a casa? Gli altri
possono gustarsi le gioie della vita senza pena e
pentimento, perché deve toccare proprio a me
quest'amarezza della cattiva coscienza? Gli altri
sognano futuri orizzonti e dolci crepuscoli, non sanno
quello che fanno, i fortunati; perché collochi proprio
me nella luce acuta del tuo sguardo?
L'uomo non si sviluppa bene a questa luce. O forse
gli altri semplicemente, gli altri, non io. Non hai tu
le tue particolari anime elette, che ti sei tu stesso
creato e preparato per una simile vocazione? Le anime
che hanno «disposizione religiosa»? Per queste è un
piacere aver continui rapporti con te; sanno come si fa,
sono delle esperte dell'amore. Da loro hai di più che da
me. Non ti rifiuteranno nulla di ciò che desideri.
Quelli dei conventi sono fatti per questo. I preti sono
fatti per questo. La chiesa è fatta per questo.
Supplet ecclesia. A dire il vero, un prete sta là
davanti all'altare, distratto e stanco, sente dietro di
sé* nella navata il gregge disperso inconsistente con la
sua fiducia ottusa: là davanti si svolge qualcosa che in
qualche modo (non sappiamo più in che modo) riguarda
anche noi, là davanti gesticola uno che saprà quello che
fa; lui ha l'ufficio, la responsabilità. Ma come può un
uomo, fosse pure un prete, portare tutto il peso di
tutta la comunità? Anche lui (per fortuna) è soltanto un
uomo, soltanto un peccatore, ha sì cercato una volta di
darsi, di non tenersi nulla. Ma le cose sono andate
molto diversamente di come credeva. Non così facilmente
il vecchio uomo si lascia imbrogliare, e quando va bene,
spera anche lui in un domani. Ad ogni modo egli conosce
la sua teologia. Sa che uno ha espiato e patito per
tutti. Ci penserà lui. Su di lui può scaricare la
propria soma. «Venite voi tutti che siete stanchi e
oppressi». Lui stesso ha solo da mostrare agli uomini la
strada che porta lassù. Il suo ruolo è d'ufficio. È solo
il canale, solo la mediazione. La grazia la opera ex
operato. E l'opera operata non è la sua, ma è la
tua, Signore, e la carico su di te. Rimane appesa a te,
alla fine.
Nessuno vuole. Ognuno si defila. In questo segno sei
apparso nel mondo. Egli venne nella sua proprietà, ma i
suoi non l'hanno accolto. Essi sanno esattamente che il
re deve nascere in Israele. Sanno anche il luogo esatto:
è Betlemme; lo spiegano a ognuno che domanda
informazioni. Ma loro non ci vanno. E a Betlemme sei ad
essi troppo vicino: ti cacciano fuori territorio, nell'
emigrazione. E ti tollerano in Nazareth solo fin quando
tu non ti fai conoscere. E il popolo giubila intorno a
te soltanto finché moltiplichi loro il pane e racconti
belle storie. E i discepoli vanno con te solo finché,
abbagliati dalla speranza di un regno terreno, fingono
di non sentire la profezia della tua crocifissione. Mai
comincia a gareggiare al gioco del rigetto. Staccandosi
dalla tua grazia, ti spingono dall'uno all'altro. Sei
diventato una palla da gioco, e il gioco consiste nel
fatto che ciascuno si disfà della palla il più presto
possibile. Sei soprattutto di peso per coloro che ti
stanno più vicino: via dalla Nuova Alleanza, via dalla
tua chiesa, la pietra comincia a rotolare. A somiglianza
del primo noi ti tradiamo tutti, a somiglianza col
secondo, quello che hai scelto come la roccia, noi tutti
ti rinneghiamo, per somiglianza con gli altri, noi tutti
ti abbandoniamo. E, scacciato dalla tua chiesa, tu cadi
in balìa del popolo antico, l'ebraico; cadi nello
steccato del Patto che un giorno hai addossato a
Israele. Però qui non sei meno malaccolto. C'era ieri
questo Patto, e domani, quando verrà il Messia, ci sarà
di nuovo. Ma oggi noi non conosciamo altro re che
l'imperatore. E la palla rotola ancora più giù, fuori
dallo steccato dell'Alleanza e ricade indietro verso il
popolo di fuori, il popolo dei pagani. Sembra per un
momento che tu trovi qui un luogo per restare. «Non
trovo nessuna colpa in quest'uomo». Ma vieni come sempre
inopportuno anche qui, perché disturbi i circoli
politici. Vieni opportuno solo per diventare, rinviato
ad Erode, pietra rifilata sull' asse del gioco dei
poteri. Ma, troppo poco disponibile come taumaturgo,
rotoli indietro là da dove sei partito, ed ora il
pavimento suscettibile della terra non ti sopporta più.
In fuori e in alto. Piagato e martoriato a morte da
coloro che non sanno quello che fanno, ingiuriato e
bestemmiato da coloro che lo potrebbero e lo dovrebbero
sapere, tradito e abbandonato da coloro che non possono
non sapere, ora vieni completamente scacciato al di
fuori di ogni fuori, e innalzato, come un'ostia sopra la
terra che ti rifiuta, issato nel cielo indifferente.
Ma neanche il Padre ti vuole più. Egli ha tanto amato
il mondo che ti ha dato via per la sua salvezza. Egli ti
ha venduto per esso, non può più averti, parola d'onore!
Tu stesso devi vedere come verrai ridotto per il mondo.
Quello che si è sbarazzato di te. Il mondo è tondo e si
muove. Tu stai appeso fuori di esso e non hai con esso
parte. E così sei il suo re. E tutti noi pieghiamo il
ginocchio e gridiamo: «Salve, re dei giudei!», e ciò che
volevamo dire è: «Crocifiggi, crocifiggi!» perché sei
venuto a nausea a tutti noi, sei diventato per tutti noi
un peso insopportabile, togliti di mezzo e va' avanti
con l'opera della tua redenzione, a cui ti sei dedicato.
Crocifiggetelo, affinché siamo redenti da lui!
Crocifiggetelo affinché siamo redenti per mezzo di lui.
Togliti di mezzo! Tolle. Crucifige.
* Il libro è stato scritto prima della riforma
liturgica del Concilio Vaticano II, quando il sacerdote
celebrava la messa dando le spalle ai fedeli. (ndr)
۩ SU
VI. SAI,
SIGNORE...
che cosa hai scelto per te? Hai le idee chiare circa
le conseguenze della tua obbedienza? Nell'economia della
natura gli escrementi e le scorie velenose degli animali
e degli uomini si sciolgono e dissolvono, il sudore
evapora, piogge e fiumi portano via il fango, cadaveri e
carogne marciscono, perfino l'aria ammorbata delle
grandi città non arriva a turbare il cielo limpido.
Perché i materiali di cui san fatte le cose non sono
impuri in se stessi, cambiano soltanto forma e stato.
Ma nell'economia dei cuori è tutto diverso. Là domina
il male che non ha una natura, è semplicemente
contronatura e si stiva in acervi sempre più alti,
perché da sé non si scioglie, e nessun potere del mondo
(tu lo sai, anche se gli uomini proprio non lo sanno) è
in grado di espiarlo. Nel nord della Francia si vedono
fabbriche, accanto alle quali le nere scorie torreggiano
come montagne, dieci volte più alte dei tetti della
città; le colline sinistre non riescono a diventare
parte del paesaggio. E tu vuoi demolire le torri e i
monti dei peccati? Vuoi asciugare questo mare di veleni
infallibilmente mortiferi? Vuoi fare del tuo nobile
cuore un impianto di depurazione?
Come potrai tollerare il contatto anche di un solo
peccato, tu purissimo? Stai attento, ti verranno i
brividi alle midolla quando uno di noi sulla strada
anche solo ti sfiorerà. E se tu gli guardi l'anima e
vedi sul fondo il suo formicolio verminoso, e ne
ripercorri gli anni e tutto ciò che si è in esso
accumulato di vile meschina cattiveria: te lo dico io,
solo questo ti farà sentire male. Ma non è abbastanza
sfiorare questo peccatore, sopportare per un attimo il
suo contatto, avvertire il suo respiro appestato sul tuo
viso. Tu devi tentare di prendere su di te i suoi
peccati, dichiararti una cosa sola con essi, non solo
considerarli da fuori ma gustare da dentro interamente
la loro essenza, la loro cattiveria; dovrai pensare che
essi non sono i peccati di questo uomo rozzo straniero,
che in fondo non t'interessano, ma addirittura i -tuoi
propri. Essi ora appartengono a te, niente importando se
tu stesso li hai fatti o no. Non ti posso enumerare ciò
che di afferrabile e noto si nasconde in un' anima, cose
che a noi sono sì consapevoli e che di tempo in tempo ci
pesano un po', cose semiconscie e da lungo tempo
dimenticate di nuovo, giacché l'uomo non sopporta a
lungo la sua vergogna, la dimentica volentieri, e cose
infine inconscie: tutti questi peccati possibili, di cui
egli sarebbe capace, per i quali da parte sua non manca
se non la spinta esterna, l'occasione, il rapporto, la
seduzione, la cattiva compagnia. lo non ti posso
raccontare tutto questo nei particolari, noi uomini
appunto non siamo minimamente consapevoli del numero e
del peso delle nostre colpe; oppure le pesiamo del tutto
all'inverso, e piccolezze su cui sorvoliamo pesano molto
sui piatti della bilancia dell'eternità. Così l'uomo per
lo più pensa soltanto alle cattive azioni da lui
commesse, e già i cattivi pensieri da lui agitati gli
sembrano irrilevanti perché nessuno li vede. Ma tu
incontrerai ancora dell' altro che lui stesso non vede:
il vuoto. La carenza di amore. L'immensa irrecuperabile
mancanza del bene che Dio aveva pensato per lui. Lo
spazio vuoto di cui non si accorge perché lui stesso è
vuoto. Ma tu, che sei la pienezza dell' amore e
dell'azione, urlerai in questo vuoto, ti congelerai in
questo inverno dell'amore. Non i grandi peccati saranno
per te i più dolorosi. Questi sono riconoscibili
facilmente e a tutto tondo, e con un coraggioso sorso li
puoi ingoiare come un rospo. Ma che cosa fai tu, tu
Grande, con la marmaglia? Perché il peccato è per lo più
piccolo; è meschino, senza grandezza e senza dignità. È
la stessa meschinità ed è sudicio da dare la nausea. Li
conosci bene: questi conteggi da bottegaia, calcoli che
non finiscono mai. Fin dove posso arrivare per non
dovermi confessare? Che cosa posso ancora permettere
alla mia voglia peccaminosa? Dove il confine tra peccato
veniale (che addebito a me) e mortale? Questo
mercanteggiare con Dio. Questo è il massimo in noi. Che
cosa pensi di questo nostro comportamento, Figlio
dell'amore? Una volta hai fatto schioccare una frusta e
hai picchiato queste anime di mercanti nel tempio di tuo
Padre scacciandoli. Adesso sei incatenato e loro tutti
ti soffiano in faccia i luridi suoni che hanno nella
gola. Fa’ attenzione perché non devi disprezzare o
trascurare nessuno di questi «piccoli» peccati, tutti li
devi gustare ad uno ad uno, altrimenti la tua opera non
sarebbe completa. Già un unico segmento quotidiano di un
unico uomo è una ininterrotta catena di piccoli
tradimenti, di innocenti punture d'ago contro l'amore.
Ahimé, grande è il tuo lavoro. Ma loro sono molti, tuo
Padre ne ha creati molti come la sabbia del mare,
miliardi, miliardi ti cadranno addosso come squadroni di
cavallette, e non una sola foglia verde si salverà su di
te.
Hai preteso troppo a voler portare la loro vergogna.
E di fatto ognuno la deve portare. Ma loro non lo fanno.
Sanno molto bene commettere le brutte cose, ma pensano
che la vergogna delle loro azioni evapori senza lasciar
traccia e sprofondi nell' oblio del tempo. Non sanno
nulla del Libro della vita e della memoria
dell'eternità. Si scuotono di dosso il loro obbrobrio e
alleggeriti proseguono. Ma su di te piove e cala e piove
questo vituperio dei secoli, un fiume di cui non vedono
i confini. Una lebbra dalle migliaia di forme ti copre,
discendi dentro una cloaca senza nome. Che cosa
significa poi vergogna? È ancora poco venir messi alla
berlina, perché in fondo quelli laggiù che guardano allo
svergognato sono tutti peccatori, forse anche qualcuno
di essi lo sente. In una compagnia serale di
aristocratici non è molto doversi denudare, perché
ognuno ha il suo corpo sotto i vestiti. Non è molto
dover sciorinare i propri vizi più segreti davanti a
tutti, perché noi conosciamo i crimini possibili degli
uomini da qualsiasi giornale. Ma la vergogna stessa, la
vergogna in sé, che nessuno di noi vuole provare o ha
provato, che cos'è? Tu lo verrai a sapere. Tu ti dovrai
vergognare davanti a tutti, davanti alle pietre morte
dell'Orto degli ulivi, davanti a ogni creatura, e
soprattutto davanti a tuo Padre. Ti potresti calare in
tutti gli abissi e rannicchiarti in ogni buca, ma tu
stesso sei l'abisso e la buca. E non pensare che non ci
si accorgerà di te. Tutti noi ti guardiamo, tutti noi
vediamo su di te la nostra vergogna e in te la
disprezziamo.
Tu non puoi liberarti della nausea che senti. Perché
adesso sei tu stesso la nausea, tutte le volgarità sono
entrate in te, e fai orrore non solo a te ma anche a noi
tutti. Noi siamo la società delle persone perbene, tu ne
sei estraneo. Noi possiamo perdonarci a vicenda le
nostre piccole debolezze e di nuovo levarci tanto di
cappello gli uni agli altri, davanti a te ci si può solo
rigirare con disprezzo. Noi facciamo una comunità, un
anello chiuso, e sarebbe intollerabile pensare che un
essere come te è appartenuto al nostro circolo.
Ti assale alla fine la paura? La paura di cui gli
uomini non sanno. Non la paura per una disgrazia che ti
minaccia, una particolare catastrofe. Perché una simile
ansia è circoscritta, ha il suo oggetto, e la coscienza
dell'uomo vi è orientata. E sempre rimane, come
accompagnatrice indivisibile dell' angoscia di noi
uomini, la speranza. Mi posso forse ancora salvare nella
casa che brucia; forse è ancora possibile raggiungere in
tempo giusto la galleria sommersa, forse mi capita
ancora una grazia all'ultimo momento. Quella che tu
soffri invece non è una paura delimitata. È un mare di
paura senza rive, la paura in sé. Quella paura che è il
nucleo e seme del peccato. La paura davanti a Dio e al
suo inevitabile giudizio. La paura dell'inferno. La
paura di non poter più vedere per 1'eternità il volto
del Padre. Di essere lasciato definitivamente cadere
dall'amore e da ogni creatura. Tu cadi nel fondo senza
fondo, tu sei perduto. Neppure lo sprazzo più esile di
speranza delimita quest'angoscia. Perché in che cosa
potresti ancora sperare? Che il Padre abbia ancora
misericordia di te? Non lo farà, non lo può, non lo
vuole più fare. Solo al prezzo del tuo sacrificio egli
vuole avere misericordia del mondo. Del mondo, non di
te. Di un aldilà della tua paura non si parla neppure.
Misericordia? Ma la misericordia di Dio sei appunto tu,
ed essa consiste nella tua perdizione. Tu stesso del
resto l'hai voluto. Vuoi stornare il fulmine di Dio
dagli uomini? Esso colpisce appunto te.
«Padre», tu gridi, «se possibile». Ma adesso non è
più possibile. Ogni frammento, ogni fuscello di paglia
per una possibilità è sparito. Tu gridi nel vuoto:
«Padre!». Si sente solo l'eco. Il Padre non ha sentito.
Tu sei sprofondato troppo in giù, come potrebbero ancora
sentirti lassù nel cielo? Padre, sono tuo Figlio, il tuo
Diletto, il Figlio che ti è nato prima di ogni tempo! Ma
il Padre non ti conosce più. Tu sei divorato dalla
lebbra di tutta la creazione, come potrebbe ancora
riconoscere il tuo volto? Il Padre è passato ai tuoi
nemici. Hanno escogitato insieme il loro piano di guerra
contro di te. Tanto ha amato i tuoi assassini che ha
tradito te, il suo Unigenito. Ti ha dato via come una
sentinella perduta, come un figlio prodigo. Sei sicuro
che egli c'è ancora? Esiste un Dio? Se un Dio esistesse,
sarebbe pure l'amore, non potrebbe essere tutto durezza,
tetro come una parete di piombo. Se esistesse un Dio,
egli si dovrebbe almeno rivelare nella sua maestà, tu
dovresti almeno avvertire un soffio della sua eternità,
potresti almeno baciare l'orlo del suo mantello quando
passasse alto sopra di te e senza sapere ti calpestasse.
Ah, come volentieri vorresti farti calpestare dal piede
adorato! Ma invece che nella pupilla di Dio, tu ti
irrigidisci nel vuoto di una nera cavità oculare. Ora
discendi barcollando verso gli uomini, ora che l'eterno
amore è morto, e il freddo dello spazio cosmico ti
striscia tutt'attorno glaciale, per rianimarti alloro
calore animale. Ma loro dormono. Lasciali dormire, anche
il discepolo che amavi lascialo dormire; non potrebbero
capire che Dio non ama più.
Una specie di raggio di luce guizza nella tua anima:
mi lasci pure cadere se in cambio egli ama solo gli
uomini. Se io devo essere il prezzo del riscatto, allora
la tenebra eterna non è un prezzo esagerato per la luce
eterna, la mia luce eterna!, che ora devono ereditare al
mio posto. Padre, sia fatta la tua volontà per loro e
anche per me. La tua volontà di amore per essi, la tua
volontà di collera per me... Ma l'angelo che ti conforta
ti lascia di nuovo, e da sinistra ti si avvicina Satana.
Lui ti mostra il mondo. L'umanità dopo la redenzione.
Sopporti questa vista? Comprendi ciò che tu là vedi? Ti
voglio dire schiettamente di che si tratta: la tua opera
è stata vana. Prima della nascita di Cristo, dopo la
nascita di Cristo: complessivamente tutto rimane lo
stesso. Ci eravamo aspettati un torrente di grazia,
pensavamo che Dio avrebbe versato il suo Spirito
conformemente alle promesse e che sarebbe sorto un regno
santo alla fine dei giorni. Ma non cambierà proprio
nulla. Qualcuno dei tuoi discepoli racconterà della tua
vita, la gente ascolterà stupita per un momento per
vedere se questa nuova notizia è vera, e per un certo
tempo parrà come se la tua chiesa possedesse una nuova
vita spirituale, una forza dall' alto di trasformazione
del mondo. Ma già comincia questo mondo a riversare su
di essa i suoi colori, essa si darà il belletto alla
guancia con i colori che assumerà via via il mondo, e
presto le si domanderà se ha portato qualcosa di
veramente nuovo. Una domanda giustificata. La si
interrogherà quanto alle prove. Non per quanto concerne
le dimostrazioni nei libri e non le dimostrazioni della
legittimità della sua missione. Bensì quanto alle prove
della sua forza. E poiché essa stessa è intricata nel
peccato universale, e poiché il peccato dei cristiani
sarà più grave dei peccati degli ebrei e pagani, la sua
voce sarà pesante, balbetterà e offrirà al massimo
discorsi folli, inutili, carichi di unzione. E la si
perseguiterà, perché ha ingannato il mondo con promesse
ipocrite, e questa persecuzione sarà giustificata.
L'inganno però ricadrà su di te, che l'hai fondata e
inviata. Tu sarai il colpevole del fatto che, gli uomini
perdono la loro fede infantile in Dio, ed ora,
disperatamente delusi di te, passano a un deciso
ateismo. Vedi che cosa hai combinato con la tua
redenzione? Tu volevi ridare la vista ai ciechi, ma ora
essi, diventati vedenti, diventano due volte colpevoli.
Prima ti hanno crocifisso e non lo sapevano che cosa
facevano. li loro peccato assomigliava alla crudeltà
congenita degli animali rapaci; era natura. Adesso sanno
quello che fanno; tu hai levato via il velo del mistero
dell' eterno amore, li hai collocati immediatamente
davanti al triplice abisso di Dio, come sacerdoti della
divina economia. Ciò che era veniale e lieve è diventato
con te mortale e imperdonabile. Con frecce infantili
sparavano una volta contro il cielo, tu hai messo loro
in mano l'acuta freccia micidiale con cui colpiscono nel
centro nero del cuore di Dio. Hai sbagliato i calcoli.
Hai creduto di portare salvezza e hai in realtà
decuplicato il peccato. In cento maniere prenderanno
pretesto per peccare. Sarai per essi di scandalo con il
tuo amore, si sentiranno urtati a ogni tua proposizione.
E a ragione, come anche tu ammetterai: perché le tue
proposizioni sono comprensibili a rovescio e pericolose
per la gran massa. Ogni errore, ogni stupidità si
richiamerà a te e troverà riscontro nelle tue parole.
Come furie faranno a pezzi il tuo Vangelo e se lo
getteranno sanguinosamente l'uno contro l'altro. E i
tuoi fedeli andranno a peccare più avanti ancora: perché
l'amore di Dio ora è sceso di prezzo e con le monetine
del pentimento si può avere l'assoluzione negli
automatici della confessione. Capisci che cosa hai
fatto: hai reso loro troppo facile il peccato. Una cosa
da ridere è la tua salvezza, libera gli uomini in
direzione del peccato! Bisognerebbe allontanarti,
costruire un grande arco intorno a te, perché sei un
seduttore dell'umanità. Per tutti coloro che incontri
sei un pericolo. Sei una malattia contagiosa. Credimi,
gli uomini vengono educati meglio nella loro naturalezza
e nei loro istinti. Tutto ciò che hai ottenuto è di dar
loro una cattiva coscienza.
No, essi hanno ragione di respingerti. Non vogliono
ciò che offri loro, dal momento che conduce a una tale
perdita. Ciò di cui hanno bisogno è pane e amore -
l'amore che già conoscono e che tu non conosci,
verginale quale sei - di più non comprendono. La tua
religione non è per le masse. I tuoi preti annunceranno
dai pulpiti le tue pretese, ma nessuno le osserverà, e
molti si meraviglieranno quanto sei estraneo al mondo. A
molti e molti rigirerai la testa e la coscienza, così
che non capiscono più che cosa veramente vale.
Ma io do ancora uno sguardo ai tuoi eletti, ai tuoi
amici particolari, alle tue pupille. Ai tuoi santi. Non
voglio adesso metterli sotto lente, non voglio rinarrare
come per parecchi anni si sono inalberati contro il tuo
amore con le mani e coi piedi, finché tu alla fine con
violenza hai abbattuto la fortezza della loro anima. Ma
che cosa regali loro per compenso? La tua croce, la tua
via crucis. Il Padre tuo ti ha gettato a rischio,
tu getti loro a tua volta a rischio. Il tuo amore è
crudele. Che salvezza o liberazione è questa? Non potevi
portarla tu una volta per tutte, la croce? Sei così
debole che sempre un altro deve trascinarsi dietro a te?
Ti sei offerto, tu Adante spaccone, di portare il peso
del mondo sulle tue spalle. Hai sopravvalutato le tue
forze: lungo il breve percorso crolli a terra tre volte,
e Simone il cireneo deve portare la tua sbarra. Non
potresti alla fine lasciare in pace i tuoi? Tu li esponi
alle bestie selvagge, li lasci ardere come fiaccole
viventi, nei campi di concentramento verranno tormentati
lentamente, demoniacamente. E non basta: li esponi a
tutti i diavoli e li tiri già nella stessa fossa di
terrore e di schifo, e li lasci diventare, come dice il
tuo apostolo, la spazzatura e la feccia del mondo e la
derisione della creazione. Nel loro corpo essi devono
compiere ciò che ancora manca alla tua passione, che non
hai saputo patire a pieno.
Perché certamente occorreva, per soffrire, un cuore
grande e forte. Ma quello tuo è piccolo e debole, ed è
diventato del tutto impotente, così che tu stesso non lo
riconosci. E per soffrire occorreva poter amare. Ma tu
non ami appunto più; il tuo amore, che una volta si
gonfiava dignitoso come grande campana, ora balbetta
miseramente come una raganella del venerdì santo.
Sarebbe troppo facile soffrire se si potesse ancora
amare. L'amore ti è stato tolto. La sola cosa che ancora
senti è il vuoto bruciante, lo spazio cavo che esso
lascia. Sarebbe una gioia per te se potessi ancora amare
a partire dalla profondità dell'inferno per tutta un'
eternità il Padre che ti ha riprovato. Ma l'amore ti è
stato tolto. Tu volevi dar via tutto, vero? Non è una
grande arte dar via tutto fino a che si conserva ancora
l'amore. La situazione si fa seria solo quando l'amore
dà via se stesso. L'amore era il cuore del tuo cuore, il
sangue della tua anima, l'eterno respiro della tua
persona. Vivevi dell' amore, non avevi altro pensiero
che l'amore, eri l'amore. Ora esso ti è stato sottratto:
tu soffochi, muori di fame, sei estraneo a te stesso.
Muori la vera e reale morte di amore; perché l'amore
rantola e cessa negli ultimi rantoli.
Tutto ciò così dev'essere. E deve rimanere nascosto,
e gli uomini non ne hanno un'idea. Ci camminano sopra
come sopra le cupe canne e canali, queste orride
catacombe delle grandi periferie. In alto lassù
brilla il sole, i pavoni fanno la ruota, in abiti
leggeri gonfi di vento impazzisce allegra la gioventù. E
nessuno ne conosce il costo.
۩ SU
VII. SE HAI DEL FUOCO IN
CASA...
custodiscilo bene dentro un focolare incombustibile e
tienilo coperto, perché se ne sprizza anche solo una
scintilla e tu non l'avverti, diventerai preda delle
fiamme insieme con la casa. Se hai il Signore del mondo
in te, nel tuo cuore incombustibile, cingilo bene con
siepe, stai attento a come tratti con lui, perché egli
non incominci a pretendere, e tu non sai più dove ti
spinge. Tieni ben ferme in mano le redini.
Non lasciare il timone. Dio è pericoloso. Dio è un
fuoco divorante. Dio ha su di te le sue intenzioni.
Lasciati mettere in guardia da lui: «Chi mette mano
all'aratro e si volge indietro non è degno di me. Chi
non mi ama più del padre e della madre, degli amici e
della patria, anzi più di se stesso, non è degno di me».
Fai attenzione, egli si nasconde, comincia con un
piccolo amore, con una piccola fiamma e, prima che tu te
ne renda conto, ti tiene già tutto e sei prigioniero. Se
ti lasci prendere, allora sei perduto, perché non ci
sono limiti verso l'alto. Egli è Dio, è abituato
all'infinito. Ti risucchia in alto come un ciclone, ti
vortica su e giù come una tromba d'acqua. Pensaci bene:
l'uomo è fatto secondo misura e limite, e solo nella
finitezza egli trova pace e felicità; ma questo qui non
conosce misura. È un seduttore dei cuori.
Lo vedi là dove si erge, sopra gli scalini del
tempio, frammezzo la folla ribollente? Come adesso
allarga le braccia e alza questa voce che già basta da
sola a strappare un cuore d'uomo dai fondamenti: «Chi ha
sete venga a me e chi crede in me beva da me! Perché la
Scrittura dice: fiumi d'acqua viva escono da lui».
Proteggiti da questa bevanda. Perché egli ha pur detto a
quella donna: «Chiunque beve acqua terrena avrà ancora
sete. Ma chi beve dell' acqua che io gli darò non avrà
più sete in eterno». Difenditi; perché sta anche
scritto: «Chi beve della sapienza avrà di nuovo sete ma
finalmente vera sete». Ho paura che costui farà per la
prima volta esperienza di che cosa significa sete, e
quanto più insaziabilmente comincerà a bere, tanto più
intollerabilmente aumenterà il suo dolore. Afferrato
dalla legge dell'illimitato finirà in vertigine.
Attento, egli ti invita a perdere la tua anima per
guadagnarla. Intende l'amore. Suggerisce all'uomo
l'impossibile. Non vede che essi son fatti per una
felicità entro limiti: un po' d'anni di compagnia con
una persona amata, una passeggiata in campagna, o anche
solo una coppa di fragole. Un quadro, un libro, una
panca ombrosa. Una buona stufa. Una camminata
impegnativa di notte. li fragore di una battaglia. La
maestà di una morte. Sempre un senso eterno vincolato
alla forma esatta di un momento. Questo basta ed è
indicibile *. Qui il mondo matura e si arrotonda come un
frutto in se stesso e cade davanti ai piedi dell'eterno
con il suo significato divino. Interroga i poeti.
Egli è tuttavia per tutto ciò che è nostro un
pericolo. Non è stato prudente da parte sua esibirsi
così a nudo, perché le sue parole suonano come aperto
incitamento alla ribellione: «Fuoco io sono venuto a
gettare sulla terra e che altro voglio se non che
divampi?». Se egli tenesse per sé l'eccesso della sua
anima, oppure se facesse fiammeggiare per me il fuoco
d'artificio dell' amore per la salvezza come uno
spettacolo una volta tanto davanti agli occhi rapiti
degli spettatori, niente da obiettare. Potremmo battere
con gratitudine le mani, un «applauso prolungato e
fragoroso» per questo inaspettato gratuito arricchimento
della creazione. Una buona ragione per far festa.
Potremmo esserne orgogliosi: orgogliosi del fatto che la
passerella del cuore umano, già così ricca di acrobati
straordinari, trova la sua conclusione culminante con il
salto-mortale di Dio. Ma lui non lascia che le cose
vadano così. Egli presenta il suo salto mortale come un
modello, adesca gli uomini fuori dai loro limiti alla
stessa avventura infallibilmente mortale. Il suo fuoco
deve ardere ancora, diffondersi. Qui o là gli riesce di
far saltare in aria un' anima come dinamite e di far
vibrare le finestre in un vasto raggio e di far tremare
le mura angolari.
Che cosa si fa quando minaccia di scoppiare un
incendio? Si fa tutt'attorno una cintura di protezione.
Si cerca di sottrargli l'esca che l'alimenta, e quando
proprio è necessario si ricorre alle mine, si fa saltare
tutto un quartiere. Si traccia una strada divisoria
attraverso il bosco, oppure quando brucia la steppa si
scava una larga fossa. Così dobbiamo tentare anche noi
di reprimere l'incendio. Si crea intorno ad esso uno
spazio d'aria vuoto, dove non possa respirare né fuoco
né amore! Lo si soffoca insomma, anche se con mezzi
soffici.
Se lo si prende in parola, il meglio che ci si sente
dire è: «li mio regno non è di questo mondo». Qui avete
la chiave; il suo regno non è di questo mondo, non è
questo mondo. Elevato! Celeste! Egli possiede un regno
superiore! Lasciategli il suo regno, allora dovrà anche
lasciarci il nostro. Alzatelo, sospingetelo su nel suo
regno superiore! Non c'è bisogno che gli indichiate la
porta, da villani che non conoscono le buone maniere;
fatelo in bella forma: lo potete venerare, nel senso
migliore e più insospettabile, complimentare
accomiatandolo. Non contrastarlo, ma cedergli, ammettere
che lui viene dall'alto e noi dal basso, che lui è la
luce del mondo, e che le tenebre non l'hanno compreso, e
che egli è venuto per poi ritornare al Padre. Perché
dovete comprendere: lui vorrebbe vicinanza, vorrebbe
abitare in voi e mischiare il suo respiro col vostro.
Vorrebbe essere con voi fino alla fine del mondo. Batte
alla porta di tutte le anime, si fa piccolo e
inapparente per poter aver parte a tutti i vostri
piccoli affari e grattacapi. Si presenta piano e leggero
per non disturbare, per non essere riconosciuto, per
starci vicino in incognito in tutto il frastuono dell'
annuale mercato terreno. Cerca confidenza, fiducia,
mendica il vostro amore. Qui è il momento di rimanere
duri. Di non confondere i confini. Egli è Dio, lo deve
rimanere. Non declassare la sua dignità. È da timorati
di Dio ricordargli che cosa deve a se stesso. Quando
esce a un tratto dal suo ripostiglio e allunga la mano
sul vostro cuore con uno dei suoi famosi colpi e si alza
davanti a voi, voi gettatevi subito a terra e dite
umilmente: «Signore via da me, sono un uomo peccatore!».
La distanza è ovvia. E se egli vi guarda dolorosamente e
tenta silenziosamente di rendervi visibile la sua
solitudine, state forti, mostrategli tutto il vostro
rispetto e dite: «Non sono degno che tu entri sotto il
mio tetto» (lasciate di dire il resto). Oppure se voi
stessi lo invitate a casa vostra, siate contegnosi, non
abbassatevi fino a lavargli con intimità e servilismo i
piedi, guardatevi dal dargli un bacio, dall'ungergli il
capo con olio! Se lui si mette all'ultimo posto,
ditegli: Amico, passa più avanti e costringetelo a
mettersi al primo. Adoratelo, così come si è
trasfigurato sul monte, costruitegli, a lui e ai suoi
celesti compagni, tre capanne, e state attenti che non
ridiscenda.
Tutto questo è molto più facile di quanto pensiate. È
un'idea espressamente religiosa, e che cosa vuole Dio da
voi se non religione?
Il riconoscimento dell'«infinita differenza
qualitativa» tra Dio e il mondo. Farlo in modo più
dialettico o più liberale, ciò sta nel vostro arbitrio.
Nella vita pubblica non è difficile. Ciò che là conta
è mantenere giusta e verticale la linea divisoria una
volta che è stata tirata. Il suo regno non è di questo
mondo. Perciò egli non ha perduto niente a causa dei
nostri affari mondani. Lasciategli le sue cattedrali, e
lui lasci a noi i nostri banchi, i nostri affari, la
nostra politica, le nostre scuole, le opere della nostra
cultura, la nostra grande o piccola patria. Lasciategli
il suo territorio di riserva, il parco nazionale delle
sue chiese; noi ci obblighiamo a non tagliare legna e a
non cacciare colà, le nostre strade devono venir distese
come ad arco intorno a tale riserva di Dio, e in essa si
deve consentire a Lui di portarsi in giro le sue bestie
da montagna e di coltivarsi i suoi pini cembri
mirabilmente intagliati in prossimità dei ghiacciai. Se
una qualche volta un nostro ricercatore, un filosofo
della religione si perde entro i suoi giardini e
raccoglie qualcuna delle loro pianticelle che là
s'incontrano ad ogni pié sospinto, se lui le raccoglie e
le classifica (secondo l'ultimo stadio della
psicologia), noi non ne avremo a male di queste sue
predilezioni sentimentali. Ma per il resto non una
parola su di lui! Nelle vostre costituzioni fate in modo
di procedere secondo le leggi immanenti della ragione e
dell'umanità, del benessere e della sana capacità di
conservazione. L'amore disinteressato del prossimo può
trovare una certa giustificazione entro l'ambito della
morale privata, ma lo stato come insieme e la nazione
devono, per non crollare immediatamente come utopia
alienata dal mondo, devono poggiare sul solido
fondamento dell'interesse collettivo. Nessuna parola
dunque su di lui nei vostri consigli, nessuna nei vostri
articoli di fondo, nessuna nei vostri congressi per la
pace. Il mondo al mondo. Sarà prudente circoscrivere gli
ecclesiastici nell' ambito della chiesa e non consentire
loro nessun diritto o potere d'ordine pubblico. Voi
prestate loro in tal modo un servizio, giacché da sempre
la politica ha guastato la chiesa e compromesso la sua
influenza. Sarà prudente provvedere nella scuola perché
ci sia una netta separazione tra le discipline secolari
e la religione; quando la religione è diventata una
disciplina marginale accuratamente isolata accanto a
venti altre, non ci potrà più essere un grande pericolo
di una sua prevalenza. L'alunno comprenderà da sé che
qui si tratta di una specie di libera materia senza
importanza pratica, e in ogni caso senza influsso sui
voti d'esame. In tal modo avete la gioventù dalla vostra
parte. In tempi critici per contro non sarà di nocumento
indirizzare il bisogno religioso accresciuto - purché
non arrivi a forme d'inquietudine pericolose - verso le
istituzioni sacrali erette a questo scopo, dove ognuno
può darsi una rinfrescata quasi senza spesa. Ciò
appartiene all'igiene pubblica, e vi risparmia la fatica
di frugare nelle acque torbide del problema religioso.
In ogni caso la soluzione recita: immunità contro il
bacillo religioso! Come vaccinazione e controveleno: le
istituzioni ecclesiastiche. Allora avrete ordine.
Nella vita della cultura bisogna puntare alla
chiarezza. Lasciamo pure che ci sia, ben visibile da
lontano, una qualche libreria religiosa, ma si curi che
nelle altre, accessibili a tutti senza inibizioni
psicologiche, le pubblicazioni religiose non siano
apertamente esposte. Quanto all' arte si avverta che
oggetti religiosi siano al più possibile caratterizzati
come tali e che non ci siano delle confuse «atmosfere
religiose» ad avvolgere opere d'arte laica. Gli artisti
religiosi faranno bene a raggrupparsi in corporazioni
particolari. Bisogna quanto più possibile promuovere
centri di formazione cristiana, con la tendenza a
rappresentare l'elemento confessionale entro il giro di
una semplice «cultura»: in tal modo 1'atmosfera restante
viene purificata. La separazione tra filosofia e
teologia, tra ordine naturale e fede cristiana, tra
mondo del peccato e piano della salvezza, tra umanità e
croce deve venire presentata come un importante
traguardo di arrivo della modernità anzi come la
salvezze decisiva per entrambe le parti.
Società o movimenti che snobbano intenzionalmente
queste leggi di sanità pubblica devono venir vietati
come pericolosi per lo stato. Sono invece da promuovere
quelle associazioni che relegano il cristianesimo, in
quanto troppo sacro per la strada, troppo puro per il
mondo, in quelle sale sacre le quali adornano l'immagine
esterna delle nostre città come pie reliquie del
Medioevo, a protezione della patria. (Facilitate il
flusso degli stranieri!).
Ma tutto questo non basta. Ancora sembra che Gli
appartenga, che resti a sua disposizione la realtà
interiore delle anime.
Estradato dalla vita pubblica e sociale Egli può
ancora sviluppare il suo potere di seduzione nella sfera
privata delle coscienze. Raddoppiate la vostra
vigilanza! Qui l'avviso deve pervenire ad ogni singolo
personalmente. Come linea direttiva può valere la
seguente: attenetevi alla pratica della maggioranza
schiacciante dei cristiani; essi hanno scelto d'istinto
la cosa giusta. Hanno trovato l'equilibrio aureo tra le
esigenze immediate della vita e quella loro pretesa
totalitaria. Nella vostra vita quotidiana erigete pure
in qualche angolo romantico una cappella. Metteteci un
altare e davanti un inginocchiatoio. Là Lui rimane come
consegnato; là voi, a prescindere dalla grande ressa
alla messa domenicale, lo potete visitare ogni giorno
per alcuni minuti. «I miei cinque minuti quotidiani»:
per voi la salutare ginnastica mattutina dell'anima, per
Lui un segno che non avete dimenticato di contare su di
Lui. Lo potete pregare di benedire gli affari della
vostra giornata. Così un certo ponte viene gettato. Voi
potete inoltre costruire una cosiddetta «buona
opinione», mediante cui promettete di compiere la vostra
opera quotidiana «in Suo onore». Ma subito dopo via di
lì, e non dimenticate di portar via la chiave del
santuario e di prendere i dovuti provvedimenti!
Seriamente fate in modo che Egli non si riservi poi
qualche intervento nei vostri affari privati. Non
lasciatevi inquietare da nessuno che volesse dimostrarvi
con parole della Scrittura o altri scritti devoti che
voi dovete pregare in ogni tempo, avere in ogni tempo
rapporto con Lui. No, ciò disturberebbe solo il vostro
lavoro, che pure è voluto indubbiamente da Dio e dalla
natura. DiteGli che Gli siete cordialmente riconoscenti
se nel frattempo occupandosi della vostra salvezza vi
perdona i peccati, vi procura le grazie di cui avete
bisogno, e che sarà un piacere ricevere alla fine il
risultato dei suoi sforzi. Fino ad allora c'è sempre
tempo, e non Gli potete essere di utilità.
Ma non si è ancora conseguito lo scopo. La
separazione tra preghiera e vita quotidiana è solo un
inizio. Rimane il tempo della preghiera, quando ti trovi
davanti a Lui occhi negli occhi. Il tempo dell'esame
di coscienza, volontario o meno. li tempo in cui il
suo occhio imperscrutabile ti coglie un' altra volta, e
il fuoco represso potrebbe ancora divampare. Il tempo in
cui un' angoscia interiore a tuo riguardo, un interiore
desiderio di purezza e di totalità ti agita e le lacrime
non sono lontane. Momenti pericolosi. Il tempo
dell'attrazione dell'amore. Rimani duro. Non fare la
femminuccia. Procura di dirti sempre che su teneri
sentimenti non si costruisce nulla di durevole. Questi
stati d'animo dissolventi non si adattano al tuo
carattere. E non hai forse sempre fatto l'esperienza
che stati simili passano senza tracce come nuvole
transeunti, e che, dopo, tutto è ritornato come prima?
Fonda la tua religione non su cose così incerte e
confuse. Forse esistono realmente in Lui questi lati
sentimentali, ma per te è sufficiente rappresentarli
nella forma di un'immaginetta devota nel tuo libro di
preghiera. E se tu non riesci a liberarti dal suo
sguardo, prega allora fino a quando non lo vedi più. La
cosa è possibile. Pregare fino a sbarazzarsi di Lui.
Pregare il Dio vicino fino a farne un Dio lontano.
Pregare con tale ardore fino a risolversi e dissolversi
nelle proprie parole, e non si ha più tempo né
possibilità di udire la voce di Dio. Lo seppellisci di
preghiere, finché Lui con la voce sua ammutolisce. Hai
bisogno appunto di mille cose da parte sua, così Lui non
ce la farà mai a soddisfare le tue esigenze. Con
l'adempimento dei tuoi doveri religiosi oppure, che
sarebbe ancora più nobile, con volontari esercizi
devoti, ti sei risparmiato di dover ascoltare la
fastidiosa voce. Credimi, questo metodo è di gran lunga
il migliore, e se tu gli sei fedele, ti riuscirà prima o
poi di porre la tua religione al posto della sua. Allora
avrai pace per sempre. Purché tutto avvenga in nome
della devozione e del cristianesimo. Essenziale è
coprirsi davanti a Lui. DiGli che è Dio e ,che sa già
ogni cosa. Allora non hai più bisogno di dirgli singola
cosa. Oppure diGli che tu sei tutto sommato soltanto un
uomo, questo lo commuoverà fino alla compassione. Oppure
diGli che hai un desiderio illimitato della sua grazia e
che calcoli con certezza salvifica che tutto finirà
bene. Ciò lo prenderà al senso del suo onore di
salvatore e lo disarmerà. MostraGli una devozione
ingenua, infantile, con fermezza e di colpo punta su di
lui il tuo occhio innocente e sperduto (il «puro sguardo
della creatura»), e Lui non oserà iniziarti nei suoi
misteri sconvolgenti. li suo regno non è del tuo mondo.
Lasciamo a Lui la sua oscurità, Lui non ha bisogno di
comprendere la tua luce.
Rimane ancora la Chiesa. Il suo luogo di rifugio. La
Chiesa e le chiese. Qui Egli si è raccolto, vi ha
ridotto la potenza degli eserciti della sua grazia. Qui
Egli deve venir colpito in modo decisivo. Allora non ci
sarà più spazio per lui, perché ha perduto l'ultimo
resto di terreno sotto i piedi, allora il suo regno non
è più veramente in mezzo a noi. Ma consoliamoci, anche
questa battaglia è già quasi vinta. Tutto si gira e
agita per isolarlo anche dentro la chiesa. Giacché anche
qui, e qui soprattutto, Egli potrebbe avere rapporti
umani con gli umani. Qui ha inventato il miracolo della
sua eucaristia: Lui è in te e tu sei in Lui. Una festa
di nozze tra Lui e te senza fine, confrontata con essa
anche l'unità tra uomo e donna è solo un breve povero
saggio. In questa veste di pane e vino Egli vuole
abitare corporalmente in mezzo a noi, e partecipare alle
gioie e ai dolori degli uomini. Ma ricordateGli la
distanza del rispetto! Il significato simbolico dell'
eucaristia. InsegnateGli un po' a pensare
escatologicamente! Alla fin fine noi siamo nel tempo,
Lui nell'eternità. Così Egli capisce quello che
intendete, buttatelo fuori insieme col suo tabernacolo!
Noi vogliamo pensare in modo più spirituale e più
elevato di Lui! Sia spirituale la sua presenza,
spirituale il suo regno. E questo strascico umano,
troppo umano, queste statue, confessionali,
inginocchiatoi, stazioni della Via Crucis, quadri e
turiboli e incensi: via, fuori con questo scandalo della
vicinanza! Atmosfera chiara tra Dio e te! Via con questi
mezzi ambigui, con questo rapporto medianico mezzo umano
e mezzo divino, con questo crepuscolo dei sensi! Non è
risorto e non siede alla destra del Padre? E non verrà
presto a giudicare i vivi e i morti? Lasciateci
praticare la sobrietà, e quando andiamo alla cena, non
dimentichiamo il libro dei canti e il cappello a
cilindro.
Lo puoi nascondere anche dietro l'iconostasi. Là
dietro, invisibile al popolo profano, ondeggiano i popi
e si sente solo un poco il cantare e lo scampanellare
venir da lontano. Il mistero è tre volte santo, un
riflesso e rappresentazione della liturgia celeste, e
ogni immediato contatto con esso sarebbe profanazione.
Al popolo bastano i santi appesi alla parete, che vi
pendono grandi, immateriali, inimitabili, con volute
ieratiche, ed alzano mani serie che tengono lontani.
Questi voi potete pregare, invocare la loro mediazione.
L'alta luce del Tabor, dall'alto della quale troneggia
il Signore, vi abbaglierebbe. Solo alcuni pochi, dopo
che per anni e decenni si sono purificati sul Monte
Athos, vengono reputati degni di accostarsi a Lui
nell'estasi. È vero, vale la pena andare in sollucchero
per la bellezza delle icone, perché con il mondo
spirituale che manifestano ci hanno liberati dalla
impellenza del suo amore!
E tu, cattolico, lo hai chiamato il prigioniero del
tabernacolo. Là tu lo tieni fermo sotto custodia, nel
ripostiglio oscuro e dorato. La chiave per aprirlo è da
qualche parte nell' armadio della sacrestia. Là Egli sta
ora, e dev'essere contento se durante il giorno qualche
vecchia viene e dice il rosario davanti a lui. «Ce l'hai
il concetto di che significa deserto e solitudine?» La
gente fuori corre dietro agli affari, con mappe sotto il
braccio e cartelle di libri, striscia frettolosa davanti
alla chiesa, che come un muro morto interrompe la fila
delle vetrine variopinte. A Lui non pensa nessuno.
Perché adesso nessuno ne ha bisogno. Le macchine da
scrivere frusciano, i camini fumano, gli scolari
risolvono i compiti di matematica, la massaia fa il
bucato: tutto questo va per la sua strada, un circolo
chiuso e senza intoppi, dove Lui non perde nulla, dato
che non è previsto che ci sia. Da qualche parte per
qualche messa tarda tintinna un campanello per la
consacrazione: per chi? Poi il sacrestano porta via,
copre l'altare e un silenzio mortale regna intorno al
morto.
Il tabernacolo ha dei vantaggi. Si sa dove si trova.
E di conseguenza si sa anche dove non si trova. (Ci si
libera così presto dell'onniveggente occhio di Dio).
Silenzioso nel suo angolino Lui tesse l'opera della
redenzione. E una volta all' anno, o anche dodici volte,
Gli si fa il piacere di lascarGli compiere l'opera del
suo amore. Qualcuno «pratica». (Un premio per
l'inventore di questo vocabolo!) O meglio Gli si lascia
che Egli pratichi qualcosa a noi.
Più volte si è tentato di toglierlo dalla sua
custodia. Una volta Egli fece sapere che Gli sarebbe
piaciuta una festa in onore dell'eucaristia. Così
l'abbiamo estratto e condotto, una volta ogni anno, per
le strade e per i campi. Gli spettatori stavano alle due
parti facendo ressa e levavano in silenzio il cappello.
Un' altra volta Egli fece vedere il suo Cuore, cinto di
spine, e una fiammata, che non poteva più trattenere,
esce alta di lì. Un' altra festa. Gli si consacrano le
case, ogni tanto splende su qualche colorita oleografia.
Tutto ciò risulta offensivo per il buon gusto. Non lo si
dice, ma quantomeno le persone colte sono al riguardo
d'accordo: la cosa ha una notevole dose di kitsch.
Sarebbe molto meglio se si lasciasse tutto ciò
nell'ombra, là almeno non verrebbe profanato, anche se
magari dimenticato. Non appena esce fuori alla ribalta,
vi si depone come una farina, un velo di semplicità
dolciastra. Ricci impomatati ondeggiano scendendo sulle
spalle e fa male solo a guardare.
No, molto meglio se Lui rinuncia in avvenire a simili
tentativi di esibizione. Si accontenti del suo destino
di Salvatore. Siamo ovviamente lieti per questa
professione che ha scelto. Abbia solo riguardo di
mettere la sua officina fuori delle porte della città.
Egli sta agli angoli delle strade ed offre il suo
cuore. Giacché sta scritto a riguardo della Sapienza che
è uscita nelle piazze e ha offerto se stessa come un
grande convito, ma invano. Tutti si defilano. Non se ne
ha bisogno. Ha sbagliato a fare i conti.
Quando le cose diventano serie, l'uomo, che non
riesce a trovare parole abbastanza solenni per il
proprio bisogno di amore, declina elegantemente
l'offerta dell' amore. Si svincola dalle sue braccia.
Una voce intima lo ammonisce: non concederti. Il
pericolo è troppo grande. DiGli che ti fa male. Che hai
comperato un campo, che hai affittato un paio di buoi,
che hai preso moglie; il che per ora ti basta. Ti
dispiace proprio. Gli uccelli hanno i loro nidi e le
volpi la loro tana, ma il Figlio dell'uomo - ed è
proprio questo sinceramente che ti dispiace - non ha
niente, non un amico o un cuore umano, dove posare il
capo.
* Richiamo, notissimo ai tedeschi, alla IX «Elegia
di Duino» di R.M. Rilke. (ndt)
۩ SU
VIII. TU SEI IN CARCERE...
e io sono in carcere. Lo so, Signore, tu sei in
carcere per amor mio, e solo perché io rimango nel
carcere mio tu resti nel tuo. Tutti e due si
appartengono, tutti e due sono la stessa identica
prigione. Se ti riuscisse di liberarmi dal mio carcere,
saresti anche tu libero; i muri divisori tra noi
verrebbero abbattuti, noi godremmo della stessa libertà.
Anch'io potrei forse liberarti, liberando me stesso, ed
anche allora saremmo liberi entrambi. Ma è proprio
questo. È questo che tu non puoi, e che io stesso non
posso.
lo so del tuo mistero: vuoi aver parte al mio
destino. Ma io sono profondamente sepolto in me e non
posso far saltare le porte di questo inferno. Pensavi
che sarebbe andata meglio in due e ti sei offerto di
aiutarmi. Ti sei seppellito nella mia caverna. Ma poiché
la mia solitudine è solitaria, lo divenne anche la tua.
Ed ora aspettiamo l'un l'altro divisi da un muro. Lo
so bene, la colpa è mia e non tua. Tu hai fatto tutto
quanto era possibile. Hai sofferto, espiato al mio
posto, pagato tutto in anticipo fino all'ultima goccia.
C'è però una cosa che tu non puoi, e proprio questa è
quella che io non posso. Dovrei..., ma non posso. Dovrei
volere, ma non voglio. Vorrei volere, ma non voglio
volere. Come stanno allora le cose, in quale rapporto?
lo non lo capisco.
Si tratta che tu hai lavato ed espiato il peccato,
l'hai estinto, non solo coperto. Ed esso non esiste più
d'ora in poi agli occhi di Dio. Ma il peccato è appunto
questo: che io non voglio ciò che Dio vuole. E non vedo
in qual modo si possa infrangere questa resistenza in
me. Non vedo in che modo si possa infrangere la parete
nella mia prigione.
Comprendi, Signore, quello che penso? Non è facile
spiegartelo. Perché io stesso non so bene come vanno le
cose, non riesco a connettere. Quando vi rifletto, è
tutto come un groviglio inestricabile, e la mia anima vi
è come imprigionata; forse è come il montone che si è
smarrito tra le spine. Voglio cercare di raccontartelo.
A tutta prima tutto è semplice. Vedo che non posso
ciò che vorrei. So anche bene ciò che dovrei. Tu me
l'hai spesso detto, il prete me l'ha detto, me lo sono
detto io stesso. In questo senso non manca nulla. Ciò
che manca è il volere, il poter volere. C'è una volontà
in me che vuole; e c'è un'altra volontà in me (la
stessa!) che non vuole. «Ciò che faccio non lo capisco,
perché non faccio ciò che voglio, il bene, ma faccio ciò
che aborro, il male. La volontà del bene c'è in me, ma
non il fare. Secondo l'uomo interiore ho sì, gioia della
legge di Dio, ma mantengo nelle mie membra un' altra
legge che contrasta con la legge del mio spirito e mi
tiene prigioniero sotto la legge del peccato che comanda
nelle mie membra. Uomo infelice! Chi mi libererà da
questo corpo mortifero?» Così io sono lacerato nella mia
più intima volontà, e proprio là dove io voglio non
voglio. E perciò io grido a te dal profondo del carcere
del mio non volere: fa che io voglia!
Ma è legittimo pregare così? Tu puoi certo dare
tutto, ogni facilitazione, ogni grazia. Ma volere e
compiere il passo decisivo, lo devo fare io stesso. Sto
disteso sul letto delle mie delizie, e queste mi danno
nausea, vorrei distogliermene e staccarmi. E altro non
mi manca che la decisione, l'atto che realmente fa la
cosa. Posso dire all'amico che mi sta accanto e mi vuol
aiutare: Dammi la decisione? Mi potrà mostrare delle
motivazioni, porgere alimenti che mi rafforzano,
allungarmi la mano, ma il punto indivisibile della
libertà, questo scoppio di scintilla del volere reale,
come potrebbe fornirmelo? Da nessuno se non da me questo
fatto può venir generato. Ora io non voglio. Perché amo
il mio piacere, questa amarezza mi è dolce, non mi posso
risolvere a rinunciarvi. E se esteriormente mi
costringessi e mi gettassi esteriormente nelle catene,
la mia anima non si sarebbe con tutto questo distolta
veramente. Solo per mancanza di occasione immediata
potrebbe non peccare più per un tratto.
Spesso mi apparirà sconveniente investirti di
continuo con preghiere che non sono fatte sul serio.
Mentre una delle mie mani congiunte piange (Salvami
dalla miseria), l'altra geme: Risparmiami e lasciami
ancora il mio male amato. Una preghiera dopo l'altra
sale davanti a te, e nessuna è piena e chiara. Mentre
parlo, parla in me anche un'altra voce, come un'eco
diabolica: Venga il tuo regno, venga il mio regno. Sia
fatta la tua volontà, sia fatta la mia. Dammi il mio
pane quotidiano, lasciami il mio pane quotidiano. Fossi
un santo, la mia voce diventerebbe forse muta, ed io
potrei amarti con tutto il cuore ed obbedire alla tua
legge con perfetta volontà. Ma io sono uno che è fatto
di metà e metà, e come è mezza la mia volontà, così
anche la mia preghiera; perciò temo assai che non la
potrai esaudire e che ti distoglierai da me, come uno
che mi sputa fuori.
Ed ora vengo al peggio, e il groviglio diventa
davvero inestricabile. Se non posso a un tratto fare il
tutto, dovrei poterlo fare a poco a poco. Tu vorresti
vedermi camminare, rafforzarmi piano piano, guarire. I
piccoli passi che mi sono proposto potrebbero, in luogo
della metamorfosi improvvisa, portare passo dopo passo
verso la meta. Ma non è così. Mi sembra che si verifichi
il contrario. Quando nella mia gioventù il mio corpo si
evolveva, pensavo anche a un progresso nello spirito.
C'era sopra di me come un sogno di paradiso, realtà
passata o di un tempo futuro non saprei. Una fantasia
ondeggiava davanti a me, che mi attraeva e scongiurava.
In che modo dovessi raggiungerla non lo sapevo, non era
importante, perché credevo che tutte le mie strade,
anche le più confuse, andavano in quella direzione, e la
meta si poteva vederla raggiunta in un giorno lontano.
Era come un miraggio nel deserto. Un po' alla volta il
corso della vita cominciò a irrigidirsi, arrivai a
calpestare la terra sullo stesso posto, la bella
immagine alta sopra di me impallidì e si confuse. Si
trasformò in una stella o in un ideale, la cui
irraggiungibilità formava una parte della sua bellezza.
Come una città sommersa, visibile sotto la barca in
certi giorni senza vento, ma fango e alghe vi si
depositano sopra come un velo, e presto si riesce solo a
distinguere qualche buio blocco informe. Tutto
vigoreggiava come un cespuglio di rosaspina. Cominciai a
interpretare l'ideale come un' astuzia della vita, che
rende sopportabile all'inguaribilmente mediocre la sua
disperazione. Da quel momento la disperazione affondò,
inconfessabile, dentro il mio cuore. Compresi che non
avrei mai raggiunto niente. Pesai me stesso e mi trovai
troppo leggero. Calcolai quanto profonde il peccato
aveva poste in me le sue radici e vidi con esattezza che
non mi sarebbe mai riuscito di strapparle. Ci sarebbe
stato bisogno di una generosità congenita dell' anima,
una nobiltà e forza d'impeto che non possedevo. Non
c'era pensiero, non c'era azione in me che non fosse
coperta dalla crosta della mia meschinità, del mio
spirito mercantile. Niente era per me così
incontestabile quanto la mia essenziale limitatezza, che
mi costringeva a porre dappertutto limiti intorno a me.
Con questi limiti io urtai contro di te, che sei
l'incondizionato, e allora tutto divenne terribile.
Sentii la tua infinità, seppi che tu non potevi non
spronarmi a una dedizione intera, al salto nella tua
luce meravigliosa. Ma di contro stava, con insuperabile
evidenza, la inadeguatezza della mia natura. Quanto più
la tua grazia tentava di levarmi via il peso, di
reggermi con le sue braccia sulle onde, tanto più
pesante e rigido io mi riducevo. Seppi che non ti
sarebbe mai riuscito. Certo tu potevi perdonarmi via via
i miei peccati, portarmi e mantenermi per un breve
momento al livello solare della purezza. Ma la mia forza
di gravità tendeva incessantemente di nuovo verso il
basso. Così la prigione crebbe tutt'intorno a me: di
fuori mi davo le arie di una incosciente serenità e di
una rassegnazione da persona navigata; ma di dentro,
nello strato profondo della mia disperazione,
formicolava una specie di pigra agitazione schiva di
luce: occasioni trascurate, grazie rifiutate,
ineliminabile melanconia. Odore di decomposizione. Si
giunse al punto che il solo baluginìo di un nuovo
richiamo che veniva da te subito risvegliava il no
rotondo del mio non volere. Altro non volevo che
continuare ad andare avanti lungo la mia strada
criminosa e vergognosa. E quando tu
tentavi di far brillare da fuori la porta della mia
prigione, io vi opponevo da dentro i piedi nella mia
lucida disperazione. La maschera crebbe identificata
alla mia faccia. Ero un cristiano, credevo tutto,
praticavo, ma non ero più redimibile. Oppure soltanto
nel senso miserabile che m'aspettavo in un lontano
aldilà il fuoco che consuma il carcere già definitivo
quaggiù, liberando le membra irrigidite dalla corazza.
Trovavo che era un danno per me il fatto di averti
incontrato.
Ero avvolto nella menzogna. Quando mi dicevo: io
posso, io voglio, sapevo già, edotto da cento
esperienze: non va, non va. L'argilla non arriva alla
statue che pensavi di plasmare usando di me. Ma quando
mi dicevo: non posso, non voglio, questo era peccato,
perché ti rendevo bugiardo. Due criteri tenevo nella
mano, tutti e due giusti e adatti, ma si
contraddicevano. E spesso ho pensato che ai pagani va
meglio che ai cristiani, perché essi possono almeno
realizzarsi ingenuamente e senza conflitti, invece i
cristiani, a prescindere dai pochi eletti che tu ti
trascini a forza nel tuo mondo, rimangono crocifissi
metà e metà e non sono né terrestri né celesti.
E alla fine ho creduto di capire: non può essere
diversamente, poiché tutte le creature sono finite,
hanno una misura e un limite, e se questa finitezza
incontra l'amore infinito e le sue esigenze, diventa da
sé una prigione.
C'è un' angoscia nell' essere finito: quella di
essere fatto saltare da Dio; perciò esso si chiude se
Dio si avvicina. È un pio errore sognare che noi
tendiamo verso l'infinito e verso la liberazione dai
nostri limiti: l'esperienza lo confuta. Piuttosto che
assumere da Dio la misura dell'infinito, noi gli
imponiamo la misura della nostra finitezza. Passo dopo
passo noi difendiamo con la forza delle armi il nostro
territorio. Innalziamo la nostra offerta di pace: fino a
questo punto sono disposto ad andare, sono pronto a
concederti spazio; accontentati di tanto, non superare i
miei confini. Mi faresti a pezzi, faresti tornare
indietro la freccia dell' orologio. Completa in te,
dagli arsenali della tua infinità, quello che mi manca.
Fino a qui; e non adescarmi più in là! Sappi che la
misura secondo cui io mi oriento è questo preciso
«gradino delle perfezioni», che io mi sono squadrato
secondo le tue proibizioni chiaramente segnate,
accresciute da un preciso numero di spontanee opere di
amore. A questo mi attengo e sono fermamente deciso a
non ascoltare il grido indistinto e informe che volesse
impormi un oltre verso l'indeterminato. Essendo appunto
soltanto un membro della tua chiesa, è giusto che tu
pretenda solo una parte e non magari il tutto. Per
costruire su di te, dai molti frammenti degli uomini, la
totalità del regno di Dio! Ogni realizzazione umana è
collocata appunto nella misura.
Infine hai creato me stesso in un carcere: in questo
mio io. In esso io vivo, mi muovo e sono. E io amo
questo io, perché nessuno «odia la propria carne».
Questo spazio è a me affidato e familiare, il mio
pensiero lo illumina, i miei sensi lo popolano con i
contenuti del mondo, la mia volontà lo amplifica. Nella
sua monade si specchia irrepetibilmente il tutto,
l'universo. lo conosco il mondo, e perfino te, solo
entro questo spazio interiore, tutto devo misurare
secondo le sue leggi. Come l'occhio vede solo colori e
l'orecchio sente solo suoni, posso conoscere tutte le
cose solo nel loro rapporto a me. Perfino l'amore è una
legge di questo io; la sua fecondità, la sua
inclinazione creativa verso l'altro, la trascendenza in
esso fondata. Anche se sembra arrotolarsi
nostalgicamente contro la sua gabbia, questo pure
appartiene alla sua vita e rende l'esistenza più ricca e
più degna di amore. Questo sé, o Dio, è il dono più
alto, è l'unico dono che ho ricevuto dalla tua mano. E
tu vuoi porlo di nuovo in questione, me lo vuoi
addirittura sottrarre.
Qui saprò difendermi. No, io non desidero a partire
da me. Che cosa mi serve un'estasi, una «fusione» con la
natura o con una persona umana che amo, se io
quest'estasi non la sento più? Come posso donarti il mio
amore, offrirti il mio io nell' amore, se questo io non
ce l'ho più, se vengo disappropriato di me stesso: il
che è quanto tu nel segreto punti ad esigere da me.
Lasciami il mio io, allora lo potrai avere!
Questo mio carcere amato, non desidero nessuna
libertà! Questa prigione dei miei dolori con tutte le
sue deficienze, tutto il suo peso, me ne sono
conquistato l'amore facendole lungamente la corte;
prendimi, se la natura lo pretende, il mio corpo (me lo
restituisci pur sempre in bellezza), solo non rapirmi la
mia anima! Tu non puoi esigere questa cosa impossibile:
che io mi svesta di me stesso, diventi uno straniero a
me stesso, per fuggire a mezzanotte dalla mia finestra
come un ladro: nella morte sicura! Non vibrare, Padre,
il tuo coltello sopra di me! «Non vorremmo venire
svestiti; bensì supervestiti; affinché il mortale arrivi
alla vita». Se mi spezzi in due i gusci, come a una
conchiglia, io vado a fondo!
FIGLIO MIO, tra la mezzanotte e il fresco del
mattino, quando mi trascinarono poi al secondo
interrogatorio, ho sostato nella tua prigione. Solo,
straziato, svergognato stavo seduto in catene legato a
un blocco di pietra: pensavo a te e al giorno in arrivo.
Ho gustato il tuo carcere, niente mi è stato risparmiato
del suo dolceamaro odore decompositivo. Tutte le
prigioni di tutti gli esseri, che si inalberano nella
disperazione contro la libertà di Dio, le ho
attraversate fino all'ultima cella.
Giù, giù nel più profondo di te, nella tenebrosa
vergogna della tua impotenza e della tua negazione, ho
scelto la mia abitazione. Come una piccola radice spacca
le pietre più dure, così piano piano ho spezzato la
parete della tua prigione. Ancora ti opponi con la forza
della disperazione contro il mio amore, ma già il tuo
braccio incomincia a paralizzarsi; tu cedi passo passo
alla mia pressione. Non ti rivelerò il mistero in forza
del quale ho vinto la tua disperazione. Il bambino,
esaurito dalle sue lacrime irose, alla fine si
addormenta. Al mattino ha dimenticato la sua ribellione
e il suo inconsolabile affanno.
Una grande magia si nasconde in questa memoria che si
scioglie: una pagina nuova è stata voltata, un nuovo
capitolo comincia. Se tu puoi o non puoi, non è questa
la domanda che per il momento vien fatta. Si domanda
solo se io ho potuto. Quando tu tutto solo ti
arrovellavi chiuso in te stesso sul tuo fallimento, eri
in te stranamente disunito, in te eri frantumato. La tua
unità - in un abbraccio malinconico tra piacere e
pentimento - era pura apparenza. Piano piano, senza che
tu te ne avvedessi, ti ho fatto cadere in pezzi e ti ho
donato così l'unità. Adesso non pensi più al progresso,
ed è un bene. Saresti pur sempre progredito su te
stesso. Realmente avanti, il tuo passo non sarebbe mai
arrivato. Adesso lascia il rovello, lascia che i morti
seppelliscano il morto, distogli il tuo sguardo dalla
miseria delle tue catene e volgilo verso la mia miseria,
uno sguardo lungo e persistente. Vedrai ciò che non
volevi credere. Il tuo carcere è diventato il mio
carcere, e la mia libertà è diventata la tua libertà.
Non chiedere come questo è successo, ma rallegrati e
ringrazia. Neanche un cadavere marcisce in eterno; esso
si dissolve, acqua e vermi si trascinano via la sua
essenza e quando gli anni sono passati, c'è al suo posto
della terra sana e feconda. Finito sei tu, questo è
vero; perciò anche la tua resistenza è finita, ed io
verrò finalmente a capo di te. I rigidi gusci cadono a
terra come le foglie che proteggono i fiori, l'armatura
si rompe, una farfalla esce arrampicando. Cieca e
inconsapevole essa aderisce a uno spigolo, mentre il
sangue le allarga il tessuto delle sue ali. Quando sente
che esse sono diventate dure e brillanti, essa lascia
come da sé, senza doversi decidere, il suo ramo e inizia
il volo.
E ciò che tu hai detto del tuo io è follia. Non
saresti una mia creatura se non fossi stato creato
aperto. Ogni amore preme per uscire da se stesso nello
spazio smisurato di una libertà, cerca l'avventura e
dimentica allora se stesso. Non dico che tu puoi
liberarti da te, perché sono venuto per questo. E
neppure che la libertà dell'amore era racchiusa in te,
perché sono stato io a dartela. Il Padre ti ha attirato
a me. Tu sei libero. Un angelo ti ha urtato nel fianco,
i fermagli sono caduti dai tuoi arti, la porta è saltata
da sé, tutt'è due siete volati attraverso il dormiveglia
fin nell'aperto. Ti immagini ancora che si tratti di un
sogno. Levati il sonno dagli occhi. Tu sei libero di
andare dove ti piace.
Ma ecco, altri tuoi fratelli languiscono in carcere.
Vuoi godere della tua libertà mentre loro soffrono?
Oppure vuoi aiutarmi a liberarli dalle catene? Dividere
insieme con me la loro prigione?
۩ SU
IX. ALLONTANATI DA ME,
sono un uomo peccatore. Perché parlo ancora con te?
L'alito della mia bocca ti colpisce come veleno e ti
insudicia. Va' via e spezza questo legame impossibile.
C'è stato un tempo in cui ero un peccatore come gli
altri, e potevo giustamente afferrare il dono della tua
grazia, il dono del mio pentimento, come il mendicante
la monetina di rame, che gli viene gettata nel cappello
rotondo, e potevo allora comperarmi la zuppa e il pane e
vivere grazie a te. Mi si consentiva di gustare la
felicità del pentimento. Potevo masticare l'erba amara
della contrizione come un beneficio della tua grazia.
Un'amarezza di grazia superaddolciva l'amarezza della
mia colpa. Ma oggi? Che fare? Verso dove trascinarmi
carponi dal momento che non mi vedresti più e che non ti
sono più di peso e la mia contrizione non ti importuna
più? Ti ho peccato in faccia, e la bocca, che ha toccato
mille volte le tue labbra, le tue labbra divine, ha
baciato le labbra del mondo e ha pronunciato le parole:
«Non ti conosco». Non lo conosco quest'uomo. Se lo
avessi conosciuto, non l'avrei potuto tradire in
questo modo. In un modo così spensierato, così ovvio. E
se l'avessi forse conosciuto, non l'avrei amato. Perché
l'amore non tradisce così, non si volta e ne se
va con la faccia più innocente, l'amore non dimentica
l'amore. Il fatto che io, dopo tutto quello che
c'è stato tra noi, potevo buttarti via in questo modo
dimostra solo che non ero degno del tuo amore, che io
stesso non ho mai avuto dell'amore. Non è orgoglio, non
è umiltà, è semplicemente la verità se ti dico: basta.
Non voglio che un raggio della tua purezza venga a
perdersi nel mio inferno. È bello quando l'amore si
degrada nel volgare, ma è intollerabile se esso nel
volgare diventa volgare. Esiste un tradimento cui non si
può più rimediare. Rimane un resto nell' eternità, il
mio occhio non potrà mai più incontrare il tuo. Getterò
nel tempio i trenta denari, ma ti prego non prendere
questa azione per un pentimento. Questa nobile parola
qui non si adatta. La mia anima serra le sue labbra
perché non le sfugga nessuna parola. La mia azione parla
abbastanza, essa grida al cielo, ma sarebbe meglio se
gridasse all'inferno. Fammi quest'ultimo regalo e
voltati, non voglio più vedere questo volto coperto di
sputi. Lavati la faccia, lasciami là dove sono, dove
appartengo. Questa volta io so chi sono. Questa volta è
definitiva.
Tu sai pure che il tuo apostolo ha detto: «Quelli che
furono una volta illuminati, gustarono il dono celeste,
diventarono partecipi dello Spirito Santo e gustarono la
buona parola di Dio e le meraviglie del mondo futuro e
tuttavia sono caduti di nuovo, è impossibile rinnovarli
una seconda volta portandoli alla conversione, dal
momento che quanto a loro crocifiggono di nuovo il
Figlio di Dio e lo espongono all'infamia. Infatti quando
una terra imbevuta dalla pioggia abbondante produce erbe
utili a quanti la coltivano, viene a godere della
benedizione da parte di Dio; ma se produce pruni e
spine, non ha alcun valore ed è prossima alla
maledizione da parte di Dio: sarà infine arsa nel
fuoco». Basta ora con il concime e con l'albero sterile,
che, io penso, voleva dimostrarti che troppa cura non fa
bene. Taglialo e non se ne parli più.
Gli uomini hanno ferito il tuo cuore, ne sono
profluiti acqua e sangue, gli uomini bevvero e
guarirono, si lavarono e divennero puri. Ma io ho fatto
una cosa tutta diversa. Ho puntato con un forte colpo al
centro dell' amore. Ho ucciso l'amore. Ho colto il
midollo più interno dell' amore, sapendo quel che facevo
e ho toccato il nervo più delicato della sua vita. È
crollato, non c'è più. Un cadavere pende dalla croce, io
sto lontano da lì, covando la mia perduta vergogna. Sono
il figlio della rovina.
Ho abusato della tua croce e della tua misericordia.
Tutto è consunto fino all'ultima goccia. Anche il
ritorno del figlio prodigo, anche la pecora impigliata
nelle spine, la dramma perduta; tutto sprecato e
buttato. Si può recitare venti volte questa scena, forse
cinquanta, ma a un certo punto diventa insipida, non ha
più sale. E percepisco di nuovo la voce del tuo
apostolo: «Se pecchiamo volontariamente dopo aver
ricevuto la piena conoscenza della verità, non rimane
più alcun sacrificio per i peccati ma soltanto una
terribile attesa del giudizio e la vampa di un fuoco
pronto a divorare i ribelli. Quando qualcuno ha violato
la legge di Mosè, viene messo a morte senza pietà sulla
parola di due o tre testimoni. Pensate quanto maggiore
sarà il castigo di cui sarà ritenuto meritevole chi avrà
calpestato il Figlio di Dio e considerato profano quel
sangue dell' alleanza dal quale è stato un giorno
santificato e avrà disprezzato lo Spirito della grazia!
Conosciamo infatti colui che ha detto: A me la vendetta!
lo darò il giusto! E ancora: il Signore giudicherà il
suo popolo. Terribile cadere nelle mani del Dio
vivente!».
Esiste una comunione dei santi. Esiste anche una
comunione dei peccatori. Forse l'una e l'altra sono la
stessa ed identica. Questa catena, quest'onda, che si
avvolge e cresce avanzando attraverso i giorni e i
secoli, un fiume sanguigno di colpe, la strada
d'inciampo degli uomini che si trascinano a terra e si
rialzano. Una sola vita di calda colpa e di caldo
pentimento pulsa attraverso di essi e in mezzo a questo
fiume oscuro di buono e cattivo dolore sono immerse
anche le gocce salvifiche del Tuo sangue, Signore. Tu li
salverai.
Io sono stato gettato fuori da questa comunione dei
peccatori. Rigido e ferreo, rigirato come un grumo, sto
fissato in disparte, il mio peccato non ha paragoni. Se
quelli mancano, piange in mezzo a loro l'angelo di Dio.
In me non c'è nessun angelo. Se quelli cadono, si spezza
in essi un vaso segreto e il sentimento amaro ne sgorga
come una vittima sacrificale. Ma in me non si spezza più
niente, tutto vi è duro e chiuso inesorabilmente. Se
quelli hanno peccato, possono pregare; ma quale
preghiera potrei mai pronunciare io che non venga
accompagnata dai sarcasmi dell'inferno? Che cosa
credere, che cosa dirti? «Mi dispiace»? «Ti voglio
amare»? Ho la prova sperimentale che non è vero. Negli
altri geme l'offeso Spirito Santo. In me tutto rimane
muto; questo può ben essere ciò che chiamano peccato
contro lo Spirito. Gli altri cadono in ginocchio davanti
alla croce. lo sono finito dietro la croce. Gli altri
stanno nell'educazione di Dio: «Buona cosa che mi hai
umiliato, così imparo a conoscere la tua
giustificazione». lo ho percorso questa scuola da lungo
tempo, da me la colpa non ha più una qualche parte che
sia migliorabile. Essa è rotonda e sazia, non la si può
aggredire da nessuna parte, una palla di fuoco e di
ferro.
Lasciami solo. Neppure tua madre mi tocchi. Non sono
uno da vedere per voi. Non sprecate con me la vostra
misericordia, sarebbe un fallimento. Venga su di me quel
che deve venire. A quello di destra, di là, hai promesso
il paradiso. Gliela auguro di cuore. Lo ha meritato. Non
sapeva quel che faceva. Siate insieme felici nel vostro
eterno giardino. Ma per me non tormentarti. Resto quello
della parte sinistra. E non tormentarmi neppure più con
il tuo tormento. Cerca di dimenticarmi.
HA LAMPEGGIATO? Lungo come uno squarcio nella
tenebra era visibile il frutto sulla croce, immobile,
rigido come la morte, con occhi assenti e fissi, pallido
come un verme, presumibilmente già morto. Questo era
certo il suo corpo, ma dove è la sua anima? In quali
spiagge senza confini, in quali profondità marine senz'
acqua, sul fondo di quali cupe fiamme essa avanzava? A
un tratto tutti lo sanno quelli che circondano il
supplizio: egli è andato via. Un vuoto (non solitudine)
a perdita d'occhio discende dai corpi penzoloni, non
esiste più nulla fuori di questo vuoto di fantasmi. Il
mondo con la sua forma è passato, si è spaccato come un
sipario da cima a fondo, senza un suono; precipitò, si
afflosciò, scoppiò come una vescica. Niente più che il
niente. Niente anche la tenebra. Dio è morto. L'amore è
morto. Tutto ciò che era, era un sogno che nessuno aveva
mai sognato. Il presente è puro passato. Niente anche il
futuro. La lancetta è scomparsa sul quadrante. Nessuna
tensione più fra amore e odio, fra vita e morte. Si sono
livellate entrambe le cose, e lo svuotamento dell'amore
è passato nel vuoto dell'inferno. Solo una cosa ha
perfettamente trapassato l'altra, il nadir sta nello
zenith: nirvana.
Ha lampeggiato? Lungo come uno squarcio nel vuoto
illimitato era visibile la forma di un cuore? Essa si
muoveva tra vortici attraverso il caos senza cosmo,
sospinta come una foglia o fornita essa stessa di ali,
cacciata avanti veloce dalle sue proprie invisibili
oscillazioni, sovrastando da sola al di sopra di un
cielo disanimato e di una terra che non esiste più.
Caos. Al di là del cielo e dell'inferno. Nulla
informe di là dai confini della creazione. È Dio questo?
Dio è morto in croce. È questa la morte? Non si vedono
morti. È questa la fine? Non c'è più nulla che abbia un
fine. È questo il principio? Principio di che? In
principio era il Verbo. Quale Verbo? Quale Verbo
insensato informe incomprensibile? Ma guardate: che
cos'è questo lieve chiarore, che comincia indeciso ad
apparire, a delinearsi nell'infinitamente vacuo? Non ha
né contenuto, né contorno; qualcosa di innominato, più
solo di Dio, affiora dall'assolutamente vuoto. Non è
nessuno. È prima di ogni cosa. È quello il principio? È
piccolo e indeterminato come una goccia. È forse acqua.
Ma non scorre. Acqua non è, è più torbido, meno
trasparente, più viscoso di acqua. E neppure è sangue,
perché il sangue è rosso, il sangue è vivo, il sangue ha
una lingua umana che grida. Questo qui non è né acqua né
sangue, è più antico di entrambi, un fluire caotico.
Lentamente, lentamente, improbabilmente lenta la goccia
comincia ad animarsi; non si sa se questo movimento è
stanchezza infinita alla più estrema fine della morte,
oppure il primo inizio: di che? Silenzio, silenzio!
Trattenete il respiro dei pensieri. Troppo presto per
pensare al giorno, alla speranza. Germe ancora troppo
debole per bisbigliare di amore. Ma guarda bene: ora
proprio si muove. Un filo liquido, debole, viscoso.
Troppo presto per parlare di una sorgente. Cola perduto
nel caos, disorientato, senza forma di gravità. Ma più
ricco. Una sorgente nel caos. Zampilla dal puro niente.
Zampilla da se stesso. Non è il principio di Dio, che
dall'eternità pone con potenza se stesso nell'essere,
come luce e vita e unitrina felicità. Non è il principio
della creazione, che scivola lieve e sonnolenta dalle
mani del Creatore. È un principio senza confronto. Come
se la vita salisse dalla morte. Come se la stanchezza -
così stanca che per gran tempo nessun sonno potrebbe
ristorarla - come se la forza frantumata del tutto
fondesse all' orlo più estremo dell' esaurimento,
cominciasse a scorrere, perché lo scorrere è forse un
segno e un simbolo della stanchezza che non può più
trattenersi, perché ogni cosa forte e ferma si scioglie
alla fine in acqua. Ma non era anche nata - al principio
- dall' acqua? E questa sorgente nel caos, stanchezza
che scorre, non è l'inizio di una nuova creazione?
Fascino del sabato Santo. Disorientata rimane la
fontana caotica. Sedimento forse dell' amore del Figlio.
Questo amore, versato fino all' estremo, avendo rotto
ogni contenitore, mentre, l'antico mondo, è passato, si
cerca una strada attraverso l'ombroso nulla in
direzione del Padre. Oppure scorre nonostante tutto,
inerme, inconsapevole, in direzione di una nuova
creazione, non ancora esistente, innalzata, formata?
Protoplasma; generando se stesso ab origine, il
germe primo del cielo nuovo e della nuova terra? Sempre
più ricca sgorga la fonte. Certo che sgorga da una
ferita, è come il fiore, il frutto di una ferita, che si
innalza come un albero da questa ferita. Ma la ferita
non fa più male, la sofferenza è dimenticata da tempo,
origine è passata, è la bocca di ieri della odierna
sorgente. Ciò che qui viene versato non è più il dolore
che soffre, è il dolore che ha sofferto. Non più l'amore
che si offre, è l'amore già offerto. Solo la ferita c'è
ancora: spalancata, la grande porta aperta, il caos, il
nulla, da cui la sorgente affiora. Mai più sarà chiusa
questa porta.
Allo stesso modo che la prima creazione non è
zampillata sempre nuova che dal nulla, così questa
creazione nuova, seconda, ancora non partorita, nuovo
mondo colto nel suo sorgere primo, non deriva se non
dalla ferita che più non si chiude. Ogni altra forma
dovrà in futuro emergere da questo vuoto abissale, ogni
salute dovrà trarre la sua forza da questa lancia che
ferisce. O porta di vittoria della vita che ti innalzi
come un grande arco! Schiere di grazie marciano
corazzate di oro, escono da te con lance di fuoco. Coppa
fontale della vita scavata sul fondo! Onda su onda
scorrono da te inarrestabili, per sempre, onda di acqua
e di sangue, a battezzare cuori pagani, dissetando
definitivamente seti spasimanti di anime, avvolgendo i
deserti del peccato, arricchendo oltre misura,
stracolmando ogni capacità di recezione, bastando e
avanzando per ogni desiderio.
۩ SU
X. NESSUNO HA
VISTO L'ORA DELLA TUA VITTORIA!
Nessuno è testimone di una cosmogenesi. Nessuno sa in
che modo la notte dell'inferno del Sabato si è
trasformata nella luce del mattino di Pasqua. Noi tutti
siamo stati trasportati dormenti sulle ali al di sopra
dell' abisso, dormenti abbiamo ricevuto la grazia della
Pasqua. E nessuno sa come gli è accaduto. Nessuno sa
quale mano lo ha segnato sulla guancia in modo che tutto
a un tratto il pallido mondo brillò di colore e lui
dovette sorridere senza volere del miracolo che si
compiva a suo riguardo.
Chi può descrivere che cosa significhi che il Signore
è Spirito? Spirito è la realtà invisibile che per un
attimo si mostra come per intero visibile. Lo Spirito è
il profumo invisibile del Paradiso che è sorto in mezzo
a noi. Spirito è la grande ala invisibile che si
riconosce al soffio dell'aria e all'improvvisa gioia che
ci sopraffa quando anche solo una sua piuma ci sfiora.
Spirito è il Paraclito, il consolatore, alla cui
dolcezza la parola del pentimento ammutolisce non detta,
come assorbita in una goccia di rugiada alla luce del
sole; un grande e bianco mantello, leggero come seta si
getta intorno al tuo corpo e sotto di esso spariscono
come da sé le vesti appiccicose della disperazione. Lo
Spirito è un mago incantatore: può creare in te ciò che
non è, far scomparire ciò che sembrava ineliminabile, in
mezzo al deserto produce giardini, fontane, uccelli e
ciò che esce da questi incantesimi non è uno spettro, è
pura verità. E con la verità ti crea la fede. Tu credi
alla Parola, vedi, senti, tocchi: avverti il membro
nuovo che ti è cresciuto dentro, tu accarezzi la pelle
liscia da cui per miracolo è scomparsa la ferita. Vivi
nel regno dei miracoli, vai in giro come i bambini
dentro una fiaba: reso felice e naturale. E come in un
sogno, di cui non ci si ricorda più esattamente, tutto è
passato, e come un'immagine dentro il quadro sta appeso
tutto il vecchio mondo nello spazio nuovo.
Tu ti trovi ancora inginocchiata, tutta in lacrime,
presso la tomba vuota. E sapevi solo che il Signore è
morto, che la dolce vita tra lui e te è morta. Ti trovi
di fronte solo il vuoto della caverna, gelida è l'aria,
da brivido, essa sale dalla tua anima in cui il morto si
è posato a suo riposo, dove tu l'hai unto e avvolto come
una mummia con la tua venerazione, che nulla più
aspetta. Vuoi eseguire i tuoi riti alla sua tomba, non
smetti di pregare e di recarti in chiesa alle vuote
cerimonie, in un disperato servizio al tuo morto amore.
Ed ora, che cosa significa risurrezione? Chi lo sa tra
quelli che non sono risorti? Che cosa vuol dire adesso
credere?
La fede è sigillata dentro al tomba. Che cosa
significa ora speranza? Un pensiero di piombo senza
forza e desiderio. E amore? Ahimé forse solo il
rammarico, il dolore vuoto dell'inconsolabile inutilità,
la stanchezza che non può più neppure portare avanti il
lutto. Così sei là, irrigidita nel vuoto. Poiché di
fatto la tomba è vuota, sei tu stessa vuota e per questo
sei già pura e solo un crampo ti impedisce di guardare
indietro. Guardi fissa davanti a te e dietro le tue
spalle c'è la tua vita! Essa ti chiama, tu ti volti, non
la riconosci; l'occhio disabituato alla luce non
l'afferra.
E d'un tratto una parola: il tuo nome! il tuo proprio
amato nome dalla bocca dell'amore, il tuo essere, la tua
quintessenza, tu stessa ricreata dalla bocca creduta
morta! O parola, o nome, tu mio proprio nome!
Pronunciato a mio riguardo, bisbigliato in sorriso e in
promessa, o fiume di luce, o fede, speranza, amore! In
uno schiocco di tuono io sono il nuovo essere, lo sono e
lo posso, restituito a me, e ancora in quello stesso
istante, e giubilo, eccomi ai piedi della vita.
«Io sono la risurrezione e la vita!» Chi crede in me,
colui che tocco, chi ode il suo nome dalla mia bocca,
costui vive ed è risorto dai morti. E oggi è il tuo
giorno novissimo, il più infantile dei giorni, nulla
sarà più giovane di questo oggi, quando ti ha chiamato
per nome la vita eterna.
Ora io so chi sono, e lo posso essere, perché il mio
amore mi ama, il mio amore mi dona la fiducia. Questo
adesso, in cui i due nomi si sono toccati, è il mio
giorno di nascita nell' eternità e nessun tempo potrà
cancellare questo adesso: qui è stato messo il punto.
Qui è la creazione e il principio. Qui la campana viene
versata nella forma vuota, va in frantumi il rigido
mantello che, delimitandomi da fuori, riduceva il mio
vuoto, a partire da qui potrò scampanellare alto sulle
torri e annunciare, annunciare...! «Va' e annuncia ai
miei fratelli!» Già vedo le tue ali mettersi impazienti
in movimento, va', mia colomba, mia messaggera pasquale,
annuncia ai tuoi fratelli. Poiché questo è essere
risorti e vivi: far passare via via l'annuncio, portare
la fiamma. Essere utilizzabili nella mia mano alla
costruzione del mio regno nei cuori. Far passar oltre il
battito del mio cuore. E se non ti crederanno, come tu
stessa non hai creduto, dal momento che la vita ti ha
irradiato, anche da te splenderà la convinzione della
vita e farà sussultare i loro rigidi sensi.
Va' e annuncia! E mentre loro insorgeranno increduli,
comincia a spirare lo Spirito del Signore, e come da
ciel sereno brilla ogni tanto davanti alle anime
scoraggiate e le solleva immantinente e getta in esse la
stessa fiamma. E quando esse, ebbre di gioia, cercano di
afferrarlo con occhi e mani, egli indica loro la via,
scomparendo: «Andate e annunciate!» E li fa vorticare
l'uno verso l'altro in vortici a perdifiato. E infine,
di sera, eccoli alzarsi fiammanti nella sala, e pieni
del suo amore si raccontano gli uni agli altri, e mentre
ancora parlano ecco egli sta in piedi tra loro e li
saluta: la pace sia con voi.
La pace che il mondo non conosce e non può dare. La
pace che sorpassa ogni senso e ogni conoscenza, così
eccelsamente alta e profonda e trascinante, che il loro
cuore sarebbe scoppiato per l'eccesso, se questa non
fosse appunto... pace. O incendio fatto di silenzio, o
tempesta fatta di riposo! Così semplice è il paradiso di
Dio che è una colazione con un favo di miele e un pesce
arrostito. Così terreno è il paradiso che è un mattino
di pesca sul lago di Genezareth, le onde risuonano, un
primo sole irradia attraverso la nebbia, sulla riva c'è
un uomo e chiama, fa segno, si getti la rete dalla parte
destra, già brulica la rete piena. Sulla riva sta pronta
la colazione, tutti si accomodano, mentre le pietre si
asciugano, e non essendoci bisogno che alcuno faccia
domande per sapere chi sia quello straniero, confabulano
le onde contro il silenzio. O pace al di là delle
domande: è il Signore. Così semplice è ogni cosa, come
se non fosse stata mai diversa. Il Maestro benedice,
come sempre, il pane e lo porge loro, dopo averlo
spezzato. Come se non ci fosse mai stata la croce, la
tenebra, la morte. La pace sia con voi. Come se mai
tradimenti, maledizioni, rinnegamenti ci fossero stati
nei loro cuori. La pace sia con voi, non come la dà il
mondo io ve la do. Il vostro cuore non si angosci e non
si strugga. Perché ecco: io ho vinto il mondo. E tu,
Simon Pietro, figlio di Giovanni, mi ami? Mi ami, tu,
anima, che mi ha tradito tre volte? Non mi hai sempre
amato, e non era amore quello di allora, quando mi
seguivi di soppiatto, invece che rifugiarti come gli
altri in angoli più scuri. Non amore quando, freddoloso
e fuori di te, confuso e paralizzato, ti trovavi in quel
bivacco notturno. Ti riscaldavi, ma quale caldo è
penetrato fino alla tua anima indurita, che rinnegò
senza sapere come tutto questo le sia accaduto, senza
sapere perché mi dovevate tutti abbandonare, affinché io
potessi andare solo per la mia strada, quella che
unicamente il solitario percorre, la tua anima mi
rinnegò, perché l'amaro profluvio delle lacrime al canto
del gallo pienamente ti restituisse a me. Tutto questo
ora è lontano e visibile appena, una pagina nuova si è
girata. Non soltanto ho vinto la morte, e non soltanto
il peccato, ma non meno la sua vergogna, la rossa
vergogna, l'amara feccia della tua colpa e il tuo
pentimento e la tua cattiva coscienza: ecco, tutto ciò è
scomparso senza lasciare traccia come la neve sparisce
al sole della Pasqua. Tu mi guardi così ingenuamente in
faccia, con tale libertà e con cera così innocente,
neppure con l'aria contraffatta del ragazzo che vorrebbe
nascondere il tiro dietro un volto che finge di non
sapere, tu mi guardi con più lievità che non una canzone
di primavera e il tuo sguardo è fino in fondo così
azzurro come il cielo sopra di noi, così che ti devo pur
credere: Sì, Signore, tu sai che ti amo! Questo è il mio
regalo di Pasqua per te: la tua buona coscienza, e tu
devi riceverlo con buona coscienza questo regalo, perché
nel giorno della mia vittoria non voglio vedere cuori
contristati. Per che cosa ancora questa contrizione
sorpassata, questo fallito tentativo di apparire
infelice? Lasciala ai farisei questa giusta ed esatta
misurazione tra la colpa e il pentimento, tra il peso
dei vostri peccati e la durata e fermezza del vostro
senso di colpa, questo appartiene al Vecchio Testamento.
lo ho portato la colpa e la vergogna e la cattiva
coscienza, ora è nato il Patto nuovo nell'innocenza del
paradiso e nella rinascita dall'acqua e dallo Spirito
Santo. Così prevalente è lo splendore di questo mondo
rigenerato che la vostra anima -lo tentasse pure di
controvoglia - non è capace di avere i sentimenti del
mondo che è sprofondato. Il vaso di fiori può opporsi
quando il sole lo sopraffa con simili flussi di calore e
di luce? Può restare chiuso, forse perché non è degno di
vedere la santa luce che gli batte negli occhi? Se già
dei genitori e degli amici si perdonano a vicenda, che
sono pure uomini e non possono creare niente, come non
dovrei io, vostro Creatore, poter realizzare
quest'azione creatrice in questo mio giorno primigenio?
E così vieni qui anche tu, Tommaso, vieni fuori
dall'antro dei tuoi dolori, metti il tuo dito qui dentro
e vedi le mie mani; metti qui la tua mano e introducila
nel mio costato. E non t'immaginare che il tuo cieco
dolore sia più chiaroveggente della mia grazia. Non
rintanarti nella fortezza dei tuoi tormenti. Vero è che
tu credi di vedere più acutamente dei tuoi fratelli, tu
hai delle prove in mano, tu conosci il tuo uomo vecchio
nero su bianco, e tutto in lui grida: impossibile! Tu
vedi la distanza, la puoi misurare col gomito, la spanna
tra peccato ed espiazione tra te e me. Chi vorrà lottare
contro simile evidenza? Tu ti tiri indietro nella tua
mestizia, questa almeno è tua; nell' esperienza dei tuoi
dolori tu ti senti vivere. E se uno ci mettesse sopra la
mano e cercasse di strappare, aiutandoti, le sue radici,
ti caverebbe certo l'intero cuore dal petto: così tutt'uno
sei diventato col tuo dolore. E tuttavia io sono
risorto. E il tuo saggio dolore, il tuo grigio dolore,
in cui ti nascondi, in cui ti immagini di dimostrarmi la
tua fedeltà, in cui tu credi di essere presso di me, è
molto anacronistico. Perché io oggi sono giovane e
felice. E quello che chiami la tua fedeltà è
autocompiacenza. Tu hai una misura in mano? La tua anima
è il criterio di giudizio per quello che è possibile a
Dio? Il tuo cuore carico e gonfio di esperienza è
l'orologio secondo cui puoi leggere il consiglio di Dio
a tuo riguardo? Mancanza di fede è quello che tu credi
sia profondità. Ma poiché tu sei così consunto e
l'evidente tormento del tuo cuore si è spalancato fin
nell' abisso del tuo io, porgimi la tua mano e
percepisci con essa il pulsare di un altro cuore. In
questa esperienza nuova la tua anima si darà e
arrenderà, e il cupo serrato fiele scoppierà. Ti devo
sopraffare. Non ti posso risparmiare di pretendere da te
la cosa più cara, che hai, la tua malinconia. Dalla via,
anche se ti costa l'anima, e il tuo io crede di morire.
Butta via questi idoli, il freddo grumo di pietra nel
tuo petto, ed io ti darò al posto suo un cuore nuovo di
carne, che batterà secondo il battito del mio.
Cedilo questo tuo io, che vive del fatto di non poter
vivere, che è malato perché non può morire: lascialo
perdere, così comincerai finalmente a vivere. Tu sei
innamorato nel malinconico enigma della sua
incomprensibilità, ma tu sei tutto penetrato dallo
sguardo e compreso, perché ecco: se il tuo cuore ti
accusa, io sono più grande di questo tuo cuore e so
tutto. Osa il salto nella luce, non pensare che il mondo
sia più profondo di Dio, non pensare che io non ce la
farò con te. La tua città è assediata, le tue provviste
sono esaurite: devi arrenderti. Che cosa c'è di più
semplice e dolce che aprire la porta? Che cosa c'è
di più facile che non inginocchiarsi e dire: Mio
Signore e mio Dio?
IL MIO REGNO MATURA IN TUTTI VOI. Voi non lo
vedete, questo regno, oppure ne avvertite solo da
lontano delle piccole schegge. Ma io sono il re e il
centro di tutti i cuori, e di tutti i cuori il segreto
più intimo, il meglio custodito, che è riservato a me.
Voi vedete il guscio esterno con cui gli uomini si
nascondono l'un l'altro. lo guardo dentro nelle anime, a
partire da quel centro verso cui esse stanno aperte
inermi. E là, nell'intimità massima, c'è anche il
loro vero volto. Là splende il loro oro, là riposa la
loro perla nascosta. Là brilla l'immagine e il simbolo,
il sigillo della loro nobiltà. Là stanno aperti gli
occhi che perpetuamente vedono il volto del Padre. Là
vigila, anche se il corpo, l'anima esterna, dorme, la
lampada davanti al tabernacolo. A ciò che di fuori gli
uomini presentano come sinistro, improvvido o anche
falso, corrisponde all'interno sempre un che di puro,
commovente o benintenzionato. E quando essi realmente
amano e si fanno davvero del bene a vicenda, allora
splende la loro faccia intima e mi sorride, ed io ricevo
di più del 10ro confratello uomo. Ogni cosa buona in
essi, che essi neppur conoscono, che forse per un certo
pudore non vogliono conoscere, sta rivolta a me.
L'incomprensibile bellezza delle anime, che il Padre mio
ha coperto davanti ad esse affinché non si innamorino
dello specchio creato; questa bellezza sconvolgente
accanto a Dio sta svelata davanti ai miei occhi. Credete
voi che non sia meraviglioso vedere tutto ciò, come in
una immensa sfera tutt' attorno alla mia questi milioni
di cuori che contano solo per me, che si aprono come una
gigantesca rosa rossa dei dolori, respirando a fatica
incontro alla luce, tutto questo lottare, correre
pericoli, osare cieco, tutto questo cercar aiuto e di
continuo le paure, gli ostacoli, le esitazioni, questo
inciampare e cadere, riprendersi e correr di nuovo via:
tutto questo mi riguarda. Ogni singola vita: una catena
infinitamente articolata, una storia nuova in ogni suo
minuto, un' attrazione, una vaga promessa, poi
un'intuizione improvvisa, una decisione ancora ricoperta
di veli, un camminare da sonnambuli, e di nuovo
crepuscolo, nebbia, un arrestarsi (il pensiero di vivere
meglio per se stessi), un indietreggiare, rabbrividire,
scoraggiarsi, che cos' era tutto ciò? forse la mia voce?
un ascoltare, riflettere, pentirsi, oppure anche un
intenzionale far l'orecchio del mercante, uno scantonare
spavaldo, stendersi a terra, fare il morto, per anni
forse, finché come un lampo arriva all' orecchio un
nuovo grido e richiamo, un riscuotersi, uscire dal sonno
e rimettersi d'impeto sulla strada per il tempo perduto.
E tutto questo mille volte, e sempre di nuovo, e ogni
volta, in ogni anima e del tutto nuovo: un mondo che
parte, il regno in divenire, la celeste Gerusalemme in
costruzione, la migrazione dei popoli verso il paradiso:
e sempre nella mia direzione. E ogni anima un dono del
Padre per me; ad ognuna mi posso rivolgere, donarmi a
profusione, stendermi sotto i piedi come loro strada,
inarcarmi sopra ogni strada del destino come porta verso
la vita. Tra ogni anima e me questo patto, questo
verginale contratto di un matrimonio santo; per ognuna
io sono il Tutto, l'Estremo, l'Incondizionato,
l'Assoluto; sono il Padre, la Madre, l'Amico, lo Sposo.
Per ognuna io sto pronto come l'adempimento, quando
tutte le care illusioni, tutti i falsi innamoramenti
vengono alla fine meno. Sempre di nuovo si rappresenta
la scena con il vaso di alabastro infranto, con le
lacrime e i capelli sciolti, quando una vita si versa
davanti a me come una libbra di nardo odoroso o una
collana di perle; l'episodio accanto alla fontana di
Giacobbe, o presso Simone il fariseo, oppure,
indimenticabile, nel tempio l'incontro con quella donna,
o lo sguardo dell'unico lebbroso che tornò indietro per
ringraziarmi, o del giovane, quando si risvegliò dai
morti sulla sua bara, come si guardò, là fuori davanti
alla città, e la gente che l'accompagnava si fermò, ed
egli vide sua madre, infine anche me, e cominciò
lentamente a comprendere, o la vista del mio amico
Giovanni davanti alla croce, come egli con tutte le vene
pendeva da me e mi offriva tutta la sua anima come una
coppa, e infine l'esistenza inesauribile con mia madre,
sedendole in grembo, crescendo accanto a lei e la sua
lenta metamorfosi in amica e sposa. E tutto questo (o
bontà!) offerto a me fin dal principio del mondo,
giacché anche i patriarchi avevano sete di me, di vedere
il mio giorno ed lo hanno visto e ne sono stati
consolati. Poi il numero da non poter contare dei santi,
che io per altrettante vie diverse e diversamente
articolate della grazia ho reso capaci di passare dalla
grazia al dono dell'intera loro anima. Ma anche gli
altri, laggiù avvolti nella nebbia, poco toccati dal
sole del Padre, si volgono a me per strade erte,
ansimanti sotto il peso del loro peccato e del loro
destino difficile da rendere migliore, la piccola gente,
il basso popolo come un gregge a perdita d'occhio, ben
poco capaci di capire, la maggior parte sordi nella loro
tenebra, senza conoscermi. Io sono davanti ai loro occhi
spersi solo un'apparizione confusa (come quel cieco che
ho guarito e che al primo contatto disse di vedere
uomini andare come alberi), ma quando essi vedono appena
albeggiare qualcosa, già sorridono e si rimettono a
camminare volonterosi. Ma anche tutto ciò che gli uomini
cercano e trovano è mio e converge al mio centro e nulla
di tutto ciò va perduto nel viaggio verso il mio regno.
Ciò che essi hanno intravisto sul mio modello e poi
trasferito in statue, case, ponti, ciò che come eco
della mia voce hanno tradotto in musica, dalla mia
bianca luce hanno distribuito in colori e forme - e
spesso gli uomini hanno pianto sulla bellezza, perché in
essa, senza che lo sapessero, io toccavo i loro cuori -
ciò che tante volte nella loro intuizione creatrice è
salito in essi dal centro profondo come opera e nel
progetto del Maestro mirava più oltre, assai più oltre
di quanto i loro poveri disegni e linee potevano
prefigurare. Tutto questo deve puntare, nel suo
invisibile prolungamento, a quel centro che io sono. E
tutto ciò che gli uomini hanno realizzato in
associazioni, stati e nazioni a comunione e sollievo
vicendevole, è pensato in relazione a me ed è un'ombra
della città dalle dodici porte di pietre preziose e mi
procura sassi e legna per la costruzione del mio regno.
E anche nei loro idoli essi mi devono servire, e
coloro che mi rinnegano e perseguitano, frugano in cerca
delle mie tracce nel mucchio immondo dei loro ideali
illuministici. Per tutti io sono la via e la vita, anche
se non conoscono il sentiero su cui camminano e non
sanno dove li porta, anche se della verità altro non
sanno che quanto vedono in specchi infranti e in enigmi,
e ciò che chiamano la vita non è che una debole eco, un
riflesso contorto della vita che è in me. La strada che
va a Emmaus quante volte l'ho percorsa accompagnato a
gente che non mi riconosceva, non avevano mai sentito il
mio nome, ma il loro cuore ardeva, mentre spiegavo loro
il libro della vita e, perché non dirlo, ardeva anche a
me il cuore nella gioia della compagnia.
E poi il mio sostare presso i poveri. Quando nella
gelida baracca, incerti del domani, fra lamenti e
depressione, si coricano nei loro stracci, allora, prima
che si addormentino, accarezzo loro l'anima con
invisibile mano per levar via la loro non voluta ma
ahimé così comprensibile ribellione contro la volontà
del Padre e per disporli al pieno doloroso abbandono. E
il giorno dopo li accompagno alloro ritorno in fabbrica,
alloro lavoro quotidiano senza gioia, che nella sua
durezza assomiglia tanto al mio lavoro. Poi il mio
passare lungo le sale degli ospedali per visitare i miei
fratelli che, soffrendo, senza saperlo collaborano alla
mia opera. Poi la mia presenza sui campi di battaglia
dove tante vite moribonde si rotolano rantolanti a tre
passi dal paradiso. Poi giù attraverso il mondo
cavernoso del peccato, della degenerazione e della
disperazione, sperando di lenire e di scoprire per via
qualche perla che, sepolta sotto la sporcizia, attende
il fuoco che la libera. Ciò che io tocco vede, che
benedico diventa chiaro, che guardo si rialza nella
speranza. lo non deludo nessuno: sono ricco abbastanza
per riempire ogni vuoto, felice per trascendere ogni
felicità del mondo, potente per attrarre a me il reprobo
più reprobo. Illimitato e traboccante è il mio regno:
come dovrei non amarlo? Chi non ama il proprio corpo? La
chiesa difatti e, mediante lei, il mondo è questo corpo.
Chi non morirebbe a cuor leggero per una simile sposa?
Giacché tutto ciò che è stato creato in me - e senza di
me nulla è stato creato - è grembo per il seme della mia
parola e bocca casta per il mio bacio.
E tuttavia non è questa la mia ultima felicità. il
mio regno non è il mio regno. Tutto ciò che mi
appartiene, appartiene al Padre. Voi tutti, miei
fratelli creati, io amo per amore del Padre. Voi siete
la preda che nella mia marcia trionfale mi porto a casa
e che verso davanti al suo trono. Credetemi, il Padre vi
ama; vi ama al punto che non ha risparmiato neppure me e
mi ha dato via per voi. Egli è colui che fa, io
solamente la sua azione. Egli ha progettato, creato e
fondato, egli vi ha eletto, predestinato, amato quando
eravate ancora peccatori e vi ha attirati a sé affinché,
da lui amati, possiate annunciare la grandezza della sua
potenza. Suo è il regno e dunque dovete pregare: venga
il Tuo regno. Sia fatta la Tua, non la mia, volontà. li
regno che ho costituito nel sangue e nell'angoscia, che
è fondato oggi nel giorno di Pasqua, io lo restituisco
nelle sue mani. Lo stendo come atto di omaggio davanti
ai suoi piedi. La felicità di un uomo, che ha
conquistato il regno con la forza della spada per
regalarlo alla sua sposa, che cos'è comparata alla
felicità che provo io quando consegno la totalità del
mondo al Padre? Giacché certamente ogni dono ottimo
discende dal Padre della luce, e nulla può essergli dato
che egli stesso non abbia già dato al donatore. Anch'io,
riverbero della sua gloria, specchio della sia essenza,
sono soltanto mediante Lui. Egli mi abbraccia nello
Spirito Santo e, con me, la sua creazione; Egli, allora,
che cosa riceve se non ciò che è sgorgato da lui, fonte
primordiale di ogni bene? E così questa è la mia
felicità: io sono la sua proprietà e il suo raggio
luminoso, e attraverso il mondo torbido, ritorno intatto
nel suo grembo. Però io torno a casa più ricco di quando
ne uscii. Lo Spirito Santo, nel quale noi ci uniamo, non
esce forse da noi? La divinità sarebbe compiuta se io,
questo Spirito, non lo espiro? E il mondo non prende
parte in me anche creaturalmente a questa creazione? Non
deve anch' essa, che è stata a se stessa donata,
arrivare con le mani piene al Padre onnidonante? Il seme
del regno non deve portare nel granaio tutta una
mietitura per sua propria forza, resa sua dal dono, con
frutto sessanta e cento volte moltiplicato? Come il
raggio, captato fra due specchi, così la mia felicità
naviga fra due felicità: nulla possedere da me stesso
che non appartenga al Padre mio: essere nella mia stessa
persona un suo dono a me, così che io in tutto ciò che
sono non incontro che la sua bontà; e insieme potergli
costruire per mia forza questo regno, con il dolore e la
croce, che lui non ha avuto, e potergli consegnare nello
Spirito Santo, che esce da entrambi, tutto il colmo
universo come un duro cristallo nel sole. Entrambe le
cose sono beatitudine: scomparire per far apparire
soltanto Lui; apparire per annunciare Lui come sua
Parola. In questo gioco dell'amore noi siamo catturati,
io e il mondo, e non esiste nulla più se non l'onore
sempre più grande del Padre sempre più grande.
۩ SU
XI. TOMMASO,
tu hai introdotto il tuo dito nel mio cuore aperto.
La tua anima ha anche verificato che cosa significano le
parole: io sono mite e umile di cuore? Hai indovinato,
mio discepolo, il più intimo segreto che veramente mi
sta a cuore e lo riempie fino all' orlo? Se l'aveste
capito, cari amici, allora percorrereste con spirito
stordito e sordo turbamento l'eterna strada verso Emmaus
e vi sareste rotta la testa sul perché dovevo soffrire e
morire, perché il mio regno non arriva, perché la vostra
speranza - la vostra infantile speranza - si è rotta
come un giocattolo, e poiché voi non potete mai smettere
di nutrirla ogni giorno, ogni giorno si spezza di nuovo.
Guardate, io stesso vi spezzo questa speranza per il
regno imminente, vi spezzo i troni a destra e sinistra,
impalcature di sfarzo, una chiesa vittoriosa;
dominatrice sui popoli dall' apparire del sole fino al
suo tramonto, in vista di quella che voi chiamate la
pace di Cristo nel regno di Cristo e tutto quello che è
il vostro desiderio di riposo e di esistenza garantita
nel regno di questo mondo. Tu lo vuoi nero su bianco il
fatto che io sono risorto, tu lo vuoi vedere e non
credere, Tommaso, questo regno; vuoi vedere le ferite
invece di sentirle arrivare, soffrendo con me, alla
vittoria del regno.
Dove ho vinto io se non sulla croce? Siete ciechi
come giudei e pagani, fino a vaneggiare che il Golgotha
sarebbe la mia caduta e bancarotta, e credete che solo
più tardi, tre giorni più tardi, mi sarei ripreso dalla
mia morte e che sarei emerso arrampicandomi a fatica
dall' abisso dell'Ade di nuovo in mezzo a voi? Ecco:
questo è il mio segreto e non ne esiste un altro in
cielo o sulla terra: la mia croce è salvezza, la mia
morte è vittoria, la mia tenebra è luce. Allora, quando
io pendevo nel mio martirio, e lo spavento mi invadeva
l'anima per l'abbandono, la riprovazione, l'inutilità
della mia vita, e tutto era oscuro, e solo la rabbia
della massa fischiava sarcasmi contro di me, mentre il
cielo taceva, serrato come la bocca di chi dispregia -
ai polsi però pulsava il mio sangue attraverso le porte
aperte delle mani e dei piedi, e più vuoto diventava il
mio cuore ad ogni battito, la forza usciva da me in
ruscelli, e in me rimaneva solo impotenza, stanchezza
mortale e il senso di un fallimento infinito - e alla
fine si avvicinava il misterioso luogo, l'ultimo,
sull'orlo dell'essere, e poi la caduta nel vuoto e il
ribaltare nell' abisso senza fondo, il dileguare,
finire, sfinire. L'immensa morte, che io da solo morivo
(a voi tutti questo è risparmiato mediante la mia morte
e nessuno farà l'esperienza di che cosa significhi
morire): questa fu la mia vittoria. Mentre cadevo e
cadevo, il mondo nuovo saliva. Mentre ero sfinito oltre
ogni debolezza, si rafforzava la mia sposa, la chiesa.
Mentre mi perdevo e del tutto mi donavo e mi spremevo
dallo spazio del mio io e senza possibilità di rifugio
(neppure in Dio) dal nascondiglio più segreto del sé
venivo espulso: allora io mi svegliavo e mi alzavo nel
cuore dei miei fratelli. Non vi avevo detto che il grano
di frumento deve cadere in terra e morire, perché solo
così porta molto frutto? Perché se non muore rimane
solo. Ma che cosa avviene in una simile morte? Il
grano-seme cessa di essere un grano-seme, la radice
consuma ciò che le dà vita, il culmo lo consuma
totalmente, e quando la spiga piena più avanti si culla
nel vento e nel sole, dove è rimasto il grano-seme? Chi
pensa mai al divenire oscuro sul fondo nero e umido
quando si sgranano tra le dita le auree spighe? Il
grano-seme è consumato e risorto nella spiga: lui stesso
e non lui stesso. E tutto questo milioni di volte su
ogni campo, e anno dopo anno: la parabola del mio regno
e del mio amore.
Ma voi, figlioli, che cosa volete? Vi vedo armati di
scale e cercate di salire con esse in alto. In alto ad
ogni costo. Siete piccoli di statura e vi arrampicate
sopra un albero per vedermi, e spesso sono io l'albero.
Una delle vostre scale si chiama preghiera, meditazione
e immersione, e pensate di potermi prendere così. Un'
altra scala voi la chiamate virtù, e questa ha molti
alti germogli, sulla scala delle virtù voi salite in
fretta e litigate chi di voi sia il più bravo. Perfino
l'umiltà voi l'avete rizzata come virtù e ne usate come
si fanno i colpi di mano. Le mie sante parole di
mortificazione, di povertà spirituale, di pazienza e di
dolore, il mio esempio santo. Mangiatoia e croce: voi le
avete di continuo in bocca, il minimo disagio lo
chiamate croce, la più ovvia rinuncia sacrificio.
Perfino la mia croce la utilizzate come scala per
imporre i vostri desideri. Forse soffrite, ma per poi
tanto più agire. La vostra ambizione è anche la potenza
della chiesa, voi la volete grande e bella e vasta
dappertutto, e se voi stessi non comandate, guardate con
soddisfazione come essa pascola i popoli simili a un
grande gregge. Come dura è in voi questa spinta verso il
potere, come essa vive nascosta in tutti coloro che sono
morti, come dolce è il canto del serpente antico:
conoscere ed essere simili a Dei! E qualcuno cerca
l'ultimo posto solo perché in un significato più sottile
è il primo. Fate attenzione: non avvertite la delusione
quando il mondo dimentica di applaudire la vostra
umiltà? E come andate in sollucchero per la vostra
dignità spirituale e apprezzate la religione degli
uomini secondo che essi vi salutano oppure no. Cercate
la santità: è segno che non l'avete. Il santo (questo
sono io) non vi tende. Senza sapere e senza affannarsi
si prostra davanti ai suoi fratelli per lavare i loro
piedi stanchi; dimenticando la sua propria fame di Dio,
li fa sedere a tavola e gira loro intorno per servirli.
A chi ho pensato quando, bambino pieno di freddo,
giacevo nella mangiatoia, se non a voi? Di che ho
parlato nella luce del Tabor con Mosé ed Elìa, se non
della mia passione per voi? E per che cosa mai mi sono
trascinato lungo le quattordici interminabili stazioni
se non per voi? E la mia stessa divinità e l'abbraccio
del Padre mio, per chi li ho mai lasciati se non per
voi? Voi volete seguirmi? Volete essere chiamati miei
discepoli. Allora vi guidi il sentimento che animò me:
quando io, Dio per essenza, non ci ho proprio tenuto con
spasimo di essere eguale a Dio, ma svuotai me stesso e
mi annientai, presi figura di schiavo, divenni simile
agli uomini, discesi vestito di vesti umane quotidiane
al di sotto di me, in obbedienza fino alla morte, fino
alla morte di croce. Voi mi dite: Maestro, venivi dall'
alto, eri ricco e non potevi esserlo di più, eri Dio,
come potevi aspirare a vita divina? Ma noi siamo invece
piccoli, e tutto in noi mira verso il più, e il voler
possedere Dio è nostro istinto innato. Voi che parlate
così non sapete di quale spirito siete. Desiderate
d'essere simili a Dio? Guardate allora a me. Camminate
per la mia strada. lo non potevo essere di più, voi
dite, perché ero già Dio? È questo il Dio che io vi ho
rivelato? Il Dio autosufficiente che non ha bisogno di
nulla, il Dio dei sapienti di questo mondo? La loro
filosofia il mio amore per voi l'ha svergognata; perché
essere Dio non era per me abbastanza; credevo che nella
mia pienezza avrei sentito la vostra mancanza, e non
volevo dimostrare a voi la mia divinità in altro modo
che facendomi vostro servo. Volete andare al Padre
aggirandomi? lo sono il sentiero sull'argine ed altro
sentiero non esiste, io sono la porta, e chi sale per il
muro è un ladro, e ruberebbe la vita eterna.
Tutto questo era la cosa più divina in Dio (ed ero
incaricato a mostrarla): Dio era così libero da dar via
se stesso. Chiamate amore la vostra smania di pienezza.
Ma chi conosce l'essenza dell'amore se non Dio, perché
Dio è l'amore? L'amore non è che voi l'amate, ma che
egli vi ha amato e ha dato la sua anima per voi, suoi
fratelli.
Questa era la sua eterna beatitudine: provare il
piacere di buttarsi via in un inutile amore per voi.
Questa fu la sua sovramondana unità: nel mistero del
pane e del vino si divise in mille pezzi come neve e
sabbia del mare, per nutrirvi di vita eterna. Questa fu
la sua autosoddisfazione: cominciare a patire la fame e
la sete, e nella persona dei suoi membri soffrire ogni
genere di povertà e vergogna e prigionia e nudità e
malattia. Questa, fratelli miei, fu la mia vittoria, nel
fatto che vinsi anche la mia divinità e potei rivelare
nella figura di servo il Signore e nel contesto del
peccato il contenuto dell' amore. Nel fatto che fui
capace di essere Dio al di fuori di Dio.
Comprendete che cosa significa darsi e donarsi via?
Per libertà spogliarsi della propria libertà, per amore
non essere più libero, non essere più padrone di sé; non
poter più determinare dove porta il viaggio, lasciarsi
andare, consegnarsi al flusso delle conseguenze che ci
rapinano lungo vie non volute. Ti precipiti da una
roccia altissima: la tua caduta è libera e tuttavia, non
appena ti butti, si precipita il peso su di te, rotoli
non altrimenti che come un sasso morto fin sul fondo del
precipizio. Così decisi di darmi via. A chi? non
importa: al peccato, al mondo, a voi tutti, al diavolo,
alla chiesa, al regno di Dio, al Padre... Essere
l'assolutamente dato via. Il corpo su cui si radunano
gli avvoltoi. Il consumato, il mangiato, il bevuto, il
rovesciato, il disperso. La palla da gioco. Lo
sfruttato. Lo spremuto fino alla feccia, l'infinitamente
calpestato, il sorpassato, il liquidato, il diluito fin
nell' oceano. Il dissolto. Questo era il progetto.
Questa fu la volontà del Padre, e adempiendola nell'obbedianza
(il compimento stesso era obbedienza) ho riempito il
mondo dal cielo fino all'inferno, e ogni ginocchio si
piega davanti a me e tutte le lingue mi devono
celebrare. Ora sono tutto in tutti; e perciò la morte
che mi ha liquidato è la mia vittoria. La mia rovina e
il mio naufragio, il mio vertiginoso sprofondare, il mio
cammino all'ingiù (giù sotto di me) in ogni realtà
straniera, estradivina, infernale: questa fu l'ascesa di
questo mondo in me, in Dio. La mia vittoria.
Voi siete in Dio, al prezzo della mia divinità. Voi
avete l'amore, io l'ho perduto per voi. Questa perdita è
il mio regno. Il mio regno non è di questo mondo, ma il
mondo è nel mio regno. Quando in croce il mio cuore sudò
nel torchio, ogni forza era già vana, soffrivo ancora
solo esaurimento e vuoto, e goccia a goccia scivolava
via il non poterne più, il volere ancora appena appena,
quando ogni sangue era uscito dal cuore e ogni spirito
dall' anima, allora sanguinava unicamente il nulla,
allora quando la lancia vibrò (visibile in carne e cuore
e invisibile in anima, spirito, Dio), usciva l'acqua del
completo esaurimento: Dio stesso era in me esaurito. Il
mare dell'essere era asciutto. La vita era vissuta fino
in fondo, fino in fondo amato l'amore.
Questa fu la mia vittoria. In croce era la Pasqua.
Nella morte la tomba del mondo era saltata in aria.
Nella caduta nell'abisso era l'ascensione in cielo. Ora
riempio il mondo, ed ogni anima vive in ultima analisi
del mio morire. E dove un uomo decide di lasciare se
stesso, la propria ristrettezza, volontà, potere, di
finirla con il proprio rinserrarsi e inalberarsi, là
cresce il mio regno. Ma poiché gli uomini lo fanno solo
controvoglia e tutto preferiscono all' affidarsi alla
mia grazia, io devo percorrere con essi strade larghe e
lunghe, una vita intera finché si convincono della
verità; capiscono di non capire, aprono le dita rigide e
si lasciano cadere nel mio cuore. Finché sentono
vacillare il terreno sotto i piedi, così che non
identificano più la loro terra che trema con il vero
loro appiglio, non si fanno più dell' aria un rifugio
superiore e il darsi diventa per essi una difesa più
saggia, la follia di Dio, una più sublime verità.
Finché, svezzati dal badare a sé, mi vedono come per la
prima volta. Finché ad essi, che sono così bene edotti
del cristianesimo, appaia alla vista da lontano l'alba
del regno. Finché, infastiditi dei loro calcoli e
presunzioni di maturità, comprendono per la prima volta
le parole: Se non diverrete come bambini... I bambini
sono disarmati, i bambini navigano lungo le stagioni
dell' anima come barchette senza timone. Se un bambino
piange, piange tutto quanto, si abbandona liberamente
alle lacrime, non è in grado di arginare la tristezza,
non ha una torre in cui rifugiarsi dall' alluvione.
Piange a lungo quanto deve piangere, come il cielo piove
finché la nube è vuota. E quando un bambino gode, si
scioglie del tutto nella gioia. La vive tutta per
intero, irriflessa e illimitata. E quando ha paura, ce
l'ha tutta, ed ha la saggezza di non innalzare una
parete di vetro tra l'immensità e la sua propria anima.
I sapienti di questo mondo ci insegnano: Beato colui che
possiede un involucro di asbesto, dove né acqua né fuoco
offende la vita. Beato chi ha educato e contenuto le sue
passioni in modo che esse traccino una barriera
impenetrabile, libera dalle tempeste del destino. Ma io
vi dico: Beato colui che, come i bambini, si espone alla
mai donata esistenza, che non trascende, ma si affida
alla mia grazia che sempre trascende. Beati non gli
illuminati, a cui basta la loro nobile luce, i maturi,
ai quali altro non resta che cadere dall' albero, ma i
manipolati e gli sbigottiti, che ogni giorno si trovano
davanti i miei enigmi e non possono risolverli. Beati i
poveri in spirito, i poveri di spirito! Guai ai ricchi,
due volte guai ai ricchi nello spirito! Riesce difficile
allo spirito (benché nulla sia impossibile a Dio)
arrivare alloro pingue cuore. I poveri sono volenterosi
e facili da guidare. Come i cagnolini non distolgono mai
lo sguardo dalla mano del Signore per vedere se
forse egli getti loro qualcosa dalla sua tavola. Così
con attenzione i poveri seguono i miei cenni, auscultano
il vento (che soffia dove vuole), anche quando si gira,
sanno il tempo guardando il cielo e interpretano i segni
dei tempi. La mia grazia è inapparente, ma i poveri sono
contenuti di doni piccoli. Perciò ho invitato
mendicanti, zoppi e paralitici alla mia cena e quelli
che con umorismo girano intorno all'orlo più esterno
della società dei perbene: i vagabondi, i barboni
sdraiati sulle strade, gli straccioni, la gentaglia
intorno alle siepi. Essi sono i miei cari amati ospiti,
trattenermi con loro è un piacere per me, ho rapporti
amichevoli con i pubblicani e le sgualdrine, perché
costoro entreranno prima di voi nel regno dei
cieli. Simone, vedi tu questa donna? È una prostituta,
ha però molto amato e del tutto gratuitamente ed io la
lascio andare con il dono della mia pace.
Nei vasi vuoti voglio versare la mia pienezza. Nei
cuori senza speranza voglio affondare le radici della
nuova speranza. Porre nel grembo sterile di Sara il
bambino della promessa. Che cosa m'importa la vostra
religiosità, la boria della vostra «vita spirituale».
Misericordia io voglio e non sacrificio. Voi tendete
alla perfezione. È giusto, ma voi non siete diversamente
perfetti dal Padre vostro celeste che fa sorgere il suo
sole sopra giusti ed ingiusti, manda la sua pioggia
sopra buoni e cattivi, e che dà agli operai
dell'undicesima ora lo stesso salario che agli
affaticati fin dalla prima. Voi tendete alla perfezione.
È giusto, ma io vi domando a che scopo? Perché vi spinge
la salvezza dei vostri fratelli, perché bruciate per lo
scandalo che essi patiscono, perché vi volete
sacrificare motivati dall' amore di aiutare? Voi cercate
di preparare il vostro cuore perché sia senza macchia,
come l'esige la legge per l'agnello e l'ariete,
consumati dal fuoco, al posto del peccato del
popolo? E voi intuite: fino a che il proprio cuore
dipende dall' oro di questo mondo, come possono i
fratelli credere a me quando annuncio loro la povertà? E
fino a che il mio spirito si avvolge nella benemerita
libertà personale, come potrà parlare credibilmente
dell'obbedienza del Signore che redime il mondo? Un
mezzo siano per voi queste opere, per fare di voi stessi
un mezzo e strumento dell' amore. Allora avrete
raggiunto ogni perfezione e riempito i vostri celesti
granai fino al tetto con meriti, ma se non avete la
carità, tutto questo non vi serve a niente.
Ma come è facile, non è vero, avere questo amore!
Guardate sul mondo con i miei occhi: guardate come esso
si affatica per cose vane, allunga avidamente la mano ai
veleni, si stordisce di disperazione, guardate il
bambino oltraggiato, il giovane tentato, la fanciulla
corrotta, guardate come odio e desiderio li getta gli
uni contro gli altri, come i loro cuori induriscono, si
guastano, marciscono, come ballando si intricano sempre
più nelle loro catene, finché inorridendo piombano nell'
abisso. Così va il mondo, dice la gente e ride:
chi vorrebbe cambiare? Ma voi non datevi per sconfitti,
bensì assai meglio, come se un coltello vi avesse
trafitto, estraetelo: e correte ai ripari. Lo sapete:
io,vostro Dio, ho redento il mondo. Con la grazia potete
gettare uno sguardo nella mia opera. È essa compiuta? li
peccato è morto? Non c'è da fare più nulla per voi
tranne che ringraziare? La grande svolta da qui a là si
è già adempiuta? li regno c'è già? La pietra già
rivoltata? Non urla paurosamente l'uomo torturato? Voi
vi impegnate, vi gettate sotto le ruote, volete
completare nel vostro corpo ciò che manca, che manca
davvero, sembra mancare alla mia passione.
Adesso che cosa fare, ragazzi? Annunciare? Convincere
gli uomini? Dato che neppure la mia divina parola ha
potuto colpirli? Agire, fare? Estorcere il paradiso, qui
già subito sulla terra? La chiesa immacolata? L'ordine
dei risvegliati? Voi sapete a che cosa porta tutto ciò.
Voi spingete, faticate, vi scorticate. E se state bene
attenti, dopo lunghi anni pieni di lavoro: cosa avrete
guadagnato? Ne avrete convertiti duo o tre, forse anche
venti, cento. Ma dove sono gli altri? L'opera è fatta,
il mondo è cambiato? L'azione è anche solo cominciata?
Il muro costruito fin qui non minaccia di cadere,
seppellendovi sotto le sue macerie? Tutto inutile!
Alzate gli occhi e vedete, per la prima volta, la croce.
Soltanto sotto le strapotere del peccato vince
superaffaticato, soccombendo, lo strapotere della
grazia. Sempre più rapidamente cadono, come inutili
bucce, le realizzazioni, avvolgendo il dolce frutto,
intorno a cui in fondo tutto ruota: il desiderio il
limite. Ardendo sempre di più si consuma il legno delle
azioni creatrici, finché alla fine sovrasta la nuda
fiamma dell'amore. Le vostre azioni sono buone, ma le
catene di Paolo erano migliori, e di Giovanni non
restava alla fine che la sua invocazione ad amare il
prossimo. Sempre più insistente diventa la mia esigenza,
nulla la sazia, nulla le può più bastare, nulla può
chiudere il vuoto che vi risucchia, calmare le lacrime
che voi vedete cadere, coprire l'obbrobrio sul volto
gonfio di sputi con la corona di spine: così,
raccogliete la vostra anima come un sudario e
porgetemelo, e poiché mi ristorerò in essa, l'anima
dovrà portare d'ora in poi le mie impronte. E poiché
l'immagine aderisce ad essa, ora comprende anche il mio
dolore, e comprendendolo la completa. Non le risparmio
questa vista. Non esistono due specie di amore.
Scorre insieme il sangue e il sudore delle nostre
anime a terra. In quale distanza, voi lo sapete. lo
porto l'intero peso da solo, mentre voi dormite (e
quando non dormite!) e il vostro portare con me viene
sempre troppo tardi; la croce è già patita. Voi non
portate appunto il peso, ma la grazia. Caricatevi della
soma è pur sempre un gioco. Il mio giogo è soave, il mio
peso è leggero. La croce, su di voi, è solo un cenno.
Solo simbolica (espressione del mio amore) è la vostra
corredenzione. Ma essa ha valore, io stesso la faccio
valere. lo integro le vostre deficienze in pienezza così
voi dovete adempiere il mo venir meno in pienezza.
Altrimenti amore non sarebbe appunto amore. Prendete
parte al mio venir meno, gustate con me l'inutilità
della redenzione. Da tale materia il Padre estrae e
realizza la sua grazia. Esiste un giudizio, esiste nella
mano del Padre una bilancia. Su uno dei due piatti sta,
opprimente, una pesante inutilità. Sull' altro sta la
leggera speranza che porta in alto. E poiché il primo
piatto scende, il giudizio è deciso: la speranza sale,
venendo meno vince il mio regno.
۩ SU
XII. INVISIBILE
È IL MIO REGNO,
ma te, mia sposa, voglio innalzare davanti agli occhi
degli uomini, visibile al punto che nessuno può evitare
di vedere. Ti voglio innalzare come il serpente di
bronzo nel deserto, come la roccia contro la quale
l'inferno si sfracella, come il monte Tabor sulla cui
cima sta la nube splendente, e come la croce che getta
la sua ombra sui paesi del mondo, la croce che è lo
stemma della mia vittoria nella sconfitta. Voglio
innalzarti con fondamenta di ferro, e la tua figura deve
essere un segno di riconoscimento che io mi elevo un
monumento sulla terra. Tu sarai per me una testimonianza
fino ai confini del mondo, testimonianza che io c'ero, e
non ti abbandonerò fino alla fine dei tempi. Tu sarai un
segno di contraddizione in mezzo ai popoli, e nessuno
bisbiglierà il tuo nome, o chiesa, senza rabbrividire. A
tuo riguardo gli spiriti si divideranno, perché molti ti
ameranno e vorranno dare tutto per te, ma molti assai ti
odieranno, e tra di loro congiureranno di non voler
darsi pace finché non ti abbiano eliminata dalla faccia
della terra. E ti disprezzeranno, come tranne me mai
qualcosa è stata disprezzata sulla terra, solleveranno
serpi per poterti sputare in viso, ripuliranno sul tuo
vestito il fango delle loro scarpe, vorranno dipingere
su tutte le pareti la caricatura del tuo mistero, nelle
osterie canteranno di te luride canzoni e si torceranno
dal ridere. Ti metteranno alla berlina e dopo averti
legata e averti tappata la bocca ti copriranno di ogni
volgarità di cui poi dovrai ripulirti. Nulla si lascerà
intentato per renderti sospetta, e ogni tua mancanza
verrà gonfiata all'infinito. Avrai molto filo da torcere
e dappertutto dove apparirà una strada passabile ci sarà
di lì a poco un precipizio o uno sbarramento, oppure un
muro: impossibile! Dovrai vivere sulla terra e tuttavia
non trovare nessuna patria, renderti familiare con tutti
i costumi e i malcostumi dei popoli e con tutte le
miserie e i bisogni degli uomini; ma gli uomini avranno
cura perché tu presso di loro non abbia a diventare
familiare e fidata. Ti faranno sentire che tu rimani la
straniera nella casa, nel migliore dei casi tollerata,
mai veramente amata. In qualunque modo tu
cercherai e ti presenterai, loro non saranno contenti.
Se tu ti rendi simile a loro, ti disprezzeranno; ma se
ti ritrarrai, essi diranno: guardate, essa stessa non sa
dove sta di casa, lascia che combiniamo tutto per
sterminarla una volta per tutte. Per un tratto di tempo
potrà sembrare che ti venga riservata della felicità e
del successo, si schiereranno intorno al tuo stemma e
prenderanno dimora delle grandi cattedrali, la tua
parola sarà un alimento per essi, e le tue benedizioni
illumineranno la loro vita, poi però sarà come se i
bambini crescessero del latte del tuo petto: i più furbi
si libereranno dai tuoi legami celesti e
attraverso i secoli andrà gonfiandosi la lavina della
decadenza, finché irrefrenabili le masse, trascinate
dalla irresistibilità di questa piega verso la terra,
lasceranno il tuo ovile. Tu che volevi radunare
l'umanità, per offrirla a me come un unico frutto nella
coppa votiva della tua preghiera, ecco, ora ti trovi
senza foglie come un albero in autunno, nessuna messe
viene raccolta, e il comando della missione che ti arde
nel cuore è ancora più inadempiuto che non nel primo
giorno in cui ti sei mossa. Allora tutto era ancora
possibile in mezzo alle interminabili tenebre dei
pagani: una luce era sorta e tutti i visi si volsero
involontariamente verso quella novità. Ma ora il tuo
canto sembra diventare un organino da strada, dove tu
appari lungo la via si chiudono tutte le finestre, e ciò
che le orecchie percepiscono controvoglia suscita
soltanto fastidio e noia infinita. Non puoi più coprire
la vergogna di esserti definitivamente giocata
l'occasione. li bisogno potrà riempire qualche tua
chiesa sforacchiata. Ma aspetta pure i giorni della
prosperità: sarai più dimenticata di un cadavere morto
da mill'anni. Non hai conosciuto i segni dei tempi. li
fiume rapinoso dell' amore, scatenato una volta da te
sopra il mondo assetato - alzò lo schiavo il suo occhio
disperato, le donne scossero i loro veli, tutti gli
oppressi sentirono il soffio di una sovrumana
misericordia - ora è arginato, avaramente misurano
questi funzionari dentro urne e istituzioni ben
distribuite l'unguento prezioso della mia grazia. Di
sughero è diventata la corteccia dell' albero che prima
fioriva selvaggio; così casalinga sei diventata che
perfino le torri della decadenza del tempo e le scosse
della persecuzione contro le tue porte e finestre appena
riescono a svegliarti dal sonno, e uno schiaffo in
faccia ti strappa appena un sorriso imbarazzato. La
vergogna ti copre e ricopre, in modo tanto più bruciante
in quanto tu lo neghi, e fai come se non te ne
accorgessi.
Così tu sei qui, mia sposa, come un segno sopra i
popoli, a cui si addita: molto noto ma poco amato. li
tuo venir meno ricade su di me, poiché per causa tua
anche il mio nome viene bestemmiato in mezzo ai popoli.
Qualcuno che mi ha cercato con cuore sincero si fermò
spaventato sulla strada quando improvvisamente ti vide e
si girò. E qualcun altro che vide come vivono
stancamente i tuoi fedeli, quanto poco essi abbiano
l'aspetto di salvati, come miseramente la fiamma dei
loro cuori soffoca sotto la cenere, come severamente
giudicano nel mondo mentre essi stessi sono segretamente
pieni di mondo, si è voltato deciso verso l'innocenza
pagana. Non il tuo amore che vince il mondo è diventato
lo scandalo per loro - questo è lo scandalo che dovresti
suscitare per essi - ma la tua tiepidezza e la tua
inguaribile mancanza di amore. Dovresti essere per gli
uomini il simbolo dell'unità fra me e il Padre, e per
questo io ti ho mandato il nostro Spirito Santo, il
vincolo dell'amore che unisce e ti ho fondata sull'unità
onnicomprensiva del battesimo, della dottrina e
dell'ininterrotta successione da Pietro a Pio XII *. La
tua natura stessa è l'unità, e ognuno dei contrassegni
ai quali ti si riconosce e in forza dei quali tu puoi
distinguerti, è pur sempre l'unità. E poiché io stesso
metto in te quest'unità e questo inestinguibile marchio
ti ho impresso, poiché sono entrato in te con il mio
Spirito e ti muovo da dentro come il tuo stesso cuore
verso l'unità, perciò non ti riuscirà di cadere da
quest'unità. Ma continuamente tu sei in ribellione
contro te stessa, nessun popolo è più lacerato e così
dal profondo attraversato da discordie del tuo; ognuno
in te, che riveste un ufficio, cura una missione,
amministra un incarico è di continuo incline a concepire
la parte che egli è come il tutto, a considerare la
piccola ruota che lui muove come la forza che muove il
tutto, l'inutile servizio che lui fa come
indispensabile. Membri siete voi tutti e come membri
dovreste integrarvi servendovi a vicenda, riconoscenti
del fatto che quanto voi non avete ce l'hanno i vostri
fratelli. Nell'amore che non cerca il proprio possesso
possedereste allora il tutto. Giacché il tutto sono io,
io che sono il capo del corpo e la sua anima che
unifica. Ma litigando attraverso tutti i secoli per i
posti migliori, voi lacerate e stracciate di continuo il
mio corpo, e se non vi riesce di strappare un membro
intero, un intero paese dalla comunione della mia
chiesa, se nella vostra cieca superbia non riuscite a
porre accanto alla mia vera casa una nuova setta, oltre
a più di decine di migliaia di altre, voi cercate pur
sempre, da scavatori insaziabili, di rodere le mura come
topi dall'interno e di ribaltarne come talpe il
fondamento.
In proverbio è passata l'invidia dei vostri preti e
in divertimenti le controversie tra i vostri ordini, le
rivalità delle vostre associazioni. Ognuno ritiene che
il suo limitato programma è il migliore, è l'unico vero,
e così i membri si disarticolano e il mio sangue
santificante non scorre più attraverso di essi. Assai
prima che una parte nuova della casa precipiti, anzi
prima che un nuovo scisma venga sigillato, si sono
indurite all'interno le linfe dell'amore, ed eresie
nascoste e peccati divoratori hanno reso inevitabili
cose terribili.
Con te, mio corpo, io combatto la grande,
l'apocalittica battaglia in continuazione. Ciò che
rimane lontano da me e dal mio cuore è carne sorda
perduta in se stessa; non mi è difficile salvare simili
cose; non si difendono, si lasciano trarre a suo tempo
dentro il gregge. Ciò che invece sta più vicino, ciò che
appartiene al mistero d'iniziazione del mio corpo, tutto
ciò ha ricevuto il mio spirito, è sveglio e può
decidersi in libertà. Sa veramente cos'è quello che si
chiama peccato. Così io stesso mi trovo in pericolo
dentro il mio corpo, dentro di me sta in agguato il
nemico mortale, mi sono nutrito una serpe nel seno, un
verme che non muore. Anche qui sono diventato simile a
voi, così che, a quel modo che la tentazione sale dalla
vostra propria carne, così mi assale dalla mia carne la
più profonda minaccia. Lo spirito è vigile e forte, ma
la carne è debole, e là dove lo spirito confina con la
carne è vulnerabile, collude con la debolezza.
Là esso ha da sempre corroso se stesso e si è buttato
via; giacché se non ci fosse della carne in lui, come
potrebbe fare con la carne un unico essere? Dunque là
dove io, il forte Dio, ho corroso me stesso per te, mio
corpo, mia chiesa, sono diventato debole, là, soltanto
là potevo essere colpito mortalmente. Là io cedevo,
soccombevo alla tentazione di amare nel mio corpo un
corpo (perché chi odia la propria carne?), di
consegnarmi all'incontrollabile caos di un corpo. Di
sprofondare sotto lo specchio d'acqua della carne. Di
trasferirmi in questo mondo contrario alla luce del
Padre, in questa oscurità ribollente. In quest'avventura
dei sensi. In questa sconosciuta selva selvaggia del
genere umano. Come voi passate via lascivi coi polsi che
battono il limite della tentazione, così ho anch'io
varcato col cuore battente, consapevole del pericolo, il
confine della carne. Ho osato penetrare nel corpo della
mia chiesa, nel corpo mortale che voi siete. Giacché lo
spirito è mortale solamente nel suo corpo. Così noi
siamo da allora in due, ma tutt'e due una carne, che si
ama e che si combatte lottando fino alla morte. Per amar
tuo divenni debole, perché solo nella debolezza potevo
aver esperienza del tuo essere. Che ci fu poi di strano
se poi tu avvertisti il tuo vantaggio e assalisti la mia
nudità? Ma ti ho vinto mediante la debolezza e il mio
spirito ha dominato la mia carne che sfrenatamente si
difendeva (mai una donna si è difesa in un modo più
disperato). Per sigillare la mia vittoria, per sfruttare
fino al limite estremo il mio trionfo, ho impresso in
te, mia carne, un marchio. Alla tua carnea debolezza il
marchio della mia carnea debolezza. Al tuo peccato il
marchio del mio amore. Mai più la tua lotta peccaminosa
contro di me sarà altro che il lungo certame dell'
amore. Questo è il significato che io gli do, d'ora in
avanti un altro significato non ce l'ha più. Proprio
perché tu, infelice, sapendo pecchi riguardo all' amore,
proprio per questo il tuo peccato è racchiuso dentro il
mio amore. E poiché io, spirito e amore a un tempo, sono
lo stesso campo di battaglia tra Dio e il mondo, la
battaglia è anche vinta per me dall' eternità e per
l'eternità, e il nostro patto che sempre vien meno, il
nostro sposalizio di sangue, le rosse nozze dell'
Agnello, sono già ora e già qui il bianco talamo dell'
amore divino.
Fa’ pure quello che vuoi, tu resti prigioniera nell'
amore. Te, o selvaggia, io ho innalzata affinché tu ti
riprendessi dibattendoti nel tuo sangue, ti ho lavata
nel bagno del mio sangue, nel bagno d'acqua del mio
battesimo e nella parola della vita, e mi sono creata
una chiesa meravigliosa, senza macchia né ruga, santa e
immacolata. Tu ti puoi pur sempre atteggiare come una
civetta e tradirmi ogni giorno con un altro, tu non sei
quella per cui ti dai e ti credi, in eterno tu sei il
mio corpo puro e la mia casta sposa. Con una tale
santità io voglio vestire la tua vergogna che il profumo
dei tuoi vestiti riempirà tutta la terra, e nessuno
potrà negare di averlo realmente e fisicamente
percepito. Un tale amore perché tu lo distribuisca io lo
voglio porre nelle tue mani così che il tuo nome verrà
nominato in mezzo ai popoli: la degna di amore e la
vedetta dell' amore. E una tale amorosa cura per il
mondo e per le mie pecore smarrite io voglio porti nel
cuore cosicché lo stolido gregge avvertirà il Pastore ed
accorreranno a te quasi controvoglia. L'ingominia che tu
mi procuri non sarà così grande come l'infamia che farò
giungere su di te dal tesoro della mia croce; lo scorno
con cui ti ricoprono non sarà per niente paragonabile
alla vergogna (Schande) che io ti trasmetto come
mio prezioso legame e mio inestimabile dono nuziale,
ricavandolo dalle provviste dei miei divini dolori. La
debolezza infame con cui tu stai davanti al mondo in
questa epoca di decadenza, incapace di trasmutarla,
questa debolezza è inclusa nel mistero della mia propria
infamante debolezza, giacché quando fui io stesso forte
abbastanza per rinnovare il volto di questo mondo
esterno? Così io voglio transvalutarti in una che tu non
sei, e crearti dalla forza tuttunificante del mio cuore,
come Eva dalla costa di Adamo.
Ciò di cui tu vivi, o chiesa, è un impegno e una
promessa. Non vivere da te stessa, vivi unicamente in me
e da me, conosci te stessa non come quella che eri, non
conoscere più il tuo cuore, ma fa in modo che ti basti
il mio cuore tuttunificante (che io ti ho innestato al
centro del corpo), così tu devi essere per me sposa e
corpo, e io voglio in te, esclusivamente in te, salvare
il mondo intero. Sii la mia serva, rinuncia alla tua
volontà e buttati come Ruth ai miei piedi, diventa
obbediente fino alla morte, sii per il mondo la mia
obbedienza incarnata, rappresentata in modo
sensibile-visibile attraverso tutti i tempi, obbediente
al punto che chi dice chiesa dice obbedienza; giacché
nell' obbedienza è la salvezza, e chi mi esprime deve
annunciare la mia obbedienza fino alla morte di croce:
così io voglio innalzarti a regina del mondo, e tutti i
popoli, tutti i tempi devono piegarsi davanti a te. Tu
però, obbedendo tu stessa, devi esigere obbedienza nel
mio nome, perché da nessuna parte tranne che in te io
voglio governare il mondo e da nessuna parte tranne che
nel tuo corpo batte il mio cuore. Questo è l'impegno e
la promessa. Incatènati in modo così irrevocabile a me
che io possa con te discendere nell'inferno, allora io
ti incateno in modo così irrevocabile a me che tu puoi
salire in paradiso. Svuotati dunque in me in modo che io
ti possa riempire di me. Nulla di estremo, né di supremo
ti voglio risparmiare, né di infimo, perché non voglio
avere nessun mistero davanti a te. Dove sono io devi
essere anche tu. Ciò che io faccio devi farlo anche tu.
Così voglio insegnarti la mia obbedienza, dentro
ciecamente all' abbandono di ogni idea propria, di ogni
amar proprio, di ogni propria fede, e da questa
obbedienza si deve riconoscere chi è del mio spirito ed
appartiene al mio corpo. Ma questa obbedienza sarà
soltanto il pegno del mio amore per te e del tuo amore
per me, e frammezzo a un servizio ancillare
sperimenterai, come il raggio di una luce dall' alto, la
libertà dei figli di Dio, e quanto il servizio segue la
costrizione dell' amore. In tutto ciò accadrà a te come
a me quando io come servo del Padre mio venivo legato
sempre più stretto nel suo amore, e ogni distanza
creaturale si rivelava come mezzo e mediazione e come
un'astuzia sempre più profonda dell'unificazione. Lo
stesso gioco, che il Padre ha giocato con me, ora lo
ripeto con te. Ti lascio e abbandono nel mondo, ti
lascio dietro a me come una vedova sulla terra, per
unire me a te a partire dal cielo in un modo sempre più
intimo, spirituale, divino. Ti lascio come disanimata
nella fossa del mondo, il tuo spirito vagante smarrito
tra le ombre degli inferi, per poi repentinamente
liberarti dalla morte e per dimostrare di nuovo al mondo
che tu vivi e che io vivo in te. Giacché un continuo
miracolo è la tua esistenza nel mondo, e a nessuno può
rimanere nascosto che ti abbeveri a una sorgente
estranea, che un'altra tavola ti alimenta che non la
loro. Sarai così nonostante tutto il mio segno fra le
nazioni. Inverosimile resterai per essi, a tal punto che
ti profetizzeranno ogni giorno la morte. Dovrai anche
come morire, ma ecco noi viviamo, tu ed io, perché io
sono una volta morto, e chi mangia della mia morte vivrà
nell'eternità ed io lo risusciterò nell'ultimo giorno:
ed ogni giorno è l'ultimo. Per una volta io sono morto e
pure per una volta passa il mio corpo, la mia chiesa,
dalla morte alla vita. È l'unica trasformazione. Ognuno
dei tuoi membri la compie nel suo luogo, nel suo tempo,
ma nell'unità di un'unica trasformazione, nella
transustanziazione di questo mondo nell'altro (lo
stesso). È una unica svolta, in cui la terra diventa
cielo, e il punto di questa svolta è la chiesa. Qui si
apre il mondo che è chiuso ed aspetta la grazia
promessa. Qui l'uomo confessa la sua colpa e riconosce
la sua verità; mentre si denuda viene purificato e
riceve, invece che la sua, la verità di Dio. Qui il
vecchio uomo viene sostituito dal nuovo. Qui muore il
mondo e ne sorge un altro. Qui tutti e due gli eoni si
incrociano. Qui ogni fine diventa principio, ogni realtà
perduta diventa pegno di una speranza. Qui zampilla
dalla roccia più dura l'acqua della vita eterna. Qui
viene sciolto e decifrato l'enigma del mondo mediante il
mistero di Dio. Qui si chiude la frattura tra il cielo e
la terra, poiché i tuoi fedeli vivono al tempo stesso in
ambedue questi regni. La beatitudine non è più una vaga
promessa, ma questa è la vita eterna che nell' amore
riconoscano te, Padre, e me che hai mandato. E nessuna
umana trepidazione per la salvezza sarà un fondamento
così traballante che la roccia della fede non sia più
rassicurata. «Perché le mie pecore ascoltano la mia
voce, ed io le conosco, e do loro la vita eterna, e per
tutta l'eternità non andranno perdute e nessuno le
strapperà dalla mia mano. li Padre che me le ha date è
più grande di tutti, e nessuno le può togliere dalla
mano del Padre. lo e il Padre siamo una cosa sola».
Perciò sono io stesso la risurrezione e la vita, e chi
crede in me, chi beve dalla sorgente che sgorga dal mio
costato ferito, sgorgherà da lui una nuova sorgente che
non si può più sigillare, perché sgorga dalla vita
eterna nella vita eterna. E non nell'ultimo giorno,
Marta, non soltanto allora io lo voglio risuscitare,
perché chi crede in me è già passato oltre dalla morte
alla vita, la sua tomba è spezzata e lui è risorto alla
vita eterna. Questa è la vita eterna che essi credendo,
amando, sperando riconoscano te, o Padre, e me che hai
mandato.
A te, o mia chiesa, ho affidato questa sorgente. Da
te, che sei il mio corpo, dal tuo fianco aperto, essa
esce zampillando a purificazione dei popoli. Come tu
stessa quale nuova Eva sei emersa dal mio sonno, così
io, la vita eterna, emergo da te. Le tue mani mi
distribuiscono come il pane del mondo. Perché la donna
deriva senz' altro dall'uomo, ma attraverso la donna
l'uomo viene partorito. Tutto però deriva da Dio. Poiché
io come Dio sono la sorgente e prima di ogni essere,
l'uomo (Mann) è la gloria di Dio e la sorgente
della donna, e il Dio fatto si uomo è l'uomo (Mann),
ma la chiesa è una donna, perché la donna è la
gloria dell'uomo (Mann). Ma poiché io divenni il
Figlio dell'uomo, sono nato da esseri umani, e sono tuo
figlio, o chiesa, perché ognuno che fa la volontà del
Padre mio è per me non soltanto fratello e sorella,
bensì anche madre. Tu sei uscita dal mio cuore, e io ho
riposato sotto il tuo cuore. Colei che io ho partorito
sulla croce nel dolore mi partorirà, come la donna con
le doglie, fino alla fine del mondo nel dolore.
Misteriosamente si confonde la tua immagine con
l'immagine della mia madre verginale. Ella è la donna
singolare, ma in te ella diventa la madre cosmica.
Giacché in te anche il mio particolare cuore si dilata a
cuore del mondo. Tu stessa sei il santo cuore dei
popoli, santa in forza di me, ma unificando il mondo per
me, facendo circolare il mio sangue attraverso il corpo
della storia. In te matura la mia redenzione, cresco io
stesso fino alla mia forma piena, fino a che io, bi-uno
con te, nel patto della carne bi-una, tu mia sposa e mio
corpo, il regno che noi siamo, lo pongo ai piedi del
Padre. Il patto del nostro amore è il senso del mondo.
Tutto si adempie in esso. Poiché il senso del mondo è
l'amore.
* Ovviamente von Balthasar oggi direbbe "...
da Pietro a Benedetto XVI" (ndr)
۩ SU
XIII. O SELVA
BEATA DEL TUO AMORE
Nessuno mai ti legherà, nessuno
ti potrà mai esplorare e scoprire. Le strade che i
temerari iniziarono a battere non penetrano molto
addentro; all'improvviso si spezzano, c'è ancora
nell'aria la delusione dei pionieri, si può capire con
quale animo hanno dovuto far marcia indietro. Altri
sentieri si sono aggiunti: erba di selva selvaggia li
ricopre, alti tronchi sono caduti di traverso; la selva
ha ripreso a fiorire e frusciare, illimitatamente.
Quando ero giovane ho pensato di poter venire a patti
chiari con te. Ho visto davanti a me una strada rapida,
mi venne del coraggio, mi legai lo zaino e cominciai ad
arrampicarmi. Cercai di rendermi leggero abbandonando
tutto «in spirito» secondo la tua parola. Per un certo
tempo parve anche a me di salire verso l'alto. Ma quando
oggi, dopo anni, alzo gli occhi, i tuoi Ottomila
brillano più alti a perdita d'occhio che mai. Non si
parla ormai più da lungo tempo di una strada.
Mi ero armato e rifornito di carte topografiche e di
apparecchi di misurazione. Conoscevo i dodici gradini
dell'umiltà a memoria e i sette argini e fosse tutt'attorno
al castello dell' anima. Su certe cime vidi bandierine e
segnali e segni rossi e blu sul terreno accidentato che
indicavano almeno che qualcuno c'era passato. Le
«istruzioni sulla vita beata» brulicavano su certi posti
di bivacco come stagnola e scatole di sardine. Nello
scorrere del tempo persi l'abitudine di far attenzione
su simili melanconici residui, mi accorsi soltanto che
essi si diradavano e mi apparivano vecchi e arrugginiti
e prossimi a diventare un pezzo di selva anche loro,
perduti nel folto della foresta vergine e nelle liane
aggrovigliate.
E tutti coloro che là cercavano di eliminarti e
disincantarti mi parvero puerili e goffi: mi sentii
dentro dell'ira per essi, perché seducevano e deviavano
le anime di coloro che avrebbero potuto comprendere il
tuo incantesimo, o selva. Ma poi mi venne anche della
compassione, perché ingannavano il mondo e se stessi a
riguardo dell' optimum. E un bel giorno gettai
tutto nel cespuglio: zaino, viatico e carta, e mi
consacrai unicamente a te, paesaggio verginale, e
divenni libero per te.
I maestri dicevano: tre sono le vie della sapienza.
La via del sì, la via del no e, alta sulle due, la via
dell'oltre. Trovarti in tutte le creature, perché tutte
riflettono nella propria scheggia un raggio della tua
luce. Abbandonare tutte le creature, perché i loro duri
confini non afferrano il tuo essere infinitamente
fluente. Alla fine rompere i gusci delle loro perfezioni
e dilatarle fino alla misura immisurabile della tua
eternità. Ma io finii per sapere che queste vie non sono
una via. li sì è una sentenza e il no è una
controsentenza, contraddizione; tutte si perdono le une
nelle altre e portano alla fine all' orlo dell'abisso, e
la terza via è l'impossibilità di poter andar oltre.
Alcuni consigliavano: precìpitati nell'abisso affinché
il tuo essere e i tuoi limiti vadano in pezzi, troverai
così quello che vai cercando. I tuoi occhi si apriranno
e sarai come Dio.
Una grande tentazione si annidava in questi discorsi
e, adescante dalle profondità del cratere, appariva una
lava aurea come cenni di una vita divina. Oro da
quest'oro mi era sembrato che fosse la luce che
leggendariamente erompeva talvolta di notte brillando
verso le navi lontane dalle grotte più alte dell' Athos.
E santa mi sembrò l'ebrezza in cui Plotino e Al Hallaj e
i giovani del Bodhisattva si lanciavano di là dalle
barriere.
Ma al tempo giusto mi ricordai del tuo cuore,
Signore, e che hai amato i confini delle tue creature e
sei poi disceso fino alla nostra valle terrestre, per
rimanere tra noi fino alla fine del mondo, e per
ammonirci riguardo alla seduzione dello spirito e al
disprezzo di anche uno solo dei tuoi piccoli. E quando
feci attenzione al modo come tu ti sedesti stanco alla
fontana della donna perduta e come, con fango e saliva,
hai spalmato gli occhi del cieco nato, mi venne il
sospetto che quegli uomini sublimi nelle loro estasi
altro non hanno attinto che lo spettro mummificato del
loro vacuo desiderio. E dovevano così illudersi anche
coloro che camminavano scantonando dalla tua umanità e
pretendevano di conoscere, oltre di quella, il presunto
fondo più profondo senza fondo del Padre.
Per meglio dire falliva qualsiasi strada che non eri
tu stesso. Sbagliavano tutti quelli che non ti
conoscevano, e nessuno ti conosceva che non fosse in te.
Neppure il tratto da me fino a te era percorribile se
prima non si camminava in te.
Ma tu stesso, Signore, come sei una via? Non
assomigli a nessuna strada degli uomini. Nessuna delle
tue parole è un segnavia sicuro verso quello prossimo, a
quel modo che le pietre miliari indicano la distanza e
la chiara direzione. Ogni direzione è un giudizio e una
esecuzione, ogni uscita è una condanna, ogni
comandamento è un castigo. La via che tu sei - e tu
sei una via - deve toglierci da sotto i piedi ogni
strada sicura, ogni passo avanti ci rimanda insieme
indietro nella sempre più grande distanza del nostro
nulla, e ci mette da parte perché, inginocchiati nella
polvere, lasciamo passare da solo sulla strada te, il re
della gloria. Opere noi dobbiam fare e crescere in
opere, ma nel crescere diventare più piccoli e,
guardando te, dimenticare tutte le nostre opere. Più
grande dev'essere la nostra giustizia di tutta quella
degli scribi e dei farisei, ma dobbiamo diventare più
piccoli e più bassi come questo bambino. Tesori noi
dobbiamo raccogliere nel cielo, e in fienili più sicuri,
dove tignola e ruggine non consumano, ma dobbiamo a un
tempo essere più poveri di tutti e beati mendicanti
nello spirito, che non si preoccupano angosciosamente
del giorno eterno di domani. Tutti protesi dobbiamo
correre verso ciò che è davanti a noi, e tuttavia
riposare, distesi e senza paura, come un uccello nella
tua mano. Le nostre opere dovrebbero poter brillare
davanti a tutti gli uomini, ma dobbiamo star attenti a
compierle nel segreto. Dobbiamo essere perfetti come il
Padre che è nei cieli, ma contriti come il pubblicano
nel tempio e sentirci come peccatori che non valgono
niente. Vigili e maturi come tuoi amici, veniamo
iniziati nella profondità dei tuoi misteri, ma come
schiavi dobbiamo desiderare di non sapere né il giorno
né l'ora. Dobbiamo affaticarci per gli uomini e morire
come madri in doglie, e tuttavia, se non ci ricevono
passar via e scuotere la polvere dalle scarpe. Essere
impassibili e senza bisogno di nulla, ma compartecipi in
gioia e dolore, e aver aperta la mano in dare e
ricevere. Lasciare che il tuo regno cresca in noi
pazienti come sementi, come appunto un seme che cresce
incessante tra molta zizzania, ma audaci come fulmini
rapinarci il regno dei cieli nella scintilla della
grande decisione!
Dove c'è la via qui, dove un indirizzo? Non è questa
una selva selvaggia? E chi può capire il tuo regno,
quello che è piccolo come un granello di senape e cresce
alto al di là di ogni altra cosa, quello che è miscelato
di buoni e di pigri, dentro cui però nessun cattivo
entra, il regno che è lontano e non di questo mondo e
che è però venuto qui vicino a noi ed è in mezzo a noi,
che si avvicina quando siamo lontani e seduti nelle
ombre di morte, e si allontana quando noi ci accostiamo
e tentiamo di afferrarlo? Questo regno, la tua presenza
nel mondo, è inafferrabile come pure tu sei. Perché è, a
un tempo, tutto insieme: è povero e ricco, potente e
impotente, così visibile che nessuno può non vederlo e
non subire castigo, e così segreto che nessuno lo può
vedere se non con gli occhi della grazia. In
atteggiamento quasi da schiavo l'amore di Dio si mette
nei sacramenti davanti ai nostri piedi, incatenato alla
propria irrevocabile decisione, possibile a toccare
nell' acqua e nel pane e nel vino e nell' olio,
disponibile ovunque; ma se uno allunga le mani per
impadronirsene, gli scorre via come vento tra le dita
prensili, un vento che irride a ogni cortina di ferro. E
tu, o chiesa, principessa e regina sulle nazioni, che
siedi ritirata e intangibile alla destra dell' assoluto
re, sposa senza macchia né ruga, ma anche grigia ancella
e sgualdrina riprovata, commutabile spesso con la rossa
Babilonia sulla schiena della Bestia! E voi, cristiani,
luce del mondo e candelabri sopra il moggio, sale della
terra e liberti di Dio, ma scandalo anche agli uomini e
spregevoli per i vostri peccati e perseguitati, e anche
giustamente e non in nome di Cristo! Cittadini del
cielo, stranieri di questo mondo, ma che anche faticosi
vi affaticate da un giorno all' altro, trascinandovi da
una confessione all' altra: chi siete voi?
Selva anche nei cuori, che come onde s'incurvano,
bramosamente riluttano, avanzanti indietreggiando. Selva
nelle coscienze, quelle cattive e di nuovo buone, piene
della certezza della adozione di Dio e incerte
angosciose, non sapendo di essere degne di ira o di
amore. Selva dello stesso amore, il quale non sa se ama
veramente, il quale amore è forse ancora sempre bramosia
insorgente tra le rose della dedizione, oppure una
muraglia incrinata o franata, là dove pur sa con maggior
sicurezza del dono dell' amore di Dio versato nel cuore,
e della solida casa, innalzata in Cristo, il Signore.
Selva alla fine di tutto questo mondo ingrovigliato:
rigida roccia e onda schiumante, eterno ritorno
dell'identico e cammino verso una nascita che non è
ancora mai avvenuta, ordine delle galassie e brulicame
di atomi, incerto se proprio ogni legge che viene
scoperta o inventata non vada scadendo in una libertà
piena di enigmi. Mondo come giardino affidato all'uomo e
alla sua cura e indefinito progresso, e sempre di nuovo
come imperturabile caos che travolge ogni steccato e
argine, spezzando le punte più raffinate, piegando le
curve ascendenti come naturalmente verso i precipizi,
ripiegando all'indietro la forma giunta a maturazione
verso il grembo selvaggio delle origini. Mondo, dove
senso e controsenso si bilanciano eguali, e ogni sua
parte evoca la controparte, che si chiude nell'uovo
rotondo e coinvolge ogni impulso di cielo entro il
cerchio delle sue terrene evaporazioni. E mondo che
tuttavia è aperto, giace mai chiuso come una anatomia,
gemendo dalle sue viscere incontro alla pienezza che da
sé esso non è in grado di darsi; indicando Dio con tutte
le sue dita, assetato di lui con tutte le vene del corpo
come della pioggia di cui tutti hanno bisogno. Mondo dai
cui abissi tutte le energie ascendono e che tuttavia
aderisce inerte ai suoi bassifondi aspettando le grazie
che devono discendere. Mondo ambiguo, la cui bi-unità o
disunità è tuttavia evidente. Mondo intermedio, che
tuttavia, tenendo distinti creatori e creatura, li
unifica. Mondo mostruoso immenso, che
inalberandosi ingoia Dio stesso in figura umana nelle
sue fauci, mondo bambino, che tuttavia, come un
lattante, sogna tra le braccia della Vergine Maria.
Chi capisce il significato cui tende il Signore nella
sua creazione e al di sopra di essa? Chi lega con un
filo breve il mazzo infinito della sapienza? Chi doma e
controlla la giungla della sua incomprensibilità?
Eccolo: come la conchiglia di una fontana spumeggiante,
spirito ed essere dell'uomo giacciono sotto la cascata
di ogni mistero. Lascia che scenda, lasciando scendere
tu afferri ciò che puoi; e ciò che puoi è d'essere tu
recipiente per l'onda. Apri cuore e cervello e non
tentare di prendere e fermare; tutto spruzzato vieni
purificato; ciò che ti intride di estraneo è esso il
significato che cerchi. Quanto più rinunciando dispensi,
tanto più ricca diviene la tua sapienza; quanto più
temporeggiando ricevi, tanto più forte diviene la tua
forza. Ecco, tutto vuole disorientarti, affinché tu, dal
colmo del disorientamento riconosca l'amore che
trabocca; tutto vuole svuotarti, affinché scavi te
stesso a spazio concavo per la superpienezza della fede;
tutto ti abusa come un panno, affinché tu, trasparendo
affilato con tanti fili, diventi capace di ricevere la
superpienezza della luce.
Giacché guarda, tutto viene dissolto nell' elemento e
degradato fino all'atomo per ricristallizzarsi di nuovo
in ordine all'unico cristallo del centro assoluto. Tutto
muore nelle agonie mortali del non-sapere-più-nulla,
perché soltanto dalla materia della perfetta impotenza
viene tessuto il vestito regale del vincitore del mondo.
Tutto finisce nel fiume, come i banchi di ghiaccio si
spaccano con fracasso sotto il sole, e si volta a
informe in direzione del mare, frantumandosi e
mischiandovisi una cosa con l'altra. Ma il movimento è
generato dal battito che pulsa nel centro, e quello che
sembrava un flusso caotico è la circolazione del sangue
nel corpo del Cristo cosmico.
In questo corpo tu devi confluire e sempre di nuovo,
come goccia lasciarti trascinare attraverso rossi
fermagli e arterie battenti. Nella grande circolazione
sperimenterai sia la nullità della tua opposizione che
ti blocca, sia la forza del muscolo che ti spinge
avanti. Sperimenterai l'angoscia della creatura, che
deve piegarsi e perdersi, ma anche il piacere della vita
divina, che nella giostra inesorabile è fatta di amore
che fluisce all'infinito. Via, trascinato sulle onde del
sangue santo entrerai in rapporto con tutte le cose,
come macerie si urtano con macerie nelle cataratte del
torrente montano, ma anche come belle navi a vela si
incrociano sopra il soave tappeto mobile di un fiume
regale. Dissolto e trascinato nell' oscura solitudine
imparerai a conoscere la comunione reciproca di tutti
gli esseri, come pure il loro contatto e la loro
singolarità lungo le strade scorrenti del corpo. E così,
imparentato con tutte le cose e le nature, comunicherai
finalmente anche con te stesso e verrai portato lungo
l'amplissimo giro dell' auto-oblio verso la tavola
festosa colma di doni, sulla quale tu, quello
sconosciuto che sei, riporrai te stesso come un dono
nuovo. Espulso dal cuore in tutte le membra dell'immenso
corpo ti avvierai per un viaggio più vasto di quello di
Colombo, ma come la terra si arrotonda in una palla,
così le vene si piegano all'indietro verso il cuore ed
eternamente l'amore esce e rientra. Lentamente imparerai
il ritmo e non avrai più paura quando il cuore ti
espelle nel vuoto e nella morte, perché ora lo sai: è la
strada più breve per venir poi risucchiati in gioia e
pienezza. E se ti si spinge fuori, via lontano da te,
allora sappi: questa è la missione e, spedito via dal
Figlio, così compi tu stesso la strada del Figlio, via
dal Padre verso il mondo, e la via che porta lontano,
dove Dio non è, è la via stessa di Dio che va via da se
stesso, che abbandona se stesso, che si lascia cadere,
che lascia in asso se stesso. Ma questa uscita del
Figlio è anche l'uscita dello Spirito da Padre e Figlio,
e lo Spirito è il ritorno del Figlio al Padre. All'
estremo confine, sulla riva più lontana, dove
il Padre è invisibile e del tutto nascosto, là il
Figlio espira il suo Spirito, lo soffia dentro nel caos
e nella tenebra, e lo Spirito di Dio sta sospeso sulle
acque. E sospeso nello Spirito il Figlio glorificato si
piega nel ritorno al Padre, e tu con lui e in lui, ed
uscita e rientrata sono la stessa cosa, niente è più
fuori di questa unica vita scorrente.
QUANTO TI RINGRAZIO, SIGNORE, perché posso
scorrere e non devo prendere, posso allargarmi e
distendermi nella tua beata incomprensibilità e non devo
inquietamente arzigogolare sopra segni e scritti.
Giacché tutto è runa *, ma essa sussurra di te, e tutto
è segno e indica te, allude a te. E sull' enigma di
tutte le cose scintilla il tuo mistero sorgendo come un
sole, e nel tramonto di ogni luce del mondo albeggia
silente la tua notte più grande. Violenta mi spinge ogni
strada fuori da me verso la selva intricata, e poiché io
non trovo più nessuna via, percepisco il tuo volo e
respiro. Quanto ti ringrazio, Signore, perché trascendi
il nostro cuore, dato che è alla fine spregevole sotto
di noi quello che possiamo comprendere. E non a
prendere, brama il nostro spirito, ma ad essere preso in
te e, conoscendo, ad essere piuttosto conosciuto dal tuo
cuore. Nel fallimento di ogni verità non è il non sapere
che veniamo a sapere, ma la custodia di ogni verità in
te. L'onda del mondo si inalbera ardita, ma il suo
slancio precipita in polvere e si getta, lungo disteso,
in adorazione alla tua riva. Quanto ti ringrazio,
Signore, che non hai sciolto la tormentosa selva del
mondo se non nella beata e folta foresta del tuo amore e
che, quanto in noi si combatte e si reprime a vicenda,
tu lo fondi nel crogiolo della tua potenza creatrice. E
che tutto ciò che in noi brilla ambiguamente e quindi è
pregno di seduzione si illumina riconciliato in te così
redento (erlosend) nella sua unità biunitaria. Al
posto dell' enigma tu ci metti, illuminandolo, il
mistero. Tutto, perfino il peccato, è per te una materia
e una pietra da lavoro: espiando vicariamente tu prendi
su di te ogni cosa e le doni, senza annientare la sua
sostanza, una sostanza nuova. Dell'immondizia tu fai dei
gioielli, della fornicazione una verginità, ai disperati
tu offri un futuro; la tua magica mano supera tutte le
fiabe dei bambini. Tu sei la fonte sempre viva di ogni
possibilità, e il reale si stende curvandosi tra le tue
dita con fatica minore che non la creta sulla ruota del
vasaio. Tu sei più fantastico di ogni sogno, e le nostre
più pazze utopie sono idiozie e una piatta stereotipia
di quanto tu hai già da lungo tempo realizzato. Però ciò
che tu inventi e pensi liberamente è il sogno più intimo
di tutte le cose, che esse non osavano neppure sognare e
anche non potevano; ma se tu lo prendi in bocca e lo
esprimi come a te piace, hai allora definito la loro
essenza ed esse sono donate a se stesse. Quanto ti
ringrazio, Signore, che il mio essere trascende se
stesso in te, e il mio centro si trova al di là di me
stesso in te. Lungo la linea obliqua del mio cuore devo
allora, mi piaccia oppure no, e a dispetto di ogni mia
resistenza, sfuggire via da me stesso, oltre me stesso,
in te. E così tutte le cose si aprono a te come uova, da
cui sguscia un pulcino come un germe che scoppia, e
tutti gli esseri si sporgono dalle loro finestre
incontro a te e trovano in te, al di là di se stessi, a
un tempo te e se stessi. Essi si collocano in ordine
attorno a te come foglie di fiori intorno alloro segreto
pistillo, il cui silenzio si annuncia solo come profumo.
La rosa del mondo si sfoglia, tutti noi appassiamo e
cadiamo, ma in un simile autunno fiorisce una primavera.
Cadiamo come fogliame impallidito, ci guastiamo e
marciamo, nella terra si muta ciò che viene dalla terra,
il cuore che pensa terrestremente. E un' altra volta il
giardino del cielo si muta in selva selvaggia
brulicante. Noi non siamo Dio. Il silenzio del limite
non è illuminabile. Il limite è la nostra forma, il
nostro destino, la nostra felicità. Non possiamo fare a
pezzi la nostra forma, tu stesso hai rispetto della
nostra forma. Indietreggiamo nella distanza. L'amore è
solo nella distanza, l'unità è solo nella distanza. Dio
stesso è una unità dello Spirito solo nella distinzione
di Padre e di Figlio. Il fatto che noi siamo di fronte e
di contro e specchi riceventi è il sigillo in noi della
tua paternità originaria assoluta. Nel fatto che noi non
siamo te assomigliamo a te. Nel fatto che ci siamo
ritirati nella lontananza della rispettosa venerazione
abbiamo parte alla vicinanza dell' amore. Poiché l'amore
è casto e il seno di Dio è verginale. E la regina, tua
Madre, è Vergine e ancella.
Ci prostriamo e ti adoriamo. Alla fine tu sei ancora
tu, cuore nel centro. Noi non siamo. Ciò che è buono in
noi sei tu; ciò che noi siamo non merita considerazione.
Noi scompariamo davanti a te e non vogliamo essere altro
che specchio e finestra per i nostri fratelli. La nostra
caduta davanti a te è la tua salita sopra di noi, il
nostro confluire in te e il tuo ingresso in noi. Poiché
anche il nostro scomparire in te porta la figura del tuo
proprio scomparire, e anche la nostra colpevole
lontananza da te non ci appartiene, perché tu ne hai
fatto la lontananza tua propria. TI peccato ha la forma
della salvezza.
Così tu rimani alla fine solo, e tutto in tutto. Sei
una sola cosa con te, e senza perdere te tu ti versi
nell' essere multiplo; rimanendo nella pluralità dei
molti membri tu li prendi su tutti in casa nell'unità
del corpo. Nel fatto che tu ti svuoti nell'estrema
debolezza e nella rinuncia all' amore sta l'azione della
tua forza estrema e del tuo amore immutato, e quando tu
sei al massimo debole e tutti ti calpestano come un
verme, allora tu sei l'eroe e hai calpestato il
serpente. Che cosa è poi vuoto? Che cosa è poi pieno?
Quale dei due è il mancare? Se tu sei vuoto e hai sete
di pieno, allora siamo noi, la chiesa, la tua pienezza.
Se tu sei pieno e sei bramoso di venir scaricato, come
una nutrice con il petto traboccante che le fa male:
anche allora siamo noi, la chiesa, la tua pienezza.
Tuttavia sempre sei tu la pienezza, e noi la vuotezza,
sempre, anche quando tu sei sfinito e dilavato,
riceviamo noi tutti dalla tua pienezza grazia su grazia.
La tua chiesa è solo il tuo calice, solo il tuo organo.
Tu sei la fontana traboccante che scorre; e anche se
zampilla da noi una sorgente fino alla vita eterna,
allora è questa pure la bevanda che tu ci hai dato,
poiché da te sgorgano fonti di acqua viva. E quando tu
vai per il mondo come un essere povero e grigio, avvolto
nel vestito degli umili e diseredati, ti nascondi dietro
peccatori e pubblicani, e noi, dispersi, compiamo su di
te le opere della misericordia, anche allora tu solo sei
colui che dona e che rende possibile in noi l'amore di
dentro e di fuori.
Tu rimani solo. Tu sei tutto in tutto. Anche quando
il tuo amore vuole noi per svolgersi nell'unità di due e
per celebrare il mistero della generazione e del grembo,
allora è pur sempre TUO l'amore sia di qua che di là;
l'amore che là dà e viene dato, seme a un tempo e
grembo, e il bambino che vi si partorisce sei tu un'
altra volta. Quando l'amore ha bisogno di due piedi per
camminare, allora chi va è Uno solo, e questo sei tu. E
quando l'amore ha bisogno di due amanti, di uno che ama
e che viene amato, l'amore è pur sempre uno solo, questo
sei tu.
Tutto ha relazione al tuo cuore che batte. Il tempo e
la durata martellano ancora e creano, e con colpi grandi
e dolorosi spingono avanti il mondo e il suo divenire. È
l'impazienza dell'orologio, e impaziente è il tuo cuore
finché noi non riposiamo in te, e tempo ed eternità
sprofondano l'uno nell' altra. Ma: state calmi, io ho
vinto il mondo. Il tormento del peccato è già affondato
nella calma dell' amore. Più oscuro è diventato per
questo, più fiammeggiante e ardente, causa l'esperienza
di ciò che è il mondo. Ma l'abisso più futile della
rivolta è inghiottito dall'insondabile misericordia, e
coi suoi colpi maestosi regna tranquillo il cuore
divino.
* Runa significa ciascun segno grafico dell'
antica scrittura germanica. (ndt)

۩ SU

|
Hans Urs
von Balthasar nacque a Lucerna il 12 agosto
1905. Dopo gli anni della formazione,
durante i quali studiò appassionatamente
musica e letteratura, nel 1929 entrò nella
Compagnia di Gesù. Decisivi per la sua
formazione teologica furono gli incontri con
Erich Przywara, Henri de Lubac, Karl Barth,
mentre la collaborazione con Adrienne von
Speyr portò alla fondazione dell'Istituto
San Giovanni e della Johannes Verlag e alla
elaborazione di un pensiero teologico
dominato dall'idea che solo l'amore è
credibile. Su questo fondamento von
Balthasar costruì la sua vasta opera
teologica che prese forma compiuta nella
trilogia di Gloria, Teodrammatica,
Teologica. Nominato cardinale per il suo
contributo alla teologia cattolica, von
Balthasar non fece in tempo ad indossare la
porpora. Morì il
26 giugno
1988. |


