«Gesù, ricordati di me
quando entrerai nel tuo Regno
»
(Lc 23, 42).

Ricordati di noi quando sarai nel tuo Regno

I capi, i soldati, uno dei malfattori appesi alla croce: non ci sono molti punti in comune tra questi tre attori del Vangelo: ci sono israeliti ragguardevoli, che si vantano della loro devozione alla Legge; ci sono pagani incalliti in un mestiere che li ha abituati al cinismo; c’e un israelita condannato per i suoi crimini. Tre attori diversi: eppure essi esprimono, nei confronti di Gesù, un medesimo tipo di ragionare.

Logica del potere mondano

Tutti collegano strettamente il potere religioso che Gesù pretende di avere con la difesa della sua vita. È (cioè: pretende di essere) l’eletto di Dio; come dimostrarlo? Salvandosi. Si è proclamato re dei giudei; come esercitare questa regalità? Salvandosi. È il Messia; che cosa deve fare? Salvare prima se stesso, poi, dopo aver dimostrato il suo potere, salvare gli altri. E invece Gesù, che può salvare gli altri, che di fatto li ha salvati, non può salvare se stesso. Non è venuto per fare la sua volontà, ma la volontà del Padre; e la volontà del Padre non è che Gesù si salvi, ma che Gesù doni la vita per salvare quello che era perduto.

Nel passaggio dall’uno all’altro modo di vedere sta la conversione che il Vangelo di oggi ci chiede. A noi; perché, dobbiamo ammettere che noi ragioniamo come i capi, i soldati, il malfattore. Dobbiamo ammettere che il successo è normalmente il criterio di valutazione dei comportamenti. Non è forse così in politica? Sono i vincitori che hanno ragione. Ma, ciò che è inquietante, il medesimo criterio viene usato in tutti gli ambiti di giudizio, anche nelle valutazioni dell’esperienza religiosa ed ecclesiale. E invece il nostro Messia è un crocifisso; il suo successo (perché certo Gesù è un vittorioso) non è registrato nella storia ma di là della storia.

Logica della regalità divina

Accanto agli attori che abbiamo ricordato, ve ne sono altri che assumono comportamenti diversi. Anzitutto che «il popolo stava a vedere» (Lc 23, 35); non è ancora un atteggiamento di fede, ma nemmeno di scherno o d’insulto. È piuttosto atteggiamento d’attesa, di chi sa di dover essere istruito, di dover imparare. Ma soprattutto Luca presenta come esemplare il comportamento del buon ladrone. Ci sono due suoi interventi. Il primo è rivolto all’altro malfattore; e qui il buon ladrone mostra una stupenda umiltà: riconosce il proprio peccato, accetta la punizione che sta subendo (la morte) come giusta! Col suo comportamento il buon ladrone “da gloria a Dio” nel momento stesso in cui si riconosce peccatore. Il secondo intervento è rivolto a Gesù ed esprime una fede sorprendente: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo Regno» (Lc 23, 42). Dunque, il buon ladrone capisce che Gesù sta entrando (o in ogni modo entrerà) nel suo Regno! Ci vuole uno sguardo di fede per vedere questo; perché gli occhi di carne vedono solo un Gesù umiliato, schernito, agonizzante; vedono solo la privazione di ogni forza e potere. E invece il buon ladrone riconosce la dignità di Gesù, vede la croce come una via di regalità. Ci possiamo chiedere come è giunto a tanto? Il buon ladrone sa di Gesù alcune cose: anzitutto sa che Gesù non ha fatto nulla di male; in secondo luogo sa che, nel momento della passione, Gesù continua a benedire e perdonare.

Purtroppo il Vangelo di oggi non riporta le parole del v. 34: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno», ma queste sono decisive per comprendere il buon ladrone. Gesù continua a fare del bene anche quando riceve del male; ha un potere così forte da non essere bloccato nemmeno dalla sofferenza e dalla male; opera con gratuità e la fedeltà che sono proprie di Dio il quale «fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni» (Mt 5, 45). Tutto questo può comprendere il buon ladrone; e tutto questo lo porta alla professione di fede.

Onnipotenza nella debolezza

Gesù crocifisso sta perdonando i suoi crocefissori; non basta questo per riconoscere in lui l’immagine della misericordia del Padre? La risposta di Gesù è altrettanto sorprendente: «In verità ti dico, aggi sarai con me nel paradiso» (Lc 23, 43).

Dunque Gesù ha ancora del potere, e un potere immenso: può ancora aprire le porte del paradiso; può introdurre nel regno dei santi un malfattore; può, quindi, creare dal nulla un mondo nuovo fondato sulla grazia e la santità.

Ma c’è di più; dice: «Oggi sarai con me nel paradiso»; con me, nel paradiso. Non sono due cose diverse. Dirà con chiarezza Giovanni: «[3]quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io» (Gv 14, 3). Là dove è Gesù è anche il paradiso; e la beatitudine dell’uomo è la comunione con Gesù.

† Luciano Monari
Vescovo di Piacenza-Bobbio

Omelia
22 novembre 1998
dal settimanale diocesano
“Il Nuovo Giornale”



 

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