E
ancora, poco dopo, coloro che erano lì dicevano a Pietro: «Certamente
tu sei uno di quelli, anche perché sei Galileo». Ma egli prese a
imprecare e a giurare: «Non conosco quell'uomo di cui parlate». E
subito, per la seconda volta, il gallo cantò. Allora Pietro si ricordò
della parola che Gesù gli aveva detta: «Prima che il gallo abbia
cantato due volte, tu mi rinnegherai tre volte».
E si abbandonò al
pianto
(Mc 14,70-73)
.... Questa frase segna una spaventevole caduta che
rappresenterà
però la più salutare, benché la più amara fra le
lezioni
ricevute da
Pietro, apostolo dal
carattere impulsivo,
ma dal cuore
generoso.
Pietro aveva avuto un'ascesa rapida nel mezzo degli apostoli
del Signore
ed egli stesso si era accorto e compiaciuto del suo
evidente progresso.
Dal giorno che aveva riconosciuto e confessato:
« Tu sei il Cristo, il
figliuolo dell'Iddio vivente », egli si era sentito il più
illuminato
ed il più spirituale nel mezzo della piccola compagnia.
Pietro era certo che gli altri avrebbero potuto abbandonare il
Maestro,
ma egli sarebbe rimasto fedele fino alla morte ed anche nel
significativo episodio della lavanda dei piedi, Pietro aveva cercato di
sottolineare la maturità spirituale della sua vita in relazione
all'immaturità degli altri discepoli:
"Tu Signore lavare
i piedi a me?
Tu Signore
non mi laverai mai i piedi!
Gli altri potevano acconsentire, ma lui no, perché se gli altri
non
avevano luce e sensibilità, non si poteva dire la stessa cosa di lui.
Era necessaria, per questo servo di Cristo una lezione sferzante come
quella del rinnegamento per imparare che nessuno può stare ritto sopra
il proprio progresso, qualche volta immaginario o sopra la propria
spiritualità, frequentemente apparente, perché forza e potenza
derivano soltanto da una completa fiducia nell'aiuto costante di Dio.
Anche colui che ha segnato il suo cammino con le pietre miliari di un
progresso vero e di una spiritualità reale, può ottenere la vittoria
appoggiandosi, non su se stesso, ma sul braccio onnipotente dell'Eterno.
Quando la prova viene e viene per tutti, un fondamento soltanto resiste
e non è certo quello della nostra personalità, delle nostre
esperienze, del nostro progresso o delle nostre forse incaute promesse.
Anche per Pietro venne la prova e dobbiamo riconoscere che fu una prova
terribile soprattutto se la inquadriamo nei vertiginosi e sconvolgenti
avvenimenti susseguitesi nelle ore precedenti; nella prova però il
progresso e la spiritualità di Pietro non appaiono e non apparirono
neanche più le sue solenni dichiarazioni,
e l'uomo che aveva proclamato: Tu sei il Cristo! ed il discepolo
che aveva promesso: Se tutti ti abbandoneranno io rimarrò con Te!
è capace soltanto di dire:
« Non conosco quell'uomo ».
...Per Pietro non è più il Cristo, il figlio del Dio vivente, ma è
soltanto un uomo, anzi un uomo che egli non ha mai incontrato, mai
conosciuto. Pietro, come hai potuto rinnegare fino a questo punto il
tuo Maestro, il tuo Salvatore?
Piuttosto che giudicare Pietro pensiamo a noi stessi o alla nostra
fragilità,` perché forse anche noi potremmo fare la medesima amara
esperienza. Se ci appoggiamo sulla nostra maturità cristiana e perdiamo
quel profondo senso di fiducia che ci fa ricercare sempre l'aiuto di
Dio, possiamo facilmente cadere nel fango della sconfitta più
ignominiosa e dopo aver fatte le dichiarazioni e le promesse più
ardenti possiamo giungere alle espressioni d'infedeltà e di tradimento
più obbrobriose.
Per questa ragione lo Spirito Santo ci avverte:
« Chi pensa di star
ritto, riguardi che non cada... ».
Anche gli scalini più elevati del sentiero cristiano sono
pericolosi e
non c'è spiritualità capace di preservarci dalla
caduta quando
confidiamo soltanto in noi stessi.
L'apostolo Paolo, il gigante della fede, scriveva ai suoi giorni: "...affinché
non m'innalzi, mi è stato dato
un angelo di Satana..." .
Pensate, Paolo stesso correva il rischio di innalzarsi, cioè di cadere
nell'orgoglio e se perfino Paolo poteva cadere, tutti possiamo cadere
nel combattimento, perché la vita cristiana è armonicamente
proporzionata e tutti, in fondo, ci troviamo di fronte alle stesse
probabilità di vittoria o di sconfitta: vittoria nella fiducia in Dio,
sconfitta nella fiducia in noi stessi.
"Non conosco quell'uomo".
Forse, Pietro non avrebbe pronunziate queste terribili parole se avesse
approfittato dell'opportunità che il Maestro stesso gli aveva offerto
poche ore prima; nel Getsemani gli era stata data l'occasione di
rinnovare la propria comunione con Dio, di alimentare la propria
personalità in Dio, ma Pietro si era lasciato sopraffare e si era
addormentato per "tre volte" consecutive; tre volte esatte,
come le tre sconfitta nel rinnegamento.
Ah, se Pietro avesse gridato, agonizzato, vegliato come il suo
Signore...!! Ma Pietro non sentiva lo stesso bisogno spirituale di Gesù,
era "un arrivato" e poteva anche concedersi di dormire prima
che scoppiasse il terribile conflitto.
E Pietro pianse amaramente; con queste parole l'Evangelo ci fa
sapere che la lezione è stata dura per l'apostolo, ma e stata anche
salutare; egli riconosce finalmente se stesso, vede con chiarezza
sconcertante la propria debolezza, la propria pusillanimità.
Ora non si sente più maggiore degli altri; non si sente più sicuro del
suo coraggio, della sua spiritualità; si sente quale veramente è, un
povero uomo desideroso di amare Gesù, ma sottoposto a tutte le
limitazioni e le imperfezioni della propria natura.
Quando in seguito Gesù rinnova indirettamente il ricordo della
sconfitta, Pietro dimostra non soltanto il pentimento del cuore, ma
anche, ed anzi soprattutto di aver imparato la lezione, Gesù infatti
gli chiede:
"Pietro mi ami tu, più che costoro?..."
Più che costoro? Ottima opportunità per confermare la propria
superiorità, la propria spiritualità, ma Pietro quasi evade la domanda
e nella risposta pensa soltanto ad esprimere il proprio debole
sentimento. Egli non è più disposto a fare dichiarazioni audaci ed
avventate; si abbandona umilmente all'onniscenza e alla compassione del
Redentore:
"Tu sai ogni cosa, tu sai che io ti amo...".
Nelle parole di Pietro risuona un mesto poema intessuto d'affetto
e di debolezza e colui che lo canta sa che non può offrire la forza
della propria personalità, perché questa lo indurrebbe soltanto a
ripetere:
"Non conosco quell’uomo!"
Pietro canta il suo poema per offrire amore, l'amore di un cuore debole,
vacillante, ma sincero; l'amore che rappresenta la sola offerta che il
credente può dare a Dio e che quindi rappresenta anche per noi la sola
cosa che dobbiamo desiderare di porre fedelmente sull'altare eterno
della consacrazione.
... Se presumiamo di vincere le battaglie cristiane con la forza della
nostra personalità e delle nostre precedenti conquiste, precipiteremo
nelle più infamanti sconfitte; ma se ci convinciamo che ogni debolezza
è in noi ed ogni forza in Dio, giungeremo alle più luminose vittorie
grazie all'aiuto chiesto ed ottenuto da Lui, in ogni circostanza.
La terribile frase di Pietro sia quindi per ognuno di noi un ammonimento
severo; lasciamola spesso risuonare al nostro orecchio in tutta la
crudezza del suo aspro accento affinché ci sia stato facile pregare e
chiedere:
"O Dio salvami dal dire: "Non conosco quell'uomo!"
midi "Cursum" - Enya
Estratto di una meditazione
di
Roberto Bracco
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