* * *
Introduzione
Sono rimasto sorpreso per l’insistenza
con cui ricorre nei Vangeli dell’ultima
cena l’invito alla gioia (Gv
15, 11; 16, 20-21; 22.24; 17, 13). E’
uno dei temi più presenti nei discorsi
di addio dell’ultimo incontro conviviale
di Gesù con i discepoli, quasi una
preparazione psicologica e una pedagogia
amorevole per quanto sta per accadere, e
che, tuttavia, non è una fine tragica ma
un passaggio doveroso. La tristezza dei
discepoli, assicura Gesù, si muterà in
gaudio. Nelle sue confidenze intime Gesù
ci parla della sua gioia e ci assicura
la nostra. E’ promessa ed è dono. E’
invito ed è superamento. E’ un invito
alla pienezza. “La mia gioia sia in voi
e la vostra gioia sia piena” (1). Vale
la pena riferirsi ad un maestro che
parla così di sé, e promette tanto a
noi.
A pensarci bene dobbiamo ammettere che
la gioia è una parola chiave del lessico
cristiano. Dall’Antico Testamento, con
la gioia di Dio e dell’uomo nella
creazione, all’Apocalisse con la
promessa della gioia senza ombre, un
fiume pieno di letizia percorre tutta la
Bibbia, con momenti di notte e di buio,
ma con la vittoria finale che tutto
mette a posto e anticipa le ragioni
della speranza in ogni momento. Tutto è
detto nelle pagine della Bibbia. Gioia
di Dio per la sua creazione, fino al
punto che vedendo la bellezza del mondo
e specialmente della creatura umana la
pupilla di Dio, dico i rabbini, si è
dilatata, fino a far fluire una lacrima
di estrema gioia divina e di piacere
divino per la sua creazione. La gioia
quindi è insieme realtà interiore e
manifestazione esteriore. Con mille
ragioni per essere felici. E mille
inviti a vivere così, e a manifestare
questo modo di essere e di relazionarsi
dei credenti dell’Antico e del Nuovo
Testamento.
Tutto il Vangelo di Luca è un inno alla
gioia con una intonazione da inno
gioioso come accade nel saluto
dell’Angelo a Maria (“Rallegrati”) e nel
Magnificat, nella buona novella
annunziata ai Pastori: “Vi annunzio una
grande gioia”, nell’annuncio di Gesù
alla Sinagoga di Nazaret, nell’esultanza
di Gesù nella sua preghiera, mosso dallo
Spirito Santo. Possiamo dire che tutta
la vita e la predicazione di Gesù sono
un vero e proprio “Evangelion”, una
Buona e gioiosa notizia del Regno,
dall’inizio fino alla fine (2).

Ragioni non mancano per essere felici.
Sono settanta o centomila, quante ne
vogliamo. Come tante sorgenti, ma con
un’unica acqua. Forse alle volte i
cristiani non se ne accorgono e non
danno testimonianza di una realtà così
semplice. Spesso i non credenti
rimproverano ai cristiani il volto
triste, come se non fosse vero che hanno
una fede che è sorgente di felicità. In
realtà, anche le ragioni per essere
tristi, ci sono; ma sono sempre relative
e non definitive, perché vi è una
speranza cristiana che ha già sconfitto
in precedenza le ragioni di una
tristezza definitiva.
La gioia: un quarto trascendentale per
l’uomo di oggi
Oggi si parla della riscoperta della
bellezza come espressione di una
necessaria integrazione con la verità e
la bontà, due trascendentali classici.
Io mi batto anche per l’introduzione di
un altro trascendentale che è quello
della gioia, della felicità, della
beatitudine, se al pari della ricerca
della verità e della bontà, oggi si
afferma che la bellezza salverà il
mondo. La gioia è anche desiderio intimo
della persona, ricerca costante e mai
appagata, promessa di qualcuno che
veramente c’invita ad essere sempre
nella gioia, anche in mezzo alle
persecuzioni. Alla parola più recente
della teologia, cioè “Dio è bellezza”,
occorre aggiungere: Dio è gioia. Una
giovane santa carmelitana, la cilena
Teresa de los Andes, ha coniato la
frase: “Dio è gioia infinita”.
Occorre quindi mettersi alla riscoperta
delle sorgenti e del percorso della
gioia di Dio e dell’uomo per un
cristianesimo che porti il timbro di
questo Dio che è gioia infinita vissuta
e comunicata. Del resto, il grande
predicatore Gesù, figlio di Dio, ha
iniziato la propaganda del suo messaggio
nuovo nel Vangelo di Matteo con un
invito alla felicità e una promessa,
quella delle beatitudini e della
beatitudine. Beati, cioè, felici,
gioiosi…Certo, non a poco prezzo, ma
rovesciando i valori della vera gioia
secondo il mondo, con un invito a tutti
coloro che ad ascoltarlo sembravano
piuttosto dei poveri e degli infelici
del suo tempo e di tutti i tempi.
Il Regno di Dio che Gesù annunzia con
divina pedagogia, porta sempre con sé,
come frutto e come lievito, l’esperienza
e la promessa di una santa letizia. Gesù
ha vissuto una esperienza giubilare,
gioiosa, nella libertà e nella
condivisione di tutto con gli altri. Ha
creato una Chiesa della gioia se dei
primi cristiani si metteva in luce
specialmente la letizia e la semplicità
nel cuore….La gioia ha un’espressione
che dal cuore fiorisce nel volto. La
luminosità degli occhi, la lievità
aperta del volto, la forza dell’amore
che si esprime in parole e in sguardi,
la dilatazione del sorriso, il battito
del cuore che si manifesta nello stupore
di un sentimento nuovo e gratificante
che fa bene anche alle arterie e porta
ad illuminare tutta la persona che a sua
volta illumina gli altri, sono
componenti della gioia.

Qualche riflessione antropologica
Talvolta il sorriso scoppia nella
risata, procurata da un colpo di ingegno
da una osservazione acuta, da una uscita
imprevedibile, da un rovesciamento della
logica, da una presa in giro, nel senso
più esatto della parola, da un rigirare
le cose e la logica amara, per scoprire
un altro lato della realtà, configgere
una certa visione pessimista, scoprire,
il senso del ridicolo di certi
atteggiamenti, contestare un modo tutto
razionale e serio di vedere le cose che
non è l’unico, ampliare gli orizzonti
del pensiero e dell’esistenza. Ed ecco
il sorriso e la risata che fanno buon
sangue come si dice. Ecco come gioia,
sorriso ed umorismo nascono dal cuore
buono, mite e profondamente umano. Come
una forza creativa che nel nostro cuore
non si rassegna alla tristezza e ai
limiti, come uno scoppiettio della
speranza che cerca altre soluzioni ed
altre ragioni, semina allegrezza, perché
è della natura umana, ad immagine di
Dio, comunicare, donare, condividere…Ma
tutto questo nella verità, altrimenti la
gioia è vuota ed effimera, ingannevole e
pericolosa, lascia una tristezza ancor
più grande. Il sorriso e la risata
chiedono la verità e la schiettezza, ma
anche una certa bontà ed una bellezza un
po’ arlecchina, anche quella del clown
che, consapevole dei limiti propri ed
altrui, strappa sorrisi ai bambini e
agli adulti.
Ma attenzione! Il sorriso e la risata
non devono diventare una smorfia
infelice e vuota, e l’umore non deve
caricare ancora le tinte per diventare
quello che si chiama “humour nero”, che
incenerisce subito al gioia e la
seppellisce in una tristezza ancor più
profonda; humour superficiale o morboso
che scandalizza, seminando nel cuore e
nella mente tossine di malizia e di
cattiveria che sconvolgono l’equilibrio
personale e il rapporto con gli altri.
Basterebbe questa serie di osservazioni
per capire quanto importante sia la
gioia, il sorriso e l’umorismo, quanto
si addicano alla vocazione umana e
cristiana, quanto siano un dono di Dio
ed una invidiabile qualità, quanto
possano contribuire a cambiare il mondo,
incominciando a cambiare il volto e il
cuore delle persone, i rapporti, gli
incontri. E tuttavia quanto fragile è
l’equilibrio e sottile la demarcazione
fra la vera gioia, piena di bontà e di
bellezza, che si colora di umorismo e
trasfigura i volti nel sorriso, e la
falsa gioia che produce smorfie e non
sorrisi. “Humour nero” e non bianco, che
distilla amarezza e pessimismo e non
bontà ed ottimismo cristiano.
Se poi si guarda questo mondo dove c’è
tanta tristezza e tanta gioia
superficiale, viene da pensare che i
cristiani, uomini della gioia, del
sorriso e del buon umore, devono
diventare apostoli di un nuovo
apostolato umanistico, quello del buon
umore e dell’ottimismo cristiano. La
Chiesa ha bisogno di diventare insieme
una casa ed una scuola di comunione
nella gioia vera, tanto più umana quanto
divina.
Dalla teologia all’esperienza
Ma quale posto occupa la gioia e
l’umorismo in una sana spiritualità? A
dir vero non è difficile trovare a
livello teorico in libri e Dizionari di
vita spirituale, anche recenti pagine
belle e suggestive sulla gioia. Certo
non è facile parlare della gioia
nell’ambito della spiritualità. La
parola risuona centinaia di volte con
una sinfonia di parole, come è stato
ricordato, nelle pagine dell’Antico e
del Nuovo Testamento. Si può quindi
proporre un vero e proprio trattato di
teologia biblica della gioia, come è
stato fatto di recente in due libri
monografici del
Dizionario di spiritualità biblica e
patristica, uno dedicato alla
Bibbia, AT e NT, un altro dedicato ai
Padri della Chiesa di Oriente e di
Occidente (3). Ma non vogliamo tediare
con una serie infinita di citazioni
bibliche sulla gioia, le sue cause, le
sue fonti. Basta fare memoria, per il
momento e sapere che esistono queste
trattazioni sistematiche. Cerchiamo
piuttosto di offrire alcuni spunti che
ci permettono attraverso l’esperienza
spirituale di entrare nel mondo della
gioia di Dio e della gioia umana, come
autentica esperienza di spiritualità.

La gioia: una esperienza liturgica
Di gioia parlano tanti testi liturgici,
oltre a quelli dei salmi e dei cantici,
che mettono sulle labbra dei fedeli, più
che parole, sentimenti che fanno
commuovere il cuore nella esperienza
ineffabile del canto, spesso
accompagnato da felici melodie che sono
chiamate “jubilus”, come l’alleluia del
gregoriano, un modo di gioire e far
gioire con il canto che si eleva e cade,
si rialza e si slancia, quasi con un
desiderio di non finire mai.
“Luce gioiosa”, “Phos ilaron” cioè
“Ilare luce”, luce che procuri la gioia,
il gaudio che generi il sorriso del
cuore e della labbra, è l’inizio di uno
degli inni più antichi della Chiesa,
rivolto a Cristo, cantato ancora oggi
tutti i giorni nel vespro nella liturgia
bizantina, quando scende la sera.
Bisogna ascoltare quell’antica melodia
cantata dai nostri fratelli ortodossi
della Grecia per sperimentare la vera
gioia spirituale dell’invocazione a
Cristo mentre il sole tramonta e il
giorno volge al termine. Canti della
Chiesa antica e moderna che hanno
prodotto tanta gioia nei cuori nella
celebrazione della santa liturgia, come
quelli che ricorda Agostino nel momento
della sua conversione o Paul Claudel,
più vicino a noi, nel giorno del suo
battesimo a Notre Dame de Paris.
Gioia del cielo sulla terra, è il
titolo di uno dei primi libri di Max
Thurian, nei primi anni di monaco di
Taizé, parlando della liturgia vissuta
con la semplicità dei cuori puri. Una
liturgia, come quella attuata dai monaci
di Taizé che tanti giovani è riuscita ad
attirare, dove bellezza, bontà e gioia
si mescolano nei gesti e nelle luci,
nelle icone e nei canti…Ma la gioia
vissuta nella liturgia si porta in terra
con la carità vissuta, affinché secondo
la bella espressione del Crisostomo,
facendo a Cristo quello che è fatto al
più piccolo “la terra diventi cielo”. Un
messaggio sempre attuale: portare la
gioia, dono di Dio, dove c’è la
tristezza per essere veicoli della gioia
di Cristo nel mondo…Per questo la
liturgia, specialmente la liturgia
pasquale, che prende spunto dalla notte
santa di Pasqua, è piena di inviti alla
gioia, ad incominciare dal grane
preconio pasquale, che dà il “la” di una
tonalità gioiosa e pasquale alla vita
cristiana: “Esulti il coro degli angeli,
esulti l’assemblea celeste, sia in festa
tutta la Chiesa…”. Un canto nel quale la
gioia profonda e travolgente non manca
dell’umorismo della sfida teologica di
Agone, quando si arriva a riconoscere
come “felice” la colpa di Adamo che ci
ha procurato un tale Redentore. Il testo
attuale dell’Exultet, canto e sfida del
gaudio della Chiesa nella proclamazione
della risurrezione del Signore, conserva
ancora gli echi del cantico antico
iniziale dell’Anonimo quartodecimano in
una delle prime omelie pasquali.

Una ondata di letizia percorre i canti
liturgici pasquali di Oriente e di
Occidente, il saluto pasquale che si
rivolgono i cristiani durante il tempo
di Pasqua e con motivo della morte di un
cristiano come sfida alle ragioni della
tristezza e della morte: “Cristo è
risorto”; “Sì è veramente risorto”.
Gioia che si rinnova e si prolunga in
ogni domenica. E’ nota la famosa frase
della
Didascalia degli apostoli: “Chi è
triste nella domenica commette peccato”.
Perché se l’enigma che fa piangere, ci
fa essere tristi e talvolta porta a
stravolgere la gioia in lutto, è paura
della morte, la vittoria di Cristo
rimane la ragione definitiva della gioia
cristiana. Per i cristiani è emblematico
il canto dell’Alleluia, che è sinonimo
di gioia cantata al Signore; alleluia è
il canto nuovo della Pasqua, il canto
del cammino verso la patria, con quel
“canta e cammina” dei pellegrini verso
la patria, secondo la bella espressione
di Agostino; pellegrini che condividono
la stessa letizia traboccante della
speranza e che si fanno coraggio nella
stanchezza guardando in avanti
prendendosi per mano, cantando
camminando e camminando cantando (4).
Davvero un cammino gioioso è quello del
cristiano. Un autore cristiano dei primi
secoli, Eusebio di Seleucia, ha potuto
scrivere una frase ad effetto che rivela
un valore perenne della spiritualità
cristiana, attinta alla gioia della
pasqua: “La risurrezione di Gesù ha
fatto della vita dei cristiani una festa
senza fine” (5). Questa frase, letta da
un monaco di Taizé afflitto da cancro e
comunicata a Roger Schutz, ha dato
origine a un libro che ha avuto molta
risonanza presso i giovani pellegrini
della comunità di Taizé:
La tua festa non abbia fine (6).
“Festa senza fine”, una “sacra
celebrazione”, un giorno senza tramonto
è stata definita la vita dei cristiani
che credono nella Pasqua. Non è motivo
di gioia e di realismo sentirsi dire dal
serio “didascalo” di Alessandria,
Origene, che il cristiano è il luogo
della celebrazione e della festa con
tutte le opere della sua vita quotidiana
e che si deve ritenere sempre un tempio,
abitato da Dio, anche se ti trovi nel
teatro, perché sei il santuario di Dio?
(7).
Forse dobbiamo ritornare alla Pasqua
come ad un punto di riferimento
essenziale per la gioia cristiana. La
certezza della Risurrezione di Gesù è
anche certezza della vittoria del bene
sul male, dell’amore sulla morte, la
vittoria del Padre del nostro Signore
Gesù Cristo, cioè del Padre che ha
risuscitato Gesù e lo ha costituito
Signore. Egli è la garanzia della
vittoria finale ma anche della presenza
con noi e in noi di una sorgente di
gioia infinita. Un autore spagnolo, J.
Martin Descalzo, ha scritto un succoso
libretto dal titolo
Le ragioni della gioia. 70 motivi per
trovare la serenità (8). Alla fine
del libro sintetizza tutto il suo
insegnamento con una considerazione sul
tempo di Pasqua ed una serie di ragioni
fondamentali che partono dalla
risurrezione di Cristo come motivi
essenziali e definitivi di letizia. La
Pasqua è stata considerata un
“laetissimum spatium”, uno spazio
traboccante di gioia, come afferma
Tertulliano da celebrare durante
cinquanta giorni, e poi ogni settimana.
Non dimentichiamo la profonda
affermazione di Paolo VI: “Per essenza
la gioia cristiana è partecipazione alla
gioia insondabile, insieme divina ed
umana, che è nel cuore di Gesù Cristo
glorificato”. E’ Cristo che vive in noi
e gioisce in noi con la stessa
esaltazione dello Spirito.
“Gaudente in Domino”: Esortazione alla
gioia
Ma ecco che dobbiamo parlare di Paolo
VI, il Papa che ha scritto un bel
documento sulla gioia cristiana (9). Sì,
abbiamo anche fra i documenti recenti
del Magistero un bel trattato sulla
gioia cristiana. L’ha scritto un Papa
che aveva piuttosto un volo mesto, lo
chiamavano alcuni maliziosamente “Paolo
mesto”, ma forse non avevano mai fissato
gli occhi di quel Papa luminoso e non
avevano mai ascoltato certe parole di
fuoco dette in determinati momenti. Ecco
cosa ha detto parlando dello Spirito
Santo in un inno al Consolatore, in una
pagina fra le più belle forse scritte
sul Paraclito in tutta la storia della
Chiesa: Egli è “animatore e
santificatore della Chiesa, suo respiro
divino, il vento delle sue vele, suo
principio unificatore, sua sorgente
interiore di luce e di forza, suo
sostegno e suo consolatore, sua sorgente
di carismi e di canti, sua pace e suo
gaudio, suo pegno e preludio di vita
beata ed eterna” (10). Un testo che fa
gioire dal più profondo del cuore e dice
che non solo la gioia è dono dello
Spirito, ma che lo Spirito è la gioia e
la sorgente perenne della letizia
cristiana. Ecco quindi che Paolo VI, nel
1975, celebrando l’anno giubilare ha
voluto donare alla Chiesa il manifesto
della gioia cristiana con l’Esortazione
Apostolica “Gaudente in Domino” del 9
maggio 1973. Tutto quanto si può dire a
livello biblico e teologico della gioia
cristiana si trova scritto lì come in
una sintesi della gioia. Gioia come
espressione caratteristica della natura
umana; è, infatti, una delle “passioni”
della persona umana, cioè di quei
sentimenti ricchi di risonanza e di
bellezza che sono il patrimonio
antropologico più bello. Gioia non
frenata e non offuscata dalle
contraddizioni che la minacciano e la
fanno venire meno, per i mille fenomeni
che la mettono in difficoltà. Paolo VI
annunzia le grandi verità della Bibbia,
l’esempio dei Santi Martiri gioiosi che
hanno dato testimonianza della gioia e
perfino dell’umore davanti ai carnefici,
come si racconta di san Lorenzo sulla
graticola. Figure luminose di
apologisti, testimoni e dottori della
gioia come Agostino, testimoni come
Francesco, Bernardo, Domenico, Ignazio,
Teresa d’Avila, Giovanni della Croce e
Giovanni Bosco, Teresa de Lisieux e
Massimiliano Kolbe. Anche se mancano
all’appello Francesco di Sales e Filippo
Neri.
Non manca quindi nella Chiesa cattolica
una buona teologia della gioia radicata
nella stessa psicologia umana, nelle
ragioni più profonde della fede, della
natura e della grazia, nelle certezze
che ci vengono dalla paternità di Dio,
della presenza di Cristo, della nostra
vita destinata alla gloria, delle mille
gioie della vita, seminate lungo le
strade della nostro giornata. Gioie che
fanno la storia del quotidiano.

Spiritualità della gioia
Esiste una considerazione particolare
della gioia nell’ambito della
spiritualità? Ad essere sistematici
nelle nostre considerazioni dobbiamo
dire che non esiste una vita cristiana,
cimentata sulle ragioni della fede, che
non sia per forza piena della letizia
che è uno dei frutti dello Spirito.
Anche se spesso gli spirituali
scientifici dimenticano di inserirla
nelle loro considerazioni sistematiche,
i veri spirituali la mettono al centro
delle loro testimonianze. Oggi ritorna
di moda il tema della gioia e della
festa. In realtà è da tempo che è
ritornato. Con estrema regolarità, in
tempi in cui il rigorismo e la freddezza
prevalgono nella vita della Chiesa, lo
Spirito Santo suscita una ventata di
teologia e spiritualità della gioia,
un’ondata carismatica. E’ capitato anche
nei decenni passati. Quando il vento di
tramontana della secolarizzazione ha
spazzato via tante cose nella Chiesa, lo
Spirito Santo ha soffiato un po’ di
scirocco di fervore e semplicità per
ridare equilibrio alla sua Chiesa. Basti
pensare a quanto è avvenuto nella Chiesa
con le espressioni di gioia del
rinnovamento carismatico. Quando, i seri
teologi hanno inondato con volumi
ponderosi ed interminabili la teologia,
è ritornata di moda la saggezza degli
apologhi, delle fiabe e dei racconti.
E’ la teologia della gioia che risplende
nella spiritualità della liberazione,
gioia dei poveri di Yahvè che si
“abbeverano nel proprio pozzo”, è la
saggezza della vita che porta a
festeggiare in letizia la creaturalità,
la fede in Dio Padre, la speranza, la
dimestichezza tutta familiare con la
Vergine Maria ed i Santi, come accade
nei popoli del così detto terzo mondo,
veri maestri della gioia e della
semplicità cristiana. Certo la gioia è
un dono ed un cammino, una
responsabilità ed un compito. Alcuni
potrebbero ricondurre tutto ad una certa
superficialità che metterebbe in
pericolo la serietà della croce e il
superamento ontologico del dolore e
della morte con la risurrezione del
Signore. Per questo non possiamo
dimenticare che la gioia vera, come la
Risurrezione del Signore, sorge
dall’abisso del suo abbandono sulla
Croce, limite di ogni limite. Ancora
oggi la gioia più vera ed autentica
nasce da questo abbraccio generoso del
Dio Crocifisso e Risorto.
Ci sono di esempio i santi, i quali
sanno distinguere alcuni processi ed
alcuni momenti di questo stato luminoso
e radioso della vita e del cristiano
autentico. Uomo della gioia vera,
provata ma autentica, comunicatore di
entusiasmo e di speranza. Uomini e donne
delle notti oscure e delle giornate
luminose della quotidiana esperienza
cristiana. Se è vero come dice il noto
documento del Vaticano II dal titolo
Gaudium et spes (Le gioie e le
speranze) al n. 1 che nulla di quanto è
umano è alieno al cuore del discepolo di
Cristo, come possiamo togliere la gioia,
con i suoi sentimenti più veri e le sue
ragioni più umane, dal vocabolario,
dalla teologia e dalla spiritualità di
Colui che ci ha parlato della gioia ed è
lui stesso, come dicono gli antichi inni
latini dell’Ascensione è “il nostro
gaudio”?

Scorrendo le
pagine dei mistici, come Teresa d’Avila,
s’impongono alcune considerazioni
basilari. Ogni incontro con il Signore
lungo il cammino della vita è sorgente
di felicità sempre più piena, sempre più
vera, travolgente, comunitaria. E’
frutto delle prove superate, della
maturità acquisita, dell’esperienza che
si afferma con il procedere nel cammino
di Dio. Ma ci sono due aspetti della
gioia che sono quasi al vertice
dell’esperienza umana e cristiana dei
santi. La prima è la gioia pura che
brilla come una luce attorno al buio
della sofferenza, delle prove accettate
e subite, quelle di Dio e quelle degli
uomini. E’ la gioia non facile,
contraddittoria, mistica – perché puro
dono di Dio –, come quella sperimentata
e cantata da Paolo in mezzo alle
tribolazioni. Il sovrabbondare della
gioia in mezzo al dolore fisico o
morale, spirituale, è puro dono di Dio,
esperienza forte e chiara della grazia.
Il sorriso di un malato, gli occhi
luminosi di un cristiano in mezzo alla
sofferenza, l’impasto di lacrime e di
sorriso che spesso vediamo in cristiani
e cristiane che vivono la croce luminosa
e gloriosa, sono segni vivi della
presenza di un dono dello Spirito.
Queste scintille di gioia che si
sprigionano dagli occhi dei nostri
fratelli e sorelle nel momento del
dolore, sostenuto con eroismo, aiutato
dalla carità della presenza e della
compagnia, sono manifestazioni di
risurrezione, dimostrazioni
dell’esistenza di Dio, proprio come
l’evidenza dell’esistenza di una logica
divina, un modo nuovo di essere, una
testimonianza della trascendenza, come
un risalire dell’abisso. Sono segni veri
e propri della risurrezione, tanto più
credibili quanto più contrari alla
logica del mondo.
Sorrisi di malati e carcerati, di poveri
e di sofferenti, di perseguitati e di
condannati ingiustamente, sono luci che
accende solo lo Spirito Santo, luce dei
cuori…La letteratura antica cristiana è
piena di testimonianze della gioia dei
martiri portati al rogo, nella
compostezza delle loro risposte, nelle
espressioni quasi liturgiche di un Amen
o di un Alleluia, nell’umorismo con cui
rispondono ai persecutori, quasi
sollevando un velo sulle certezze
interiori. Ricordiamo il Vescovo
Policarpo che al giudice che lo esorta a
rinnegare Cristo risponde che è da 85
anni che lo serve e non gli ha fatto
alcun male e non può rinnegarlo ora. I
martiri di Abitene ai quali il giudice
dice di consegnare le Scritture che
hanno letto nell’assemblea rispondono
che le scritture le hanno tutte scritte
nei loro cuori e affermano, quando sono
rimproverati per aver celebrato il loro
culto proibito dalle leggi imperiali,
che i cristiani non possono vivere senza
celebrare l’Eucaristia.
Una gioia contagiosa si sprigiona dai
martiri nel giorno della loro passione.
Nel martirio di Perpetua e Felicita si
afferma: “Splendette infine il giorno
della vittoria e passarono dalla
prigione all’anfiteatro, come se fosse
in cielo, esultando, ma piene di
dignità, trepidanti forse ma di gioia,
non di paura” (11). E’ questa la vera
letizia pasquale, dono di Dio, frutto
dello Spirito, prova dell’esistenza del
soprannaturale. Anche se corriamo il
pericolo di idealizzare la vita dei
primi cristiani essi sono sempre punto
di riferimento anche per oggi. Di essi è
stato scritto: “La gioia dei primi
cristiani come del resto quella dei
cristiani di tutti i secoli, là dove il
cristianesimo è compreso nella sua
essenza e vissuto nella sua radicalità,
la gioia dei primi cristiani era una
gioia invero nuova, mai conosciuta fino
allora. Non aveva niente a che fare con
l’ilarità, con il buon umore, con
l’allegria…Né era semplicemente la gioia
esaltante dell’esistenza e della vita –
come direbbe Paolo VI – né la gioia
pacificante della natura e del silenzio;
né la gioia o soddisfazione per il
lavoro compiuto, né solamente la gioia
trasparente della purezza o dell’amore
casto. Tutte gioie belle. Quella dei
primi cristiani era diversa: una gioia
simile a quella ebbrezza che aveva
invaso i discepoli alla discesa dello
Spirito Santo. Era la gioia di Gesù…E la
gioia dei primi cristiani sgorgava
spontanea dal fondo del loro essere,
saziava completamente il loro animo.
Essi avevano trovato veramente ciò di
cui l’uomo di oggi, di sempre va in
cerca: Dio che lo soddisfa pienamente.
Avevano trovato la comunione con Dio,
elemento essenziale alla loro piena
realizzazione…Questa era la felicità dei
primi cristiani adulti e giovani
(l’unità fra l’amore di Dio e l’amore
dei fratelli) che si sprigionava in
liturgie festose, traboccanti di inni di
lode e di ringraziamento…” (12).
Una gioia che conquistava, una
evangelizzazione per irradiazione che ha
conquistato l’impero romano. Una lezione
sempre viva per noi cristiani di oggi,
doverosi testimoni della gioia in favore
dell’uomo e della donna del
“postmoderno”, tutti attirati dalla
soggettività e dal desiderio di sentire
più che di pensare, che vuole fare
esperienza e si convince solo con le
ragioni del cuore e la riprova del
sentimento, come convinzione totale.
Ascesi e mistica della gioia
cristiana
Si può affermare che esiste una ascesi
ed una mistica della gioia cristiana.
Giovanni della Croce, profondo
conoscitore delle “pneumopatologie”
dell’uomo e quindi delle “pneumoterapie”
dello spirito e della psiche, ha
osservato per esempio che gli appetiti…o
desideri disordinati, fra l’altro,
“intristiscono” la persona e la
tormentano a lungo andare anche se per
un momento sembrano soddisfare i
desideri che restando inappagati creano
il disagio della non continuità del
gaudio. E’ stato notato dagli “etologi”
la tristezza che segue negli animali
anche alla gioia dell’atto sessuale: “Post
coitum omne animal triste”. Quante
tristezze nel mondo vengono a rendere
tristi le persone dopo le gioie
disordinate!
Nella sua logica Giovanni della Croce
educa le persone a non porre la gioia in
godimenti passeggeri e così conduce a
incentrare tutte le energie nell’amore
vero, distaccato e puro che diventa
sorgente di gioia profonda e sicura. Dio
stesso, afferma ancora Giovanni della
Croce, prova le persone quasi per
illuminarle dal di dentro come un legno
che investito dal fuoco e purificato
diventa incandescente. Ogni gioia vera è
purificata, libera, pacifica. Oltre a
questa gioia provata, la mistica conosce
anche una vera e propria esplosione di
questa “passione” umana resa divina. Due
sono le forme della gioia mistica. La
prima è quella tutta carismatica che
rende la persona letteralmente pazza di
gioia, desiderosa di cantare il suo Dio,
tutta desiderosa di comunicarlo agli
altri. Ci sono stati momenti di gioia
carismatica, come in san Francesco di
Assisi e in san Filippo Neri. Ma non
solo. L’altra gioia mistica è quella che
Giovanni della Croce chiama la festa
dello Spirito, una specie di esplosione
di carità che nel profondo dell’essere –
sensi e sentimenti, psicologia e spirito
–trabocca, come un anticipo della gloria
celeste.

Pedagogia della gioia
Oggi vanno di moda i libri che fra la
spiritualità, la psicologia e la
pedagogia, con una buona dose di
realismo spirituale e di sana
psicologia, insegnano l’arte di essere
felici. Nelle mie ricerche
sull’argomento ne ho trovati due di
valore. Il primo, più nella linea
carismatica, è opera di un buon
terapeuta, padre di famiglia, impegnato
nel ministero della guarigione, Jean
Pliya, Siate sempre nella gioia
(13). Una specie di manuale di terapia
spirituale per l’uomo di oggi. Il
secondo è del celebre monaco Anselm Grun,
benedettino tedesco, grande maestro del
realismo cristiano per la serenità e la
guarigione dei cristiani di oggi che
vogliono riacquistare una sana
spiritualità divino-umana, con radici
evangeliche e serenità umanistica. Il
titolo del libro è un programma.
Ritrovare la propria gioia (14).
Rimando a questi autori per chi vuole
sapere di più.
Un
breve decalogo esistenziale della gioia
Io, che mi ritengo una persona felice e
realizzata nella mia vocazione, ho
pensato di dover testimoniare quello che
vivo ed offrire una specie di decalogo
della mia felicità, della mia esperienza
gioiosa di essere quello che sono. Ed ho
compilato un piccolo decalogo della
felicità con aspetti positivi e
negativi.
1. La gioia della gratuità
Si tratta di vivere sempre con un senso
di gratitudine e di gratuità. La prima
apre il cuore al ringraziamento verso
Dio. La seconda ti aiuta a donarti
costantemente agli altri, senza badare
troppo all’egoismo. La gratitudine
sgorga dalla consapevole esperienza di
quanto si deve a Dio, vissuta ogni
giorno in lunghi tempi di preghiera ed
in piccoli attimi di contemplazione.
Essa ti allarga il cuore. La gratuità
del servizio nell’amore oltre a dilatare
la capacità di amare ti permette di
uscire da te e di godere delle mille
gioie della comunione, della relazione,
della creatività. E’ il dono della vita
fatto agli altri che ti fa vivere ancora
più in abbondanza e ti gratifica per il
dono fatto che, passando in verità dal
cuore, non può non renderlo più buono.
2. Davanti a Dio nella preghiera
Alle volte anche senza volerlo sentiamo
che il nostro stato d’animo, pur nella
felicità sostanziale, ha zone d’ombra.
Basta scendere un po’ in profondità
nella propria coscienza per ritrovare le
piccole radici dei dolori dell’anima,
delle nostre pneumapatologie. Piccoli
noduli che non lasciano scorrere la
gioia. Piccoli buchi dell’anima da dove
scorre e si perde la nostra energia
spirituale. Il bisogno di un po’ di
umiltà che è l’unguento delle nostre
ferite, dice Teresa d’Avila, e la
mitezza che è saper sopportare gli
altri, ma specialmente sapere sopportare
se stessi, è una buona pneumoterapia
cristiana. Un tuffo nel realismo,
nell’accettazione della realtà, nella
misericordia di Dio ed ecco, per poi
risalire rigenerati.
3. Superare le tentazioni contro la
gioia
Ci sono momenti più prolungati in cui
siamo tentati contro la gioia, è il
tempo dell’accidia spirituale. Un
momento di riflessione, una prolungata
preghiera, un porre un ordine nella
vita, ti dice subito che nell’insieme
dei valori e delle funzione della buona
armonia spirituale, manca l’equilibri
degli aspetti. Qualche zona importante
della nostra vita (affettività,
preghiera, riposo, riflessione,
ricreazione…) non è stata abbastanza
curata. Un tocco di equilibrio ridona la
gioia. Si tratta insieme di porre
rimedio, di riscendere alle sorgenti
della gioia vera, di inondare di luce le
tenebre dello spirito.
4. La bellezza del quotidiano
La vita è seminata dalla mattina di
piccole gioie e sorprese: la liturgia
ben vissuta, l’incontro con i fratelli e
le sorelle, il saluto gioioso, la
telefonata, l’occhiata ai giornali e
alla TV, il cibo, l’igiene personale ed
il riposo, la riuscita di un lavoro, la
certezza di una amicizia…Sana
spiritualità è prendere con gratitudine
queste gioie che vengono dalla fonte
della gioia, con una visione non
negativa ma positiva della vita
spirituale. Se poi si vivono tutte
queste cose in comunione la gioia si
moltiplica: si dona e si riceve dagli
altri.
5. La gioia dell’amicizia
Gioia spirituale è per me l’esperienza
di una buona amicizia con i santi del
cielo e con quelli della terra.
L’amicizia è una fonte di gioia, anche
se essa deve passare per doverose
purificazioni. Avere amici ed amiche,
anche di grande valore nella Chiesa e
sentirsi apprezzati e stimati da essi,
interpellati anche per lavori di
collaborazione è una fonte di gioia che
invita a dare un grande rilievo
all’amicizia nella vita religiosa e
nella Chiesa. Sono piuttosto favorevole
ad una Chiesa amica e fraterna e per
questo gioiosa e capace di vivere con
tutti. Ma mi sento gioioso di avere una
buona amicizia con Dio. Certamente con
Cristo e con il Padre, ma anche e in
modo tutto speciale con lo Spirito
Santo, mio consolatore e difensore.
6. Nella saggezza del momento
presente
Un grande segreto della gioia è la
capacità di vivere il momento presente.
In realtà, non possiamo vivere se non il
presente, ma se diventa un’illusione che
ci fa guardare indietro, corriamo il
pericolo di diventare statue di sale
come la moglie di Lot; e se scappiamo
dal presente verso un futuro ancora
inesistente, rischiamo di vivere
estrapolati dal realismo del qui ed ora
della vita. Vivere il presente è
affidarsi a Dio ed è capacità di tenere
sempre i piedi per terra, affrontare i
problemi ad uno ad uno. E vincere le
ansietà, una ad una, per rimanere nella
gioia. Gioia è essere se stessi, credere
nel Dio del momento presente e sentire
che si è nel posto dove Dio vuole che
siamo, facendo quello che egli vuole che
facciamo. Questa è gioia vera, le altre
cose sono vane illusioni, sorgenti di
scontentezza.- Essere gioiosi è anche
essere contenti di quello che si è e di
quello che si ha…
7. La cordialità dei rapporti
E’ per me fonte di gioia la cordialità
con la quale cerco di trattare gli altri
e la cordialità con cui sono ripagato,
perché “amore suscita amore”, dice
Teresa d’Avila. E seguo la norma del mio
san Giovanni della Croce: “dove non c’è
amore, metta amore e ricaverà amore”. Ho
letto queste belle parole di Vincenzo
de’ Paoli che mi hanno molto
gratificato: “Se la carità fosse una
mela, la cordialità sarebbe il suo
colore. Ci capita di vedere a volte
certe persone con un bel viso tutto
rosso e colorito, che le fa belle e
vive. Ora se la mela è la carità, la
cordialità è il suo colore. Capite come
la cordialità è una virtù con la quale
si testimonia l’amore che abbiamo per il
prossimo, amore che è necessario per
compiere il bene verso quanti ci
avvicinano? Si potrebbe anche dire che
se la carità è l’albero, le foglie e i
frutti sono la cordialità, e se la
carità fosse il fuoco la cordialità ne
sarebbe la fiamma”. C’è anche un
apostolato ed una testimonianza del
sorriso…
8. La felicità di essere in comunione
con tutti
Mi sento contento di essere una persona
universale. Di poter vivere da un punto
molto concreto della terra una
esperienza universale di comunione con
tutti. L’uso discreto dei mezzi di
comunicazione, che allarga il pensiero e
ci mette in contatto con tutta
l’umanità, ma specialmente la
consapevolezza di essere in Dio in
comunione con tutti, mi permette di
sentirmi colmo del mio desiderio di
avere un cuore universale che si
esercita nella comunione con tutti
attraverso “l’internet” della preghiera.
Poi è sempre sorgente di gioia che, alla
prova dei fatti, incontri e viaggi,
pellegrinaggi e visite all’estero,
dialoghi con persone di altre fedi e di
altre religioni, siano diventate per me
esperienze di grande gioia e di
speranza, viste le possibilità con cui
uno stile semplice di accostarci gli uni
agli altri fa crollare i muri e
distrugge le barriere, apre nuove vie al
dialogo.
9. Il senso positivo della vita
spirituale
E’ motivo di gioia nella vita spirituale
costatare, attraverso l’insegnamento di
Gesù, l’esempio dei santi e la
testimonianza di persone veramente
spirituali del nostro tempo, che non
dobbiamo rinunciare a nulla di quanto è
umano, buono, amabile, giusto, bello,
santo purché nulla sia anteposto
all’amore di Dio. E’ gioia vera sapere
per esperienza che la logica del Vangelo
funziona che si ha il centuplo in questa
terra e che Dio non costruisce la sua
gloria sulle ceneri o le rovine della
nostra umanità, ma ci vuole sempre figli
umanissimi e gioiosi, splendenti di
simpatia per rendere amabile colui che è
davvero gioia infinita. Anche questa è
perfetta letizia.
10. Con un pizzico di simpatia umana
e divina
E’ anche fondamento della gioia qualcosa
che mi sento di avere ereditato da mio
padre, un uomo che è stato sempre
gioioso e ha dato gioia a tutti fino
alla sua morte. Lo ha fatto con le sue
poesie, le sue canzoni paesane che
costituiscono un tesoro di saggezza e di
simpatia gioiosa e contagiosa. Mi
riferisco anche alla buona lega che
nella vita cristiana, fanno la gioia e
l’umorismo, quel pizzico di furbizia e
di arguzia che ci serve alle volte di
difesa, alle volte di pista di lancio,
sempre di strumento di comunione per
rendere Dio ed il cristianesimo amabili.
Probabilmente la gioia si declina
perfettamente con l’umorismo, come ci
dimostra anche una sana spiritualità
storica insieme all’esempio dei santi.

"Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo" Lc
24,16
Umorismo
e spiritualità
Il numero di aprile della rivista “Jesus”,
forse perché collocato nel tempo della
gioia pasquale ci ha invitato al “risus
paschalis” quest’anno con articoli,
vignette ed esempi che toccano
addirittura una delle realtà più sacre,
la religione, Dio stesso. Religione e
Dio sono spesso oggetto di barzellette a
non finire. Il titolo del numero della
rivista è significativo un Dossier su
Satira e religione, con una frase ad
effetto: Una risata ci salverà?
Non è quindi solo la gioia, che occupa
il posto più serio nell’ambito della
spiritualità, ma la risata pura e
semplice ad avere una specie di statuto
teologico e salvifico: una risata ci
salverà. Un invito a coltivare una opera
utile e santa (15).
Dal Dossier della rivista apprendiamo
parecchie cose simpatiche, che sono poi
illustrate con piccanti vignette di un
genere letterario insieme rispettoso e
serio, tutto caustico ed umoristico, ma
senza quei toni dissacranti di tutt’altra
letteratura sulla religione e di tutt’altre
vignette religiose. Sono vignette,
scherzi, annotazioni di una vera
purificazione del falso, di una giusta
desacralizzazione del morboso religioso,
di una gesuita presa in giro di forme di
deteriore religiosità, delle quali penso
ride anche il Padre eterno.
Ricordo a questo proposito quanto bene
ha fatto in Spagna un bravissimo
disegnatore religioso, un giovane
sacerdote (Cortés), che per anni ci ha
deliziato nella rivista Vida Nueva
con queste scoppiettate di buon umore,
un po’ Andaluso, con una vita di Gesù
con vignette saporite, con una storia
della Chiesa raccontata con buon umore,
con una storia del padre, l’abbà in
pantofole in cielo, tutto preoccupato
per i figliuoli della terra. E poi una
rilettura di tante vite dei Santi,
raccontate così con il prezzo
dell’umorismo e la creatività delle
vignette, stile fumetti. Una vera e
propria letteratura di grande pregio
esegetico, teologico e spirituale.
Alcune delle vignette e delle
espressioni sono passate ad essere quasi
un pensiero comune recepito dalla gente
più semplice, un passaparola di buon
sapore della spiritualità.
Vi è quindi nella gioia cristiana un
invito a coltivare il buon umore. Sono
tanti i santi che ridono e hanno fatto
ridere spalancando il cuore all’umanità
del nostro Dio. Ricordo ancora oggi di
aver letto libri come D. Bosco che
ride oppure altre raccolte di
fioretti dei Santi che hanno reso
umanissima e gradevole la santità. C’è
una storia di santità del sorriso che
ancora oggi invita tutti, in modo
speciale i cristiani impegnati ad essere
testimoni della gioia (16).
L’umore di Tersa d’Avila
Leggendo ad esempio l’articolo di Piero
Pisarra nella Rivista “Jesus” sul modo
di scherzare con Dio, mi sono ricordato
spontaneamente della mia Madre santa
Teresa di Gesù, la quale gaia com’era
nel suo modo di parlare con le persone
lo era anche nel parlare con Dio. Nel
capitolo 37 della Vita ci ha dato
un buon esempio di come si può vivere
con una santa spiritualità della gioia,
quando racconta del contrasto con cui
lei si avvicinava ai confessori con una
candida e gioiosa libertà di spirito
mostrando “grazia”, cioè simpatia, e
dall’altro lato del confessionale
rispondevano piuttosto seri e seccati i
confessori, mostrando, essa dice,
“disgrazia”, pensando che la bella
monaca cercava di ricattarli con un
amore umano; alla sua grazia e simpatia
rispondevano con toni piuttosto seri e
disgustosi. La santa ci ride sopra,
dicendo come lei lo faceva con grande
amore e libertà, ma prendendo in giro
tanta serietà ricordando come da quando
ella aveva visto il volto del Signore,
non c’era nessuna persona al mondo
capace di accattivarla fuori del suo
Signore.
Già, il suo Signore! Umano come noi,
impastato con la nostra pasta, capace di
compatirci perché anche lui debole come
noi, divino ed umano insieme. Un Dio
affidabile e trattabile, amico più di
tutti gli amici. Ma scherza con questo
Dio amico e lo apostrofa dicendo che
qualche volta quando va a fare orazione
e diventa difficile per lei trovarlo
perché si nasconde, lo ricatta dicendo:
“se io potessi nascondermi da voi quando
mi cercate con amore, come voi vi
nascondete quando io vi cerco, anche voi
non sareste in grado di tollerare questo
voltafaccia. Allora, Signore, state ai
patti e non trattate così chi tanto vi
ama”. Ma, poi, se la prende con i re e
le regine che la corte e gli apparati
dei signori di questo mondo che non sono
come il vero re e signore, ma hanno
bisogno d’apparenza e farraginoso
cerimoniale per farsi passare,
riconoscere e riverire come re. E
scherza pure con tutte le regole della
buona creanza che obbligano ad usare
titoli, cerimonie e salamelecchi,
dicendo che è diventato una realtà
insopportabile tanta falsità per chi
vuole vivere una sana libertà di
spirito.
Teresa quindi scherza con Dio. Come
quando dopo essersi rotta un braccio,
rotolando giù dalle scale, si lamenta
con il Signore che le dice: “così tratto
io i miei amici”. E Teresa ribatte: “per
questo ne avete così pochi”. E’ bello
parlare con Dio in questo modo, quando
ci si accorge, pur nella sublimità della
vita mistica, che il nostro Dio è
“affabile” e la conseguenza è che
occorre imitarlo. Affabilità di un Dio
che parla e a cui piace chiacchierare
con noi, e che noi chiacchieriamo con
lui, questa è l’orazione più semplice:
trattare con lui come un padre, come con
un amico. Come conseguenza i santi,
imitatori di Dio amico, devono essere
affabili, anzi affabilissimi. Siate più
sante, più affabili con le persone di
dentro e di fuori, consiglia Teresa. Con
le prime perché ci sia sempre un clima
di sana allegria, secondo il detto
attribuito alla santa: “tristezza e
malinconia fuori di casa mia”. Con le
altre, dice ancora la santa, affinché
amino il vostro modo di vivere e non si
spaventino della vita cristiana; che è
come dire: fate propaganda con la gioia
della bellezza della vostra vita, fate
ingelosire le persone della buona scelta
che avete fatto nel seguire Cristo nella
vita contemplativa. Si racconta di lei
che in una occasione stava vicino alla
porta del convento e scoppia in un
grande risata. Una monaca troppo zelante
disse: Madre, le persone che stanno
fuori si scandalizzeranno di noi, se
ridiamo così forte. Ma Teresa disse:
“Meglio che ci sentano ridere che
piangere”. E a una donna che si avvicinò
tutta compunta a dire chi sa quale
penitenze stanno facendo in questo
momento le vostre suore, Teresa sbottò
con queste parole: In questo momento
stanno preparando una commedietta per le
feste di Natale. Sono succosi esempi di
come anche i santi sanno ridere con Dio
e con le idee strane di Dio che vogliono
subito sfatare (17).
Gioia e simpatia di Filippo Neri
Di san Filippo Neri, autentico giullare
di Dio, si raccontano tante storielle
succose. Forse questo santo della gioia,
è un modello di come attraverso il buon
umore ed un pizzico di argutezza, tutta
toscana, ha potuto scherzare di se
stesso e della sua santità. Sono celebri
e sono passati anche all’onore dell’arte
pittorica, gli incontri con san Felice
da Cantalice a Campo dei Fiori, quando
tutti e due scherzavano e si univano con
scandalo di molti e gioia di alcuni al
bel fiasco di vino che il fratello della
questua portava sempre con sé. Un
esempio di libertà di spirito e di buona
armonia fraterna. Filippo ha scherzato
perfino con Carlo Borromeo il quale ha
voluto sottoporre alla sua santità e
alla sua sapienza una Regola per i suoi
preti di Milano. Filippo ha fatto venire
fino alla casa del fratello analfabeta
sul Palatino il Principe della Chiesa.
Trovandolo nell’orto ha detto a Felice
di esaminare attentamente lo scritto del
porporato, cosa che ovviamente quel
fratello non poteva fare. Il giorno dopo
è andato a dire all’Arcivescovo di
Milano, che secondo il parere di quel
fratello, tutto era a posto nella Regola
scritta con tanta fatica. Ed è nota la
risposta data a Clemente VIII a
proposito di una santona della Roma del
tempo, celebre per le sue visioni.
Inviato a visitarla per ordine del Papa
ha voluto provare la sua santità
chiedendo di mettere a posto le sue
scarpe sozze e luride, suscitando il
rifiuto e lo scandalo della grande
santona. Con poche parole ha saputo dire
al suo figlio spirituale il Sommo
Pontefice: “Santità, poca santità”.
Così, scherzando sulla sua santità,
quella che molti riconoscevano e sulla
sua fama, nota all’estero, non si
vergognava di andare in giro attorno
alla Chiesa nuova con un mazzo di
ginestre o un gatto tra le braccia, o si
faceva tagliare i capelli nel
presbiterio, vicino all’altare. E ha
scandalizzato alcuni seri personaggi
polacchi venuti da lontano a trovarlo
per consultarlo su gravi questioni di
coscienza facendoli aspettare mentre si
faceva leggere pagine poco edificanti e
scherzose di un famoso prete toscano, il
Pievano Arlotto. Gesti di libertà di
spirito, di una santità che brilla nel
saper scherzare anche con se stessi e
con gli altri, purché Dio sia sempre
Dio. Lezioni importanti ieri ma anche
oggi…
Per questo nella tradizione di tutte le
religioni vi sono sempre questi uomini
della gioia, dello scherzo, della
battuta brillante, positiva ed
illuminante, talvolta della
testimonianza sconvolgente come quella
dei “pazzi di Dio” o yurodive della
tradizione greca e slava, uomini e
donne, veri profeti di Dio, che con i
loro scherzi e le loro battute sapevano
evangelizzare ed annunziare l’amore di
Dio o richiamare al pentimento. Santi
della gioia di Dio che, nell’estrema
risorsa dell’amore pazzo di Dio, sono
riusciti ad essere testimoni e
predicatori della Buona Novella (18).
Conclusione
Un professore di filosofia spagnolo è
stato sorpreso dall’affermazione di una
professoressa dell’Università di
Gerusalemme che riteneva che a
differenza degli ebrei che considerano
la gioia come un pilastro del loro
atteggiamento di fronte alla vita, i
cristiani non la coltivano (19). Anche
qualche altro esponente religioso ha
detto che i cristiani non dimostrano con
la loro vita e il loro comportamento la
gioia e la speranza di cui sono
portatori per la loro fede nel Risorto.
Occorre quindi reagire e testimoniare.
Per questo vorrei finire con una serie
di consegne semplici che vogliono essere
come principi di vita spirituale e di
testimonianza.
“Dio ama chi dona con gioia”, (2 Cor
9,7). E’ Paolo che esorta a donare
sempre con un sorriso sulle labbra,
anche se nel cuore c’è la sofferenza del
dono della vita. E’ la bellezza
dell’ilarità e l’apostolato del sorriso.
“Rallegratevi nel Signore, sempre, ve lo
ripeto ancora, rallegratevi: (Fil 4, 4).
E’ l’esortazione paolina, piena di
umanesimo cristiano che porta a tutti il
senso della presenza del Signore e della
sua vittoria, con l’ottimismo ed il
realismo umano-cristiano, in ogni
circostanza, apprezzando tutti i valori
(Cfr. Fil 4, 8-9).
“Il vostro parlare sempre sia con
grazia, condito di sapienza (con sale),
per saper come rispondere a ciascuno”
(Col 4, 6). E’ ancora un invito di Paolo
al buon parlare condito di sale, di
umorismo. In lingua spagnola il parlare
con questo linguaggio si chiama “salero”,
cioè con buon umore e arguzia.
Siamo chiamati ad essere seminatori
della gioia in questo mondo. Seguendo
l’esempio di Gesù, per rendere amabile
la via dell’amore e il volto del
Signore. Avendo sempre la gioia nel
cuore, il sorriso sulle labbra e una
buona parola per tutti, piena della gaia
simpatia del nostro Dio. In realtà
vivere nella gioia è allenarsi per
l’eternità come è stato scritto da C. S.
Lewis “La gioia è la vera occupazione
del cielo”.
*************
1) G. Ferraro,
La gioia di Cristo, Libreria
Editrice Vaticana, 2000.
2) Cfr. il mio breve contributo
Jubilate, in “Unità e carismi” n.1,
2000, pp. 2-4.
3) Roma, Editrice Borla, 2000, vol. 26 e
27.
4)
Discorso 256 1-3: PL 38, 1191-1193.
5)
Omelia Pasquale: PG 28, 1081.
6) Brescia, Morcelliana, 1980.
7) Carlo Lorenzo Rossetti,
“Sei diventato il tempio di Dio”. Il
mistero del tempio e dell’abitazione
divina negli scritti di Origine,
Roma, Gregoriana, 1998, pp. 143-173.
8) Gribaudi, Torino, 1992.
9) Cfr. M. Mantovani,
Paolo VI, maestro e testimone della
gioia, in “Unità e carismi” n.1,
gennaio-febbraio 2000, pp. 23-30. Tutto
il numero monografico è dedicato alla
gioia.
10) Tutto il discorso pronunciato
nell’Udienza del mercoledì 29 novembre
1972, in
Insegnamenti di Paolo VI, X, Città
del Vaticano, 1973, pp. 1210-1211.
11) Sulla gioia dei martiri cfr. i vari
contributi del volume citato:
Gioia-sofferenza persecuzione nei Padri
della Chiesa, Roma, Borla, 2000
12) Chiara Lubich, Il dono della
gioia, in “Unità e carismi” n. 1,
2000, pp. 5-8.
13) Milano, Gribaudi, 1999.
14) Brescia, Queriniana, 2000.
15) Una buona antologia di “scintille”
di umorismo in P. G. Gianazza, Quando
ridono gli angeli. Buon riso fa paradiso,
Torino, LDC, 2001.
16) A. Dinis, Il sorriso dei
religiosi, in “Unità e carismi”, n.
1, 2000, pp. 9-17.
17) Sulla gioia in Teresa d’Avila cfr.
J. Gicquel, I fioretti di Teresa d’Avila,
Roma, Città Nuova, 1980; P. L. Canobbio,
La gioia cristiana in Teresa d’Avila,
Roma, Teresianum, 2002.
18) Per un profilo A. Venturosi, Il
profeta della gioia, La mistica
di S. Filippo Neri, Milano, Jaca
Book, 1999.
19) A. Lopez Quintás, Una gioia che
nessuno vi toglierà, in “Unità e
carismi” n. 1, 2000, pp. 38-44.




