Il Mare e la Bibbia
Mons. Gianfranco RAVASI
Prefetto Biblioteca Ambrosiana
Più di 1500
versetti dell'Antico Testamento sono "bagnati" dalle
acque e per 397 volte è jam, il "mare", a dilagare.
Tuttavia sbaglierebbe chi volesse mettersi davanti alle
pagine sacre marine con quell'atteggiamento di serena
contemplazione, di requie, di pace che forse alcuni
nostri lettori stanno sperimentando lungo una spiaggia
mentre scorrono queste righe. E' questo un equivoco in
cui sono caduti molti esegeti che hanno ricondotto il
tema del mare al bacino semantico più vasto delle
"acque", in ebraico majim (582 volte nell'Antico
Testamento). Emblematico è, ad esempio, lo sterminato
Grande Lessico del Nuovo Testamento che nella sua
quindicina di volumi non trova spazio per la voce
thálassa, "mare", e si accontenta di hydor, "acqua". Al
massimo ci s'interessa del mar Rosso o mar delle Canne,
del mar Morto, del mare di Galilea (il lago di
Tiberiade), del "Mare" per eccellenza che è il
Mediterraneo (nella Bibbia la locuzione "verso il mare"
sta per "occidente"), del "mare di bronzo", il grande
bacino di acqua lustrale del tempio di Salomone (80.000
litri di capacità).
E se è robusta la bibliografia sull'acqua biblica, segno
vitale e catartico, per il mare dobbiamo in pratica
ancor oggi far riferimento solo al saggio di Otto
Kaiser, intitolato Die mythische Bedeutung des Meeres in
Ägypten, Ugarit und Israel, pubblicato a Berlino nel
1959 e riedito nel 1962. Sì perché il mare per l'antico
Vicino Oriente è stato prima di tutto e sopra tutto un
grandioso simbolo negativo, una categoria espressa con
un vocabolo che a Ugarit, celebre città cananea della
Siria, era il nome stesso di una divinità, Jamn appunto,
che attentava allo splendore del cosmo e duellava col
dio della creazione Baal. In questa linea si collocano i
sinonimi come tehom, l'abisso acquatico primordiale da
cui era sbocciata la terra, o le "molte acque", majim
rabbim che trascinavano con sé diluvio e morte.
Difficile è, perciò, per l'uomo biblico sostare davanti
al mare su un litorale e cantare, come fa Luzi, "il mare
fermo sotto il volo dei gabbiani sfrangiato appena tra
gli scogli dell'isola, dove una terra nuda si fa ombra
con le sue gobbe".
Un'eccezione c'è ed è nello stupendo "cantico delle
creature" del Salmo 104, da alcuni raccordato all'Inno
ad Aton del faraone "monoteista" solare Akhnaton. In un
bozzetto di straordinaria intensità pittorica anche i
famosi mostri marini come Leviatan (o Rahab o Behemot o
Tannin), simboli del caos e del nulla, partecipano a una
festa di vita e di pace: "Ecco il mare ampio e spazioso,
là brulicano innumerevoli animali piccoli e grandi; là
passano le navi e il Leviatan che hai plasmato per tuo
divertimento" (versetti 25-26). In questo spirito nel
corale cosmico del Salmo 148, intonato da 22 creature
tante quante sono le lettere dell'alfabeto ebraico anche
il mare è invitato a intonare il suo halleluia: "Lodate
il Signore mostri marini e voi tutti abissi!" (versetto
7). Ma questa è una piacevole eccezione. Nella Bibbia il
mare incombe arcigno, come nel tempestoso canto V
dell'Odissea, allorché "si sciolsero a Odisseo le
ginocchia e il cuore" o come nella turbinosa scena del I
canto dell'Eneide (versi 81-123) o come in tanti altri
passi "procellosi" della letteratura classica.
Tutto era cominciato con la creazione allorché "Dio
Disse: Le acque che sono sotto il cielo si raccolgono in
un solo luogo e appaia l'asciutto. E così avvenne. Dio
chiamò l'asciutto terra e la massa delle acque mare"
(Genesi 1,9-10). La bellezza del mondo ("Dio vide che
era cosa buona e bella") riposa su questo equilibrio
instabile, frutto dell'atto creativo, tra la terraferma
e il mare che è visto come un'esplosione in superficie
del grande abisso sotterraneo, il tehom appunto (la
divinità Tiamat negativa mesopotamica), che è il
sottofondo "infernale" della mappa cosmologica biblica.
Il Creatore ha steso una frontiera tra i due esseri in
tensione, mare e terra: è la battigia del litorale. Lo
dice in modo superbo Dio stesso nel libro di Giobbe,
comparando il mare a un bimbo turbolento stretto nelle
fasce delle nubi e a un prigioniero inchiavardato in un
carcere di massima sicurezza: "Chi serrò tra due
battenti il mare quando erompeva a fiotti dal suo grembo
materno, quando gli davo per manto le nubi e per fasce
la foschia, quando spezzavo il suo slancio imponendogli
confini, spranghe e battenti, e gli dicevo: Fin qui tu
verrai e non oltre, qui si abbasserà l'arroganza delle
tue onde?" (38,8-11).
Un'idea, questa, ripetuta nel canto autocelebrativo che
la Sapienza divina creatrice proclama nel capitolo 8 del
libro dei Proverbi: "Quando stabiliva al mare i suoi
confini sicché le sue acque non oltrepassassero la
spiaggia io ero con lui (il Creatore)", (versetti
29-30). Dante nel Convivio parafraserà il testo: "Quando
(Dio) circuiva lo suo termine al mare e poneva legge a
l'acque che non passassero li suoi confini con lui io
era" (III, 15,16). Stare, perciò, sul bagnasciuga vuol
dire per l'antico ebreo vivere un'esperienza simile a
quella di chi s'affaccia su un cratere vulcanico, colto
quasi da vertigine. Esperienza ben diversa da chi ora
sta ammirando il giuoco delle onde, come aveva fatto
Montale in un suo bel distico: "Una carezza disfiora la
linea del mare e la scompiglia".
Il diluvio nel libro della Genesi è, allora, visto come
lo scardinamento di quell'equilibrio cosmico perché alle
acque celesti si incrociano quelle del mare, lasciato
libero da Dio di impazzare sulla terra: "e ruppero tutte
le sorgenti del grande abisso e le cateratte del cielo
si aprirono" (7,11).
E' per questo che il mare viene iscritto nella panoplia
con cui il Dio giudice condanna l'umanità peccatrice:
"E' lui che comanda alle acque del mare, dichiara il
profeta Amos (5,8) e le spande sulla terra". Gli fa eco
Geremia: "Il Signore degli eserciti solleva il mare e ne
fa mugghiare le onde" (31,35). In versetti e versetti
della Bibbia la potenza divina si dispiega in tutta la
sua infinità proprio dominando il mare e tenendo saldo
l'organico della creazione, con la terra come una
piattaforma sospesa su colonne sopra l'abisso caotico
marino. E' per questo che nell'esodo d'Israele
dall'Egitto Dio prima impone al mare di bloccarsi come
muraglia, obbedendo al suo potente imperativo (Esodo
14,22), e poi scatenandolo come arma del suo giudizio
sugli oppressori egiziani: "Al soffio della tua ira si
accumularono le acque, si alzarono le onde come un
argine, si rappresero gli abissi in fondo al mare.
soffiasti col tuo alito: il mare li coprì, sprofondarono
come piombo in acque profonde" (Esodo 15,8.10).
Suggestiva è la rielaborazione poetica dell'evento
offerta dal Salmo 114: "Il mare vide e si ritrasse
indietro.. Che hai tu, mare, per fuggire?" (versetti
3,5). Esemplare è, al riguardo, la scena evangelica
della tempesta sedata ove Cristo, identificato ormai col
Signore Creatore, attacca il mare come se fosse un
essere diabolico, riprendendo una classica concezione
mitica, e lo sottopone a un esorcismo: "Sgridò il vento
e disse al mare: Taci, calmati! Furono presi da grande
timore e si dicevano l'un l'altro: Chi è costui al quale
anche il vento e il mare obbediscono?" (Marco 4,39. 41).
Se noi, dunque, ci tuffiamo in mare come in una specie
di grembo sereno, l'uomo biblico vi penetra con terrore
sentendolo quasi come il sudario della morte. Dio solo
può strapparlo da quelle fauci, come canta Davide nel
Salmo 18: "Stese la mano dall'alto, mi afferrò, mi
sollevò dalle grandi acque mi portò al largo, mi liberò
perché mi vuol bene" (versetti 17 e 20). Dio solo può
"con una minaccia prosciugare il mare: i suoi pesci, per
mancanza d'acqua, restano all'asciutto, muoiono di sete"
(Isaia 50,2). A questa ripulsa nei confronti del mare
contribui, certo, anche la configurazione della costa
palestinese piuttosto rettilinea: solo Salomone
organizzò una flotta di bandiera, usando tecnici fenici,
la cui competenza era celebre in tutto il Mediterraneo.
Israele fu, infatti un popolo di santi, di eroi, di
poeti ma non di navigatori. Se ne ricordano di famosi
solo tre e tutti sfortunati. C'è innanzitutto Giona il
profeta renitente alla sua missione, che si imbarca su
una nave fenicia diretta a Tarshish (forse Gibilterra o
la Sardegna) per sfuggire all'ordine divino che lo invia
all'antipodo, cioè a Ninive, e che incappa in un
terribile fortunale. Il delizioso racconto una specie di
favola morale di taglio universalistico comprende, come
è noto, anche il ricorso ai mostri oceanici mitici,
l'enorme pesce che inghiotte il misero per tre notti e
tre giorni. Dal ventre del mostro Giona riesce anche a
cantare un salmo "marino": "Mi ai gettato nell'abisso,
nel cuore del mare, tutti flutti e le onde sono passate
sopra di me. Le acque mi hanno sommerso fino alla gola,
l'abisso mi ha avvolto, l'alga si è avvinta al mio capo"
(2,4.6.).
Sarà l'Onnipotente a comandare al cetaceo di vomitare
Giona su una spiaggia. Su una spiaggia, quella di Malta,
andrà ad approdare coi suoi compagni di avventura anche
Paolo, al termine di un uragano scatenatosi sul
Mediterraneo mentre veniva trasferito a Roma per il
processo d'appello. Chi ama racconti di mare alla Conrad
dovrebbe leggere il capitolo 27 degli Atti degli
Apostoli con la sua pittoresca descrizione della vicenda
vissuta da Paolo su una nave oneraria romana. Lo stesso
Apostolo confesserà di "aver fatto naufragio tre volte e
di aver trascorso un giorno e una notte in balia delle
onde" (2Corinzi 11,25). Ma è con un terzo navigatore,
questa volta anonimo, che vogliamo concludere il nostro
breve viaggio sui flutti marini della Bibbia. Nel Salmo
107 entrano in scena quattro personaggi che nel tempio
di Gerusalemme stanno sciogliendo i loro voti. C'è un
carovaniere che aveva smarrito la pista nel deserto e
l'aveva ritrovata, c'è un carcerato liberato, c'è un
malato grave guarito. Alla fine si alza a pronunciare il
suo ex-voto un marinaio e il suo è il racconto più
emozionante. Il Siracide, sapiente biblico del II secolo
a.C., riconosceva che "i naviganti parlano dei pericoli
del mare e a sentirli coi nostri orecchi restiamo
stupiti" (43,24). Ascoltiamo anche noi il marinaio
devoto.
"Coloro che solcavano il mare sulle navi facendo
commerci sulle acque immense, videro le opere del
Signore e i suoi prodigi nelle profondità marine. Egli
parlò e fece levare un vento tempestoso che sollevò le
onde. Salivano al cielo, scendevano negli abissi, il
respiro veniva meno per il pericolo. Ballavano e
barcollavano come ubriachi, tutta la loro perizia era
svanita. Nell'angoscia gridarono al Signore ed egli li
estrasse da quell'angustia. Ridusse la tempesta alla
calma, s'acquetarono le onde del mare. Giorino per la
bonaccia ed egli li guidò al porto sospirato" (versetti
23-30). Théophile Briant nella sua antologia Les plus
beaux textes sur la Mer, pubblicato a Parigi nel 1951,
ha inserito questa strofa accanto ai classici delle
tempeste marine, dai citati Omero e Virgilio, ad Alceo e
Ovidio. Potremmo pensare anche all'Ulisse dantesco: "Un
turbo nacque, e percosse del legno il primo canto. Tre
volte il fe' girar con tutte l'acque; a la quarta levar
la poppa in suso e la prora ire in giù, com'Altrui
piacque, infin che 'l mar fu sopra noi rinchiuso"
(Inferno XXVI, 137-142).
Ma per la Bibbia, come si è ripetuto, non c'è solo il
terrore primordiale dell'uomo di fronte alle energie
scatenate della natura. Non c'è solo l'esperienza fisica
dello stordimento e del mal di mare, usata tra l'altro
dal libro di Proverbi per dipingere ironicamente
l'ondeggiare dell'ubriaco: "Sarai come chi giace in
mezzo al mare, come chi siede sull'albero maestro"
(23,24).C'è, invece, l'emozione tutta metafisica
dell'incontro col nulla; c'è la sensazione raggelante
dell'abbraccio con gli inferi e con la morte. E' per
questo che nella nuova e perfetta creazione escatologica
il mare scomparirà: "Vidi un nuovo cielo e una nuova
terra, annota Giovanni nell'Apocalisse perché il cielo e
la terra di prima erano scomparsi e il mare non c'era
più". (21,1) |