|
La
Maddalena bruciò con triplice
ardore
Un raffinato sermone di anonimo
francese del seicento dedicato
alla «presunta peccatrice»
evangelica.
Un giorno
Rainer Maria Rilke stava
procedendo lentamente su una
carrozza in Rue du Bac a Parigi.
All’improvviso fa un cenno al
cocchiere e scende, colpito da
un libro esposto nella vetrina
di un antiquario. È la prima
edizione de ”L’amour de la
Madeleine“, un sermone francese
di autore secentesco ignoto
(attribuito dallo scopritore a
Bossuet, da altri al Cardinale
de Bérulle ma senza argomenti
decisivi) ritrovato nella
biblioteca imperiale di San
Pietroburgo da un ecclesiastico
francese, Joseph Bonnet, in un
manoscritto con la segnatura Q
I,14 e da lui pubblicato nel
1909. Il celebre poeta delle
Elegie Duinesi rimane
conquistato da quel testo di
eros e di mistica e ne cerca
copie da regalareagli amici che
frequentano la sua abitazione.
Alla fine decide di tradurre in
tedesco lui stesso quel «sermone
straordinario, splendido, di una
profonda attualità spirituale»,
come egli lo definisce, e nasce
così Die Lieche der Magdalena.
Ora una piccola editrice, che ha
sede nel priorato di S. Egidio a
Sotto il Monte (Bergamo), la
patria di Papa Giovanni XXIII e
il luogo dell’ultima parte della
vita e della predicazione di
Padre Turoldo, decide di
pubblicare sia l’originale
francese con a fronte la
traduzione italiana, sia la
traduzione tedesca di Rilke (che
avremmo preferito, però, vedere
in sinossi). A precedere il
tutto c’é, purtroppo, una
modestissima presentazione di
tale Nicole d’Amonville Alegrìa,
ereditata dall’edizione spagnola
dell’opera a cui si fa
riferimento. L’incipit di tale
premessa è già inqualificabile:
«L’Amore di Maddalena è un vero
e proprio poema. Io pertanto mi
limiterò, in questa breve
introduzione, a fornire alcuni
dati sul personaggio mitico di
Maria Maddalena».
Quel ”mitico”
è già un gioiello di equivocità.
L’esegesi, infatti, ha dovuto a
lungo combattere contro la
“mitizzazione” di questa
discepola di Cristo il cui
ritratto in Luca 8,2 è affidato
a una nota solo apparentemente
oscura: «dalla quale erano
usciti sette demoni», un modo
molto semitico per indicare un
non meglio precisato male grave,
morale o psichico o fisico. come
mai, allora, la Maddalena è
divenuta una carnalissima
prostituta nella tradizione
artistica successiva al punto
tale che anni fa Franco Maria
Ricci poté affidare a Giovanni
Testori una strenna sul tema,
carica di eros, di opulenze
femminili, di afrori d’alcova a
fatica redenti dalla penitenza?
La spiegazione è solo in un
fatto accidentale: nel capitolo
precedente Luca descrive la
scena di una peccatrice nota in
quella (innominata) città» che
cosparge di olio profumato i
piedi del Rabbì di Nazaret, li
bagna con le sue lacrime e li
asciuga coi suoi capelli. La
Maddalena era stata senza
esitazione identificata con
quell’anonima prostituta.
Ma non finirà qui la sua trasSfigurazione,
come ben definisce la vicenda di
Maria di Magdala il titolo di un
libro di Lilia Sebastiani (Queriniana,
1992). Gli scritti gnostici
egiziani, a partire dal II
secolo, confondono questa Maria
con l’omonima madre di Gesù
oppure ne fanno un simbolo della
sapienza che ”bacia sulla bocca”
Cristo, così da rappresentare la
rivelazione divina che egli
porta al mondo. Ancora una volta
affiorava una componente
amorosa, sia pure trasfigurata.
Si comprende allora, anche il
nostro sermone che identifica
simbolicamente Maria di Magdala
(un villaggio posto sulla costa
occidentale del lago di
Tiberiade, parzialmente
assorbito dalle acque e forse
così chiamato per una torre, in
ebraico migdol) con la Sulammita,
la donna del cantico dei
cantici. Certo, la figura
storica, è in primo piano:
«Maddalena, la santa amante di
Gesù, lo amò nelle tre fasi
della sua esistenza: lo amò
vivo, lo amò morto, lo amò
risorto». Queste tappe sono
illustrate sulla base dei testi
evangelici, comprese la
“calunnia” dell’identificazione
con la prostituta di Luca 7.
Ma è proprio da questa scena
(«le sono perdonati - si legge
in Luca 7,47 - i suoi molti
peccati, perché ha molto amato»)
che fiorisce l’intreccio col
Cantico: quei baci e quel
profumo evocano spontaneamente
la tenerezza, l’ebbrezza e il
fascino del poema antico
testamentario. La seconda parte
del sermone trasforma, allora,
Maria nell’innamorata che corre
alla ricerca dello sposo
scomparso. È da osservare che in
un saggio del 1963, apparso in
una miscellanea in onore del
famoso teologo francese,
divenuto poi cardinale, Henri de
Lubiac, un esegeta, sosteneva
che il racconto dell’incontro
tra il Cristo morto e Maria di
Magdala nell’alba incerta del
giorno di Pasqua - episodio
narrato da Giovanni (20,11-18)-
fosse modellato sul capitolo 3
del Cantico ove la protagonista
corre, ansiosa, alla ricerca del
suo amato scomparso nella notte.
Alla fine, però, ecco
l’abbraccio rinnovato e gioioso:
«Trovai l’amore del mio cuore,
lo strinsi fortemente, mai più
lo lascerò...» (3,4).
Il contrappunto tra il Vangelo e
il Cantico è sapientemente
ritmato da questo ignoto autore
del Seicento francese perché
diventi una parabola
dell’essenza e del distacco,
sperimentati durante l’esistenza
terrena, destinati però ad
approdare a un incontro e una
presenza perfetta e definitiva.
alludendo all’interpretazione
giudaica che nel Cantico dei
cantici vedeva un allegoria
della schiavitù egiziana e
dell’esilio babilonese, superati
dal ritorno nella terra
promessa, l’autore finisce
appunto con questo appello
luminoso:
«È questo
l’atteggiamento, sono questi i
meandri, è questa la tirannia
dell’amore divino nei tempi
miserandi della cattività e
dell’esilio. Verrà il giorno
dell’eredità e allora vedremo,
ameremo, gioiremo, vivremo per i
secoli dei secoli.»
Gianfranco Ravasi (Il Sole 24
Ore- 3/5/98)

«Non ricordate
più le cose passate, non pensate più
alle cose antiche! Ecco, faccio
una cosa nuova»
(Is
43, 18-19)
|
«Non ricordate
più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, faccio
una cosa nuova»
Il popolo d’Israele, in esilio a Babilonia, guarda con nostalgia al
passato, al tempo glorioso nel quale Dio intervenne con potenza e
liberò i suoi antenati, schiavi in Egitto. La tentazione è quella di
pensare: Dio non manderà più un altro Mosè, non opererà più i
grandi prodigi di un tempo e noi dovremo rimanere per sempre in
questa terra straniera.
Ma Ciro, re persiano, nel 539 a.C. libera il popolo eletto, il cui
ritorno verso la terra promessa sarà ancora più straordinario
dell’esodo dall’Egitto.
Dio non si ripete mai! Il suo amore è capace di operare cose ben
ipiù grandi di quelle che ha compiuto nel passato, che non possiamo
neppure immaginare. Per questo mette sulla bocca del profeta Isaia
l’invito: «Non ricordate più le cose passate, non pensate
più alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuova»
Isaia ancora, alla fine del suo libro, annuncia un futuro più che
mai
luminoso: la creazione di cieli nuovi e di una nuova terra. Sarà
talmente grande ciò che Dio compirà che "il passato non sarà più
ricordato e non verrà più alla mente".
Anche l’apostolo Paolo, riprendendo le parole di Isaia, annuncerà
l’inimmaginabile intervento di Dio nella nostra storia. Nella morte
e
risurrezione di Gesù egli fa nuova la creatura umana, la ricrea nel
Figlio suo per una vita nuova. Nell’Apocalisse poi, al termine della
storia, Dio annuncia che il cosmo intero sarà ricreato: "Ecco, io
faccio nuove tutte le cose".
Le parole di Isaia attraversano la Bibbia intera e parlano ancora a
noi oggi: «Non ricordate più le cose passate, non pensate
più alle cose
antiche! Ecco, faccio una cosa nuova» Siamo noi la "cosa nuova", la "nuova creazione" che Dio ha
generato. Attraverso il Figlio suo da noi accolto nelle sue Parole e
in tutti i suoi doni, ha fatto nuovo il nostro essere e il nostro
agire:
ora è Gesù stesso che vive e opera in noi. E’ Lui che rinnova i
nostri rapporti con gli altri: in famiglia, a scuola, sul lavoro...
E’ Lui
che rigenera, attraverso noi, la vita sociale, il mondo della
cultura,
dello svago, della sanità, dell’economia, della politica..., in una
parola tutti i settori dell’attività umana in cui siamo impegnati.
Non guardiamo più al passato per rimpiangere ciò che di bello ci
è successo o per piangere i nostri sbagli: crediamo fortemente
all’azione di Dio che può continuare ad operare "cose nuove".
Dio ci offre la possibilità di ricominciare sempre. Ci libera dai
condizionamenti e dai pesi del passato. La vita si semplifica,
diventa
più leggera, più pura, più fresca. Come l’apostolo Paolo anche noi,
dimentichi del passato, saremo liberi di correre verso Cristo, verso
la pienezza della vita e della gioia.
«Non ricordate più le cose passate, non pensate
più alle cose
antiche! Ecco, faccio una cosa nuova»
Come vivere allora questa Parola? Cercheremo di compiere con
amore quanto Dio vuole da noi in ogni attimo della giornata:
studiare,
lavorare, accudire i bambini, pregare, giocare..., tagliando tutto
ciò
che in quel momento non è volontà di Dio. In questo modo
rimarremo aperti a quanto egli vorrà operare in noi e fuori di noi,
e
saremo pronti ad accogliere quella grazia particolare che egli ci
offre sempre per ogni momento.
Vivendo così, offrendo ogni azione a Dio, dicendogli esplicitamente:
"E’ per te", Gesù che vivrà in noi compirà sempre opere che restano.
Chiara Lubich

|







|
|
|
...(.) L'audacia del
loro amore!.....
Quando vedo la Maddalena avanzarsi alla presenza dei numerosi
invitati, bagnare delle sue lacrime i piedi del Maestro adorato che
tocca per la prima volta, sento che il suo cuore ha compreso gli
abissi d'amore e di misericordia del Cuore di Gesù, e che, per
quanto peccatrice ella sia, quel Cuore traboccante d'amore è, non
solamente disposto a perdonarla, ma anche a prodigarle i tesori
della sua intimità divina, ad elevarla fino ai più alti vertici
della contemplazione.
Mio caro fratellino, da quando è stato concesso di comprendere
l'amore del Cuore di Gesù, confesso che l'amore ha cacciato dal mio
cuore ogni timore! Il ricordo delle mie colpe mi umilia, mi porta a
non appoggiarmi più sulla mia forza, che è solo debolezza. Ma più
ancora questo ricordo mi parla di misericordia e di amore.
Quando si gettano le proprie colpe, con fiducia tutta filiale, nel
braciere divorante dell'Amore, come potrebbero non essere consumate
per sempre? (.....)
 |
|
S.ta Teresina del Bambin Gesù
e del Volto Santo
"Storia di un'anima"
Lettera a Don Bellière,
n.220. dell'anno 1897 |
|
|
|