Ho scoperto questo bellissimo omaggio on line al nostro don Tonino...
 

www.dontoninobello.it

 

DTB Channel è il
Live Broadcast Network
per www.dontoninobello.it, il primo canale Web TV interamente dedicato
a Don Tonino Bello... e che dal 16
novembre 2008 trasmette, sia in
differita (not broadcasting) che in
presa diretta (broadcasting),
24h su 24h...
 

AVVIO CAUSA DI BEATIFICAZIONE

 E la notizia che in tantissimi aspettavano
è arrivata: è stato comunicato ufficialmente
l'avvio dell' iter della causa di beatificazione
dell'amatissimo don Tonino
 ...


continua »
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Siate soprattutto uomini.
Fino in fondo.
Anzi fino in cima.
Perché essere uomini fino in cima
significa essere santi.
Non fermatevi, perciò, a mezza costa:
la santità non sopporta misure discrete.
                                    
Don Tonino

 

 

Stola e grembiule

Forse a qualcuno può sembrare un'espressione irriverente, e l'accostamento della stola col grembiule può suggerire il sospetto di un piccolo sacrilegio.

Si, perchè di solito la stola richiama l'armadio della sacrestia, dove con tutti gli altri paramenti sacri, profumata d'incenso, fa bella mostra di sè, con la sua seta ed i suoi colori, con i suoi simboli ed i suoi ricami. Non c'è novello sacerdote che non abbia in dono dalle buone suore del suo paese, per la prima messa solenne, una stola preziosa.

Il grembiule, invece, ben che vada, se non proprio gli accessori di un lavatoio, richiama la credenza della cucina, dove, intriso di intingoli e chiazzato di macchie, è sempre a portata di mano della buona massaia. Ordinariamente non è articolo da regalo: tanto meno da parte delle suore, per un giovane prete. Eppure è l'unico paramento sacerdotale registrato dal vangelo. Il quale vangelo, per la messa solenne celebrata da Gesù nella notte del Giovedì Santo, non parla nè di casule, nè di amitti, nè di stole, nè di piviali.

Parla solo di questo panno rozzo che il Maestro si cinse ai fianchi con un gesto squisitamente sacerdotale.

Chi sa che non sia il caso di completare il guardaroba delle nostre sacrestie con l'aggiunta di un grembiule tra le dalmatiche di raso e le pianete di samice d'oro, tra i veli omerali di broccato e le stole a lamine d'argento!

La cosa più importante, comunque, non è introdurre il "grembiule" nell'armadio dei paramenti sacri, ma comprendere che la stola ed il grembiule sono quasi il diritto ed il rovescio di un unico simbolo sacerdotale. Anzi, meglio ancora, sono come l'altezza e la larghezza di un unico panno di servizio: il servizio reso a Dio e quello offerto al prossimo. La stola senza il grembiule resterebbe semplicemente calligrafica. Il grembiule senza la stola sarebbe fatalmente sterile.

...

Nel nostro linguaggio canonico, ai tempi del seminario, c'era una espressione che oggi, almeno così pare, sta fortunatamente scomparendo: "diritti di stola". E c'erano anche delle sottospecie colorate: "stola bianca" e "stola nera". Ci sarebbe da augurarsi che il vuoto lessicale lasciato da questa frase fosse compensato dall'ingresso di un'altra terminologia nel nostro vocabolario sacerdotale: "doveri di grembiule"! Questi doveri mi pare che possano sintetizzarsi in tre parole chiave: condivisione, profezia, formazione politica.

Speriamo che i seminari formino i futuri presbiteri ai "doveri di grembiule" non solo con la stessa puntigliosità con cui li informavano sui "diritti di stola", ma con la stessa tenacia, col medesimo empito celebrativo e con l'identico rigore scientifico con cui li preparano ai loro compiti liturgici.

    Don Tonino

Andiamo fino a Betlemme,
come i pastori.
L'importante è muoversi.
E se invece di un Dio glorioso,
ci imbattiamo nella fragilità
di un bambino,
non ci venga il dubbio di aver
sbagliato il percorso.
Il volto spurito degli oppressi,
la solitudine degli infelici,
l'amarezza di tutti gli
uomini della Terra,
sono il luogo dove Egli continua
a vivere in clandestinità.
A noi il compito di cercarlo.
Mettiamoci in cammino senza paura.

Don Tonino

 

Non obbedirei mai al mio dovere di vescovo, se vi dicessi "Buon Natale" senza darvi disturbo. Io, invece, vi voglio infastidire.

Non posso, infatti, sopportare l'idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla "routine" di calendario.

Mi lusinga, addirittura, l'ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati. Tanti auguri scomodi, allora!

Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali. E vi conceda la forza di inventarvi un'esistenza carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio.

Il bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finchè non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un povero marocchino, a un povero di passaggio.

Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la carriera diventa l'idolo della vostra vita; il sorpasso progetto dei vostri giorni: la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate.

Maria, che trova solo nello sterco degli animali la culla ove deporre con tenerezza il frutto del suo grembo, vi costringa con i suoi occhi feriti a sospendere lo struggimento di tutte le nenie natalizie, finché la vostra coscienza ipocrita accetterà che lo sterco degli uomini o il bidone della spazzatura o l'inceneritore di una clinica diventino tomba senza croce di una vita soppressa.

Giuseppe, che nell'affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni paterne, disturbi tutte le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i tepori delle vostre tombolate, provochi cortocircuiti allo spreco delle vostre luminarie, fino a quando non vi lascerete mettere in crisi dalla sofferenza di tanti genitori che versano lacrime segrete per i loro figli senza fortuna, senza salute, senza lavoro.

Gli angeli che annunciano la pace portino guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che, poco più lontano di una spanna con l'aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfrutta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano i popoli allo sterminio della fame.

I poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell'oscurità e la città dorme nell'indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete vedere "una gran luce", dovete partire dagli ultimi. Che le elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili. Che le pellicce comprate con le tredicesime di stipendi multipli fanno bella figura ma non scaldano. Che i ritardi dell'edilizia popolare sono atti di sacrilegio, se provocati da speculazioni corporative.

I pastori che vegliano nella notte, "facendo la guardia al gregge" scrutando l'aurora, vi diano il senso della storia, l'ebbrezza delle attese, il gaudio dell'abbandono in Dio. E vi ispirino un desiderio profondo di vivere poveri: che poi è l'unico modo per morire ricchi. Sul nostro vecchio mondo che muore nasca la speranza!!!

Don Tonino

 

-         CIRENEI DELLA GIOIA

Mons. Tonino Bello

 Penso che fra tutti i documenti della Chiesa, sin da quando si è cominciato a designarli con le prime parole latine, non ce ne sia uno che abbia la sua ouverture così perfetta come quella della Gaudium el spes.

 

Si direbbe che vi abbiano posto mano i poeti più che i teologi, e che la prima stesura sia stata scritta non sulle carte severe degli esperti di scienze divine, ma sulle agili righe di un pentagramma musicale.

 

SI, perché sembra l'attacco a piena orchestra di una sinfonia, le cui note scuotono l'aria, ora con irrefrenabili vibrazioni di festa, ora col ritmo simmetrico della fuga, ora con le tenui cadenze dell'elegia.

 

“Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore.”

 

Con queste parole il 7 dicembre 1965 la Chiesa planava dai cieli della sua disincarnata grandezza e sceglieva di collocare definitivamente il suo domicilio sul cuore della terra.

 

Come se avesse annullato di colpo la barriera di secolari distanze, accettando di diventare coinquilina degli stessi condomini abitati dal comuni mortali. Ha rinunciato spontaneamente per sempre a quella zona di rispetto creatale da antichi prestigi: non per timore della sua solitudine, ma preoccupata della solitudine degli uomini.

 

Con quel preludio solenne, diga squarciata dei pensieri di Dio, la chiesa sembra dire al mondo così: d'ora in poi le tue gioie saranno le mie; spartirò con te il pane amaro delle identiche tristezze.

 

Non mi lascerò coinvolgere dalle tue stesse speranze, e le tue angosce stringeranno pure a me la gola con l'identico groppo di paura.

 

Noi tuoi figli ti diciamo grazie, Chiesa, perché ci aiuti a ricollocare le nostre tende nell'accampamento degli uomini. Perché non ci isoli nei recinti dell'aristocrazia spirituale. Perché nel piano urbanistico della città terrena non pretendi per i discepoli di Cristo suoli privilegiati per la loro edilizia.

 

Grazie, perché, riscoprendo la legge dell'incarnazione che condusse il Maestro ad abitare in mezzo a noi, ti sei decisa a vivere con gli uomini una condiscendenza a tutto campo. Perché rinunci ai fili spinati della riserva di caccia. Perché alla categoria dei sacro, che seleziona spazi e tempi da dedicare al Signore, preferisci la categoria della santità, che permea di presenza divina anche le fibre più profane dell'universo.

 


 

Ma grazie, soprattutto, per quella notizia inaspettata, stupenda che ci daì col fremito dei lieti annunci: quando affermi, cioè, che le gioie degli uomini sono anche le gioie del cristiano, e che tra le une e le altre, caduto il sospetto della contrapposizione, corre il filo doppio della simpatia.

 

E’ incredibile. Eravamo abituati a condividere solo i dolori dei mondo. Una lunga dottrina ascetica ci aveva alienati a farci carico esclusivamente delle sofferenze dell'umanità. Eravamo esperti nell'arte della compassione. Nelle nostre dinamiche spirituali aveva esercitato sempre un fascino irresistibile il cireneo della croce. Ma i maestri di vita interiore non ci avevano fatto mai balenare l'idea che ci fossero anche i cirenei della gioia.

 

Ed ecco ora lo sconvolgente messaggio: le gioie genuinamente umane, che facciano battere il cuore dell'uomo, per quanto limitate e forse anche banali, non sono snobbate da Dio, né fanno parte di un repertorio scadente che abbia poco da spartire con la gioia pasquale dei Regno.

 

La felicità per la nascita di un amore, per un incontro che ti cambia la vita, per una serata da trascorrere con gli amici, per una notizia sospirata da tempo, per l'arrivo di una creatura che riempie la casa di luce, per il ritorno dei padre lontano, per una promozione che non ti aspettavi, per la conclusione a lieto fine di una vicenda che ti ha fatto a lungo penare... questa felicità fa corpo con quella che argomenteremo nel Regno.

 

E’ contigua coi brivido dell'eternità che proveremo nel cielo, l'estasi che ti coglie davanti alle montagne innevate, alle trasparenze di un lago, alle spume del mare, al mistero delle foreste, ai colori dei prati, ai turgori dei grano, ai profumi dei fiori, alle luci dei firmamento, ai silenzi notturni., all'incanto dei meriggi, al respiro delle cose, alle modulazioni delle canzoni, al fascino dell'arte.

 

E parente stretta con le sovrumane gioie dello spirito l'umanissima gioia che ti rapisce di fronte al sorriso di un bambino, al lampeggiamento degli occhi di una donna, agli stupori di un'anima pulita, alla letizia di un abbraccio sincero, al piacere di un applauso meritato, all'intuizione di cose grandi nascoste dietro i veli dell'effimero, alla fragilità tenerissima di cui si riveste la bellezza, al sì che finalmente ti dice la persona dei tuoi sogni.

 

Non vi è nulla di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore.

 

Ma che cosa è questa rivelazione improvvisa che annuncia coincidenze arcane tra le gioie degli uomini e le gioie dei discepoli di Gesù?

 

Colpo dì scena o colpo di genio?

 

Forse è solo colpo di grazia!

 

 

Regala qualche sosta al tuo popolo
perché si fermi sotto la tua «nube »
per riassaporare, nella gratitudine,
la freschezza della tua ombra e
ritrovare l’agilità di un buon passo
sulla strada che ancora ci resta da
fare. Nella tua tenerezza, tu non sei
avaro di ristoro e di pace per quanti
ami.  Quando ci fermiamo per pigrizia,
per incapacità o per colpa, la tua
nube sosti sul nostro capo e resti con
noi  finché ci rialziamo di nuovo.
Mandaci la brezza leggera dello
Spirito, che offre suggerimenti
interiori produce mentalità senza
ricorrere alla forza e spinge al cambio
senza creare traumi.

dTonino Bello

 

Come una cerva anela ai corsi d'acqua, così l'anima mia anela a te, o Dio ....