|
|
.
|
«... Quando dico che fuggire o
nascondersi non ha il minimo senso, che non ci sono
scappatoie e che val meglio rimanere con gli altri e
cercare di essere per loro quel che ancora siamo in
grado di essere, sembra che io sia molto, troppo
rassegnata. […] Molte persone dicono che chiunque possa
sfuggire alle loro grinfie deve provare a farlo, che
questo è un dovere, che devo fare qualcosa per me. Ma
questa somma non torna. In questo momento, ognuno si dà
da fare per salvare se stesso: ma un certo numero di
persone, un numero persino molto alto – non deve partire
comunque? […] Chiunque si voglia salvare deve pur sapere
che se non ci va lui, qualcun altro dovrà andare al suo
posto… Dubito che mi sentirei bene se mi fosse
risparmiato ciò che tanti devono subire...».
«19 febbraio 1942, giovedì pomeriggio, le due… di nuovo
qualcuno è stato torturato a morte: quel dolce ragazzo
della libreria Cultura… – Cosa spinge l’essere umano a
distruggere gli altri? – Ma ricordati che sei un essere
umano anche tu. Io non vedo nessun’altra soluzione,
veramente non ne vedo nessun’altra, che quella di
raccoglierci in noi stessi e di strappare via il
nostro marciume. Non credo più che si possa
migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver prima
fatto la nostra parte dentro di noi. È l’unica lezione
di questa guerra: dobbiamo cercare in noi stessi, non
altrove. Malgrado il dolore e l’ingiustizia, la
coscienza che tutti questi orrori non sono come un
pericolo misterioso e lontano al di fuori di noi, ma che
si trovano vicinissimi e nascono dentro di noi. E perciò
sono molto più familiari e assai meno terrificanti.
So che chi odia ha fondati motivi per farlo. Ma perché
dovremmo sempre scegliere la strada più corta e più a
buon mercato? Laggiù ho potuto toccare con mano come
ogni atomo di odio che si aggiunge al mondo lo renda
ancora più inospitale».

«Ed ecco che
improvvisamente, qualche
settimana fa, è spuntato il
pensiero liberatorio, simile
ad un esitante e giovanissimo
stelo in un deserto di erbacce:
se anche non rimanesse che
un solo tedesco decente,
quest’unico tedesco
meriterebbe di essere difeso
contro quella banda di
barbari, e grazie a lui non si
avrebbe il diritto di riversare
il proprio odio su un popolo
intero. Questo non significa
che uno sia indulgente nei
confronti di determinate
tendenze, si deve ben
prendere posizione, sdegnarsi
per certe cose in certi
momenti, provare a capire,
ma quell’odio generalizzato è
la cosa peggiore che ci sia.
E’ una malattia dell’anima» |
| |
Viaggio nella memoria con |
|
"Discorrerò con Te molto
spesso e in questo
modo ti impedirò di abbandonarmi".
| |
«Dentro di me c’è una
sorgente molto profonda. E in quella sorgente
c’è Dio. A volte riesco a raggiungerla, più
sovente essa è coperta da pietre e sabbia.
Allora Dio è sepolto. Allora bisogna
dissotterrarlo di nuovo».
«Stanotte ero sveglia al buio con gli occhi che
mi bruciavano, davanti a me passavano immagini e
immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa,
Dio mio, cercherò di aiutarti affinché tu non
venga distrutto dentro di me, ma a priori non
posso promettere nulla. Una cosa diventa sempre
più evidente […] che tu non puoi aiutare noi, ma
siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo
aiutiamo noi stessi. E allora forse potremo
anche contribuire a disseppellirti dai cuori
devastati degli altri uomini.
Eppure io credo che per ogni evento l’essere
umano possieda un organo che gli consente di
superarlo. Se noi salveremo i nostri corpi e
basta dai campi di prigionia, sarà troppo poco.
Non si tratta di conservare questa vita a ogni
costo, ma di come la si conserva. A volte
penso che ogni situazione, buona o cattiva,
possa arricchire l’essere umano di nuove
prospettive. Se noi abbandoniamo al loro destino
i fatti duri che dobbiamo affrontare, se non li
ospitiamo nelle nostre teste e nei nostri
cuori, per farli decantare e diventare fattori
di crescita e di comprensione, allora non siamo
una generazione vitale. Certo che non è così
semplice, […] ma se non sapremo offrire al mondo
impoverito del dopoguerra nient’altro che i
nostri corpi salvati a ogni costo – e non un
nuovo senso delle cose, attinto dai pozzi più
profondi della nostra miseria e disperazione –
allora non basterà…
Certo che ogni tanto si può essere tristi e
abbattuti per quel che ci fanno, è umano e
comprensibile che sia così […] eppure trovo
bella la vita e mi sento libera. I cieli si
stendono dentro di me come sopra di me. Credo in
Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso
pudore. La vita è difficile, ma non è grave.
Dobbiamo cominciare a prendere sul serio il
nostro lato serio, il resto verrà allora da sé:
e lavorare a se stessi non è certo una
forma d’individualismo malaticcio. Una pace
futura potrà essere veramente tale solo se prima
sarà stata trovata da ognuno in se stesso. […] È
l’unica soluzione possibile.
La miseria che c’è qui è davvero terribile,
eppure la sera tardi, quando il giorno si è
inabissato dietro di noi, mi capita spesso di
camminare di buon passo lungo il filo spinato, e
dal mio cuore si innalza sempre una voce – non
ci posso far niente, è così, è di una forza
elementare – e questa voce dice: la vita è una
cosa splendida e grande, più tardi dovremo
costruire un mondo completamente nuovo. A ogni
nuovo crimine e orrore dovremo contrapporre un
nuovo pezzetto di amore e di bontà che avremo
conquistato in noi stessi.
Possiamo soffrire, ma non dobbiamo soccombere. E
se sopravviveremo intatti a questo tempo, corpo
e anima, ma soprattutto anima, senza amarezza,
senza odio, allora avremo anche il diritto di
dire la nostra parola a guerra finita. C’è un
limite a tutte le sofferenze, forse a un essere
umano non è dato sopportare più di quanto non
possa – oltrepassato quel limite, muore da sé.
Ogni tanto qui muore qualcuno perché il suo
spirito è a pezzi e non riesce più a capire, in
genere sono persone giovani. Le persone anziane
sono piantate in un terreno più solido e
accettano il loro destino con dignità e
rassegnazione. Sì, qui si vede una gran varietà
di persone, e si può osservare il loro
atteggiamento verso le questioni più ardue,
verso le questioni ultime.
Proverò a descrivervi come mi sento, ma non so
se questa metafora è giusta. Quando un ragno
tesse la sua tela, non lancia forse i fili
principali davanti a sé, e ci si arrampica poi
sopra? La strada principale della mia vita è
tracciata per un lungo tratto davanti a me... e
già partecipo alla costruzione di una società
futura. La vita qui non consuma troppo le mie
forze più profonde – fisicamente si va forse un
po’ giù, e spesso si è immensamente tristi, ma
il nostro nucleo interiore diventa sempre più
forte. Vorrei che fosse così anche per voi e per
tutti i miei amici, è necessario, dobbiamo
ancora condividere molte esperienze e molto
lavoro tutti insieme. Perciò vi raccomando:
rimanete al vostro posto di guardia, se ne avete
già uno dentro di voi, e per favore non
rattristatevi per me, non c’è motivo».
|
|
|
Approfondimenti
Mantenere viva la fiamma
di Padre Jacques Philippe
Selezione di scritti di Etty Hillesum
/diari e lettere) |
Yerushalaim Shel
Zahav
|
Links esterni

Ricordare il Male è
necessario ma non sufficiente. La migliore garanzia per
impedire
che si ripeta è valorizzare il Bene, fornire la Speranza
come sostegno alle generazioni
future: il Male da solo offre disperazione; solo il Bene
offre progettualità e ci
impedisce di cadere nella generalizzazione dell'odio.
L'ebrea olandese Etty Hillesum,
prima di morire ad Auschwitz, scrisse nel suo diario che
sarebbe stato giusto
proteggere anche un solo tedesco buono che fosse rimasto
sulla faccia della terra.
____________________________________________________________
Gabriele Nissim
|
|