Ricordati di
noi quando sarai nel tuo Regno
I capi, i soldati,
uno dei malfattori appesi alla croce:
non ci sono molti punti in comune tra
questi tre attori del Vangelo: ci sono
israeliti ragguardevoli, che si vantano
della loro devozione alla Legge; ci sono
pagani incalliti in un mestiere che li
ha abituati al cinismo; c’e un israelita
condannato per i suoi crimini. Tre
attori diversi: eppure essi esprimono,
nei confronti di Gesù, un medesimo tipo
di ragionare.
Logica del
potere mondano
Tutti collegano
strettamente il potere religioso che
Gesù pretende di avere con la difesa
della sua vita. È (cioè: pretende di
essere) l’eletto di Dio; come
dimostrarlo? Salvandosi. Si è proclamato
re dei giudei; come esercitare questa
regalità? Salvandosi. È il Messia; che
cosa deve fare? Salvare prima se stesso,
poi, dopo aver dimostrato il suo potere,
salvare gli altri. E invece Gesù, che
può salvare gli altri, che di fatto li
ha salvati, non può salvare se stesso.
Non è venuto per fare la sua volontà, ma
la volontà del Padre; e la volontà del
Padre non è che Gesù si salvi, ma che
Gesù doni la vita per salvare quello che
era perduto.
Nel passaggio
dall’uno all’altro modo di vedere sta la
conversione che il Vangelo di oggi ci
chiede. A noi; perché, dobbiamo
ammettere che noi ragioniamo come i
capi, i soldati, il malfattore. Dobbiamo
ammettere che il successo è normalmente
il criterio di valutazione dei
comportamenti. Non è forse così in
politica? Sono i vincitori che hanno
ragione. Ma, ciò che è inquietante, il
medesimo criterio viene usato in tutti
gli ambiti di giudizio, anche nelle
valutazioni dell’esperienza religiosa ed
ecclesiale. E invece il nostro Messia è
un crocifisso; il suo successo (perché
certo Gesù è un vittorioso) non è
registrato nella storia ma di là della
storia.
Logica della
regalità divina
Accanto agli
attori che abbiamo ricordato, ve ne sono
altri che assumono comportamenti
diversi. Anzitutto che «il popolo
stava a vedere» (Lc 23, 35); non è
ancora un atteggiamento di fede, ma
nemmeno di scherno o d’insulto. È
piuttosto atteggiamento d’attesa, di chi
sa di dover essere istruito, di dover
imparare. Ma soprattutto Luca presenta
come esemplare il comportamento del
buon ladrone. Ci sono due suoi
interventi. Il primo è rivolto all’altro
malfattore; e qui il buon ladrone mostra
una stupenda umiltà: riconosce il
proprio peccato, accetta la punizione
che sta subendo (la morte) come giusta!
Col suo comportamento il buon ladrone
“da gloria a Dio” nel momento stesso in
cui si riconosce peccatore. Il secondo
intervento è rivolto a Gesù ed esprime
una fede sorprendente: «Gesù,
ricordati di me quando entrerai nel tuo
Regno» (Lc 23, 42). Dunque, il buon
ladrone capisce che Gesù sta entrando (o
in ogni modo entrerà) nel suo Regno! Ci
vuole uno sguardo di fede per vedere
questo; perché gli occhi di carne vedono
solo un Gesù umiliato, schernito,
agonizzante; vedono solo la privazione
di ogni forza e potere. E invece il buon
ladrone riconosce la dignità di Gesù,
vede la croce come una via di regalità.
Ci possiamo chiedere come è giunto a
tanto? Il buon ladrone sa di Gesù alcune
cose: anzitutto sa che Gesù non ha fatto
nulla di male; in secondo luogo sa che,
nel momento della passione, Gesù
continua a benedire e perdonare.
Purtroppo il
Vangelo di oggi non riporta le parole
del v. 34: «Padre, perdonali, perché
non sanno quello che fanno», ma
queste sono decisive per comprendere il
buon ladrone. Gesù continua a fare del
bene anche quando riceve del male; ha un
potere così forte da non essere bloccato
nemmeno dalla sofferenza e dalla male;
opera con gratuità e la fedeltà che sono
proprie di Dio il quale «fa sorgere
il suo sole sopra i malvagi e sopra i
buoni» (Mt 5, 45). Tutto questo può
comprendere il buon ladrone; e tutto
questo lo porta alla professione di
fede.
Onnipotenza
nella debolezza
Gesù crocifisso
sta perdonando i suoi crocefissori; non
basta questo per riconoscere in lui
l’immagine della misericordia del Padre?
La risposta di Gesù è altrettanto
sorprendente: «In verità ti dico,
aggi sarai con me nel paradiso» (Lc
23, 43).
Dunque Gesù ha
ancora del potere, e un potere immenso:
può ancora aprire le porte del paradiso;
può introdurre nel regno dei santi un
malfattore; può, quindi, creare dal
nulla un mondo nuovo fondato sulla
grazia e la santità.
Ma c’è di più;
dice: «Oggi sarai con me nel paradiso»;
con me, nel paradiso. Non sono due cose
diverse. Dirà con chiarezza Giovanni: «[3]quando
sarò andato e vi avrò preparato un
posto, ritornerò e vi prenderò con me,
perché siate anche voi dove sono io»
(Gv 14, 3). Là dove è Gesù è anche il
paradiso; e la beatitudine dell’uomo è
la comunione con Gesù.
† Luciano
Monari
Vescovo di Piacenza-Bobbio
Omelia
22 novembre 1998
dal settimanale diocesano
“Il Nuovo Giornale”
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